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Da Castro a Hamas, quando la Casa Bianca legittima il nemico

Da Castro a Hamas, quando la Casa Bianca legittima il nemico

Il 16 agosto, Jared Kushner, genero e inviato di Donald Trump, ha incontrato per la seconda volta il leader di Hamas Khalil al-Hayya; il primo incontro risale all’ottobre dello scorso anno. Entrambi i faccia a faccia si sono svolti in Egitto. Questo riconoscimento del leader di un’organizzazione terroristica, osserva TabletMag, conferisce a Hamas una legittimità da parte della più grande potenza del mondo, e molti finiranno per fare lo stesso. Finora i ministri degli Esteri d’Europa si sono rifiutati di incontrare il terrorista, ma chi di loro visiterà il Medio Oriente senza volerlo incontrare?
La politica dell’amministrazione Trump di incontrare i leader terroristici costituisce poi un precedente disastroso per le future amministrazioni che nutrono una maggiore simpatia verso le organizzazioni che uccidono i civili occidentali e proclamano «Morte all’America!». Anche nei momenti in cui erano più propensi a una politica di appeasement, le amministrazioni Carter, Obama e Biden hanno accettato il presupposto formale secondo cui esistono alcuni attori il cui comportamento e i cui obiettivi li collocano al di fuori dei limiti della diplomazia.
Il desiderio di comunicare e di incontrarsi, insomma, prevale sui princìpi della politica Usa che, fino a ieri, evitava di avere a che fare con terroristi, assassini e dittatori antiamericani. Gli esempi, ricorda il Tablet, sono numerosi.
Si pensi, innanzitutto, all’incontro di Andrew Young con il rappresentante dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp) presso le Nazioni Unite nel 1979, quando Young era ambasciatore di Jimmy Carter in quella sede. Young fu licenziato perché «ha tenuto un incontro non autorizzato con il rappresentante dell’Olp e poi ha mentito sulla natura dell’incontro», come riportò il New York Times.
Poi arrivarono i “tour delle scuse” di Obama, che rientravano nella stessa logica della politica estera statunitense, caratterizzata da un atteggiamento ossequioso nei confronti di regimi irriducibilmente antiamericani e finanziatori del terrorismo. Nel 2016, Obama si recò a Cuba dove seguì una partita di baseball insieme a Raúl Castro. «Le acque blu sotto l’Air Force One un tempo trasportavano le navi da guerra americane verso quest’isola, per liberarla ma anche per esercitarne il controllo. Sono venuto qui per seppellire l’ultimo residuo della Guerra Fredda nelle Americhe», dichiarò all’Avana. Ciò che non seppellì fu lo stato di polizia cubano, una dittatura antiamericana. Biden ha seguito il suo esempio.
E che dire di Trump che, come ora sappiamo, ha acconsentito ai colloqui faccia a faccia di Kushner con il capo di Hamas? Il presidente ha espresso personalmente la propria disponibilità a farlo senza condizioni. «Parlerò con Hezbollah. Sì, parlo con tutti», aveva affermato Trump a luglio dalla Casa Bianca.
Di recente il presidente ha confermato a Fox News che «funzionari statunitensi stanno comunicando direttamente, attraverso un canale segreto, con i funzionari dell’Irgc (Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche)». Trump ha inoltre affermato che gli Stati Uniti dispongono di un «canale diverso con Hamas», che si è poi scoperto essere proprio Kushner.
 L’opinione comune a Washington, spesso citata per giustificare un simile coinvolgimento incondizionato con i terroristi e gli Stati che li sostengono, è che «bisogna parlare con i propri nemici, non solo con i propri amici».
Tuttavia, le migliori analisi concordano su un punto fondamentale: come affermava un articolo di Foreign Affairs quasi 20 anni fa, «un governo dovrebbe avviare negoziati formali solo dopo che il gruppo terroristico abbia dichiarato una cessazione permanente della violenza».
Quanto tempo dovrà passare, si chiede Tablet Mag, prima che persone come Khalil al-Hayya e Mohammad Bagher Ghalibaf siano accolte a Washington per discutere del nuovo ordine mondiale che così tanti, sia a destra che a sinistra, desiderano ardentemente realizzare?

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