Nel 2005 Harold Grinspoon, filantropo del Massachusetts, ascoltò un’intervista in cui Dolly Parton raccontava della sua Imagination Library: dal 1995 il programma spediva ogni mese libri gratuiti ai bambini di tutti gli Stati Uniti. Grinspoon ne rimase colpito e decise di sostenere il progetto. Poi fece un passo in più. «Disse: “Dovremmo creare una versione ebraica della Imagination Library”», ha raccontato la nuora, Winnie Sandler Grinspoon. E così è nata, su ispirazione di Parton, la PJ Library, che dal 2005 invia gratuitamente alle famiglie ebraiche di tutto il mondo libri per bambini pensati per trasmettere valori e tradizioni.
«Sono onorata di poter ispirare nei bambini l’amore per la lettura. Sono davvero il nostro futuro», commentò Parton incontrando Grinspoon di persona. L’aneddoto è riaffiorato ora che la regina del country è scomparsa a 80 anni. Nel cordoglio del mondo ebraico americano, il suo nome resta legato soprattutto a quella scintilla. «La generosità di spirito di Dolly è andata ben oltre l’ispirazione di PJ Library», ha dichiarato alla Jewish Telegraphic Agency Alex Zablotsky, direttore esecutivo del programma.
Quell’impegno per la lettura veniva da lontano. Cresciuta in una capanna sui Monti Great Smoky, assieme a undici fratelli, il padre non aveva mai imparato a leggere e scrivere. «Tutto è nato da questo. Ho visto quanto potesse essere invalidante», raccontò. «Era un uomo intelligente. Mi sono spesso chiesta cosa avrebbe potuto fare se avesse saputo leggere».
Ma non era solo una questione biografica: c’era un’altra corda a legarla al mondo ebraico, ed era quella delle Scritture. La conoscenza di Parton della Bibbia ebraica, fa notare il Forward, affiora in alcune delle sue canzoni più amate: Coat of Many Colors, ispirata alla sua infanzia di povertà, riprende la storia di Giuseppe, figlio di Giacobbe, e della sua veste variopinta; The Master’s Hand, del 1971, si spinge fino al Libro di Daniele, con Sadrach, Mesach e Abednego gettati nella fornace ardente e usciti illesi dalle fiamme. «Le conosco bene, le storie della Bibbia, come quelle che cito in questa canzone», annotava.
Quella familiarità non le risparmiò alcuni passaggi a vuoto. Nel 1994, a Vogue, l’artista raccontò di aver rinunciato a una serie tv su una cantante country convertita al gospel perché a Hollywood «la maggior parte delle persone è ebrea e per loro promuovere il cristianesimo è spaventoso». Parole da cui nacque un caso e a cui seguirono le scuse di Parton, inviate in una lettera ad Abe Foxman, allora a capo dell’Anti-Defamation League. «So quanto gli stereotipi possano ferire», scrisse la cantante. Foxman accettò le scuse e considerò chiusa la vicenda.
Il legame con il mondo ebraico non passava solo dai testi. Fu il manager ebreo newyorkese Sandy Gallin, ricorda il Forward, a guidarla da Nashville al successo pop. Alla morte di Gallin, nel 2017, Parton disse: «Nessuno capiva come la ragazza cristiana del Sud e il ragazzo ebreo di New York potessero avere così tanto in comune. Eppure era così».
(Dolly Parton sul palco a Newport, Rhode Island, il 27 luglio 2019)