Germania

Alla traduttrice Anita Raja la Goethe-Medaille

Alla traduttrice Anita Raja la Goethe-Medaille

«Se la Germania è stata la patria dalla quale i miei nonni materni e mia madre sono fortunatamente riusciti a fuggire, ha invece inghiottito nei lager una gran parte della loro famiglia: i bisnonni, gli zii, sette fratelli da una parte, otto dall’altra, bambini e adulti». Davanti al pubblico dell’Humboldt di Berlino, come riporta il Corriere della Sera, Anita Raja ha rievocato una parte della propria storia familiare, segnata dalla vicenda della madre, ebrea tedesca scampata alla Shoah. Un passato che ha inciso a fondo nel suo rapporto con la lingua tedesca, fatto di sentimenti opposti: «Una forte attrazione e interesse, ma anche repulsione; da una parte fascinazione, dall’altra paura», ha spiegato durante l’incontro, organizzato alla vigilia del conferimento della Goethe-Medaille.
Il premio le verrà consegnato oggi a Weimar e rappresenta una delle più importanti onorificenze culturali conferite dalla Germania a cittadini stranieri. «Anita Raja ha dedicato la sua opera alla traduzione e alla mediazione di importanti autori e autrici di lingua tedesca, tra gli altri Christa Wolf, in italiano, e come bibliotecaria si è impegnata con forza a favore della diversità della cultura europea», ha spiegato la presidente del Goethe-Institut Gesche Joost.
Napoletana, nata nel 1953, Raja è tra le più importanti traduttrici dal tedesco. Già nei primi anni Ottanta scoprì e fece conoscere al pubblico italiano Christa Wolf, e tradusse poi Georg Büchner, Ingeborg Bachmann e Franz Kafka. In una recente intervista alla Frankfurter Rundschau ha raccontato il suo rapporto con questi autori partendo da Cassandra, la prima opera della Wolf che tradusse: «Il mio primo, commovente incontro con la sua lingua». Un romanzo di grande attualità, perché Cassandra «ci esorta a guardare oltre la cecità della nostra vita quotidiana», a riconoscere che nell’era atomica «l’umanità intera, l’intero pianeta, è sull’orlo dell’autodistruzione». Di Kafka ha tradotto Il processo e, nel 2024, La metamorfosi, un autore che «maneggia le parole con estrema cura, come tenendole a distanza. Le seziona, ne raggiunge il nucleo, si ritrae».
Dietro la traduttrice c’è una storia familiare che affonda nella tragedia del Novecento. Nel 2016 su Raja si concentrò una intensa attenzione mediatica: secondo il giornalista Claudio Gatti, che ne aveva seguito le tracce finanziarie ed editoriali, sarebbe lei la scrittrice celata dietro lo pseudonimo di Elena Ferrante. Lo stesso Gatti, in un articolo per la Frankfurter Allgemeine Zeitung, ricostruì la vicenda della madre, Golda Frieda Petzenbaum, “Goldi”, ebrea nata a Worms nel 1927 da genitori fuggiti dai pogrom polacchi. Nel 1937 la famiglia fuggì dalla Germania nazista per riparare a Milano. Ma con le leggi razziste del 1938 la persecuzione la raggiunse anche lì: i genitori di Goldi furono internati come ebrei stranieri. La ragazza riuscì a mettersi in salvo in Svizzera, dove arrivò dopo una traversata a piedi nel novembre del 1943, di notte, nella neve alta fino al ginocchio. Lei come i genitori internati a Ferramonti sopravvissero, il resto della famiglia rimasta in Polonia fu sterminato tra Belzec e Auschwitz. Solo in tarda età Goldi tornò alla lingua tedesca, che insegnò in parte alla figlia e di cui scrisse due manuali di grammatica.
Raja ha raccontato di aver intrapreso per caso la via della traduzione del tedesco, di cui è poi diventata una delle voci più autorevoli. «Non ho una formazione da traduttrice. Ho studiato lettere italiane e parlo tedesco perché era la lingua di mia madre», ha spiegato alla Frankfurter Rundschau. Un mestiere, quello del traduttore, che oggi vede minacciato dall’intelligenza artificiale: «È senza dubbio a rischio, soprattutto se ci convinciamo che il prodotto delle macchine non richieda più revisione e correzione umana». Al premio di Weimar affida un auspicio: «Che serva a promuovere il lavoro dei giovani traduttori e a dare loro sempre maggiore visibilità».

d.r.

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