ARTE

L’intelligenza artificiale cerca le opere trafugate dai nazisti

L’intelligenza artificiale cerca le opere trafugate dai nazisti

Un chatbot capace di interrogare gli archivi con una semplice domanda potrebbe aiutare a ritrovare le opere d’arte trafugate dai nazisti. Tre ricercatori della Santa Clara University, in California, stanno sperimentando l’intelligenza artificiale per ricostruire più rapidamente la provenienza dei dipinti e individuare quelli ancora da restituire ai legittimi proprietari.
Tra il 1933 e il 1945 il regime nazista sequestrò o impose la vendita forzata di circa 650mila opere d’arte provenienti da collezioni pubbliche e private in tutta Europa, circa un quinto del patrimonio artistico del continente. Molte sono state recuperate, ricorda lo Smithsonian Institution in un articolo, ma migliaia risultano ancora disperse o non sono state restituite alle istituzioni e alle famiglie da cui furono sottratte.
Il problema è soprattutto la dispersione delle informazioni. I documenti utili a ricostruire la storia di un’opera si trovano in archivi e banche dati differenti, con lingue, grafie e sistemi di catalogazione diversi. «Non esiste un archivio centrale, un database che ti dica dove si trova quell’arte», ha spiegato a Npr Joel Greenberg, fondatore di Art Ashes, organizzazione che aiuta le famiglie a rintracciare le opere saccheggiate dai nazisti.
Alla Santa Clara University, in California, Michael Santoro, Haibing Lu e Michele Samorani hanno sviluppato l’AI Provenance Assistant, uno strumento che semplifica la ricerca nelle banche dati. Per ora il sistema analizza i documenti relativi alle opere passate dal Jeu de Paume di Parigi, dove i nazisti concentrarono decine di migliaia di opere confiscate durante l’occupazione della Francia. Il database comprende anche materiali provenienti da altre istituzioni, tra cui il Bundesarchiv tedesco, gli Archivi del ministero francese per l’Europa e gli Affari esteri e gli U.S. National Archives.
La differenza rispetto ai sistemi tradizionali sta nella modalità di ricerca. Non occorre selezionare menu o individuare le parole chiave corrette: l’utente può formulare una domanda come farebbe con una persona. «Consente di fare ricerche nei database d’arte usando il linguaggio comune», ha spiegato Santoro a Npr. Alla domanda «Quali opere appartenevano a Hugo Simon?», per esempio, il sistema restituisce oltre 70 risultati riconducibili al banchiere e collezionista d’arte ebreo tedesco, costretto a lasciare la Germania nazista e a disperdere la propria collezione, con opere di Picasso e Canaletto.
I ricercatori hanno però incontrato un ostacolo: i dati possono essere parziali, contraddittori o alterati. «Non avevamo capito che, all’interno di qualsiasi banca dati, e in particolare per il tipo di opere di cui stiamo parlando, le informazioni sarebbero state con ogni probabilità incomplete o errate, a volte di proposito», ha raccontato Santoro.
L’intelligenza artificiale non elimina quindi la necessità di verificare i documenti originali. Allo Smithsonian Magazine, Carla Shapreau, docente di diritto all’Università della California a Berkeley, ha spiegato l’importanza di poter risalire direttamente alle fonti. «Sarebbe essenziale che la banca dati fornisse un collegamento alle scansioni digitali delle fonti primarie».
Anche i musei cercano nuove strade per rintracciare le opere di provenienza incerta. Il Musée d’Orsay di Parigi ha inaugurato la mostra permanente A chi appartengono queste opere?, dove presenta a rotazione alcune delle 225 opere della propria collezione per le quali non è ancora stato possibile ricostruire la provenienza o identificare i legittimi proprietari. Rendendole visibili al pubblico, il museo spera di raccogliere nuove informazioni utili alle ricerche.
Il Musée d’Orléans ha scelto invece una campagna con manifesti in stile Far West: accanto alle immagini dei dipinti ancora dispersi compare la scritta “Wanted”, ricercato. Sono 424, secondo il museo, le opere che risultano ancora da ritrovare.

(Nell’immagine, il quadro di Max Liebermann Due cavalieri sulla spiaggia, ritrovato nella collezione Gurlitt e restituito agli eredi del collezionista ebreo David Friedmann)

I nostri siti