L’ebraismo della diaspora ha fortemente sostenuto l’idea che il sommo luogo della memoria della Shoah fosse posto nella città di Gerusalemme, offrendo il proprio sostegno all’Autorità appositamente istituita per legge dallo Stato d’Israele già nel 1953. L’ebraismo intero era ancora stordito dagli eventi epocali che lo avevano appena stravolto: lo sterminio e la nascita dello Stato ebraico.
Nei primi decenni – il cosiddetto periodo “eroico” che segue l’indipendenza dello Stato – la Shoah veniva considerata sommariamente come un “episodio disonorevole”, perfino vergognoso, nella storia del popolo, non coerente con la narrazione dell’ebreo libero in uno Stato libero. La discontinuità con l’ebreo diasporico affiora anche nella stessa denominazione dell’Autorità: Autorità per il memoriale dei martiri e degli eroi. Il termine“eroi” indicava la volontà di assoggettare anche la memoria ai valori che dominavano la cultura di una società che si considerava emancipata dal proprio passato.
Il sito prescelto per il memoriale è un’altura prossima al Monte Herzl, il cimitero nazionale: un accostamento tutt’altro che casuale e altamente significativo.
Il primo edificio a essere realizzato, nel 1961, è il memoriale noto come Ohel Izkor, “Tenda del ricordo”. Al suo interno rimane acceso un fuoco perpetuo, il Ner Tamid. L’oscurità e il silenzio avvolgono lo spazio e inducono chi vi accede a una forte suggestione di fronte alla sciagura inflitta dagli uomini ad altri esseri umani. I luoghi dello sterminio, emblematici della tragedia della Seconda guerra mondiale, sono incisi a terra. La forza evocativa di questo spazio è universale e si estende, è permesso credere, per riflesso, alla commemorazione di tutte le tragedie avvenute nella lunga storia della diaspora, e non soltanto di quella ebraica.
Quando la memoria diventa spettacolo
Il sito di Yad Vashem si è progressivamente espanso, fino a diventare un esteso campus, dove la “celebrazione della memoria” ha da tempo perso la propria unicità. Il ruolo che ha dato origine al luogo viene oggi declinato in una molteplicità di fulcri dedicati a temi e azioni legati sempre alla Shoah, ma nei quali, inevitabilmente, la crescente ricerca della spettacolarizzazione per attirare pubblico viene spesso confusa con il divertimento.
La trasmissione della conoscenza e della memoria – una delle missioni più alte, quella della didattica e dell’insegnamento alle generazioni future, quale modo per mantenere viva la memoria – rischia così di essere contaminata da valori identitari, dall’orgoglio collettivo, dal patriottismo e dalla celebrazione dell’eroismo, presentati come antidoto affinché simili tragedie non si ripetano.
Il percorso, ahimè, lo constatiamo, è stato breve: la pretesa, apparentemente fondata sull’efficientamento e sull’indipendenza economica e gestionale, sembra essere avvenuta a scapito della missione originariamente assegnata, relegando l’ebraismo della diaspora a un ruolo marginale, se non quando necessario per attingere a finanziamenti.
La Valle delle Comunità
Eclatante è l’utilizzo che viene fatto, proprio in questi giorni, di uno dei luoghi più significativi del campus: la Valle delle Comunità.
Al contrario dell’Ohel Izkor, dove i nomi dei luoghi dello sterminio sono rievocati come riferimenti da ricordare, qui il visitatore si trova immerso in un percorso labirintico esteso, è mai lo si percepisce, su un’area di circa 10.000 metri quadrati, scavato in profondità nel terreno. Lo sguardo è costretto a una prospettiva corta, rivolta quasi esclusivamente verso le pareti o, in alto, verso il cielo, che funge da tetto.
Sulle pareti, erette con grandi massi di pietra, sono incisi i nomi di circa 5.000 comunità ebraiche colpite – nella maggior parte dei casi sterminate – dalla furia nazifascista.
I progettisti, Lipa Yahalom e Dan Zur, hanno ideato questo spazio, da loro definito un “anti-monumento”, proprio attraverso la sua dimensione negativa: uno spazio nel quale l’orientamento si perde, nonostante – o forse proprio a causa – dell’infinito susseguirsi di riferimenti, nomi di città e paesi, lingue e comunità rievocati singolarmente, senza distinzione tra grandi e piccoli, tra più o meno conosciuti, accomunati da un unico destino: essere stati luoghi consacrati alla banalità del male.

La profanazione di un luogo della memoria
È inaudito che proprio l’Autorità per il memoriale dei martiri e degli eroi faccia oggi un uso improprio di questo luogo, profanandone l’immaginario e inquinando quella memoria che, come Autorità, è stata chiamata a coltivare e proteggere.
È sconcertante la disinvoltura con la quale vengono incastrate delle tribune all’interno dello spazio del memoriale; ancora più grave è il coraggio di utilizzare i grandi massi di pietra come fondale per proiezioni, trasformandoli consapevolmente in uno scenario sul quale somministrare al pubblico – attirato con l’inganno – narrazioni mirate e diverse da quelle che quel luogo consacra e custodisce.
Gli ebrei della diaspora, molti dei quali, come chi scrive, sono eredi o superstiti delle comunità i cui nomi sono incisi su quelle pietre, non possono rimanere indifferenti.
Gli architetti, come lo sono io, vedono in quest’opera architettonica un luogo concepito per riscattare l’anima di chi lo attraversa, per restituire dignità a una memoria violata. Vederla oggi utilizzata in modo improprio, quasi fosse un semplice fondale scenografico, significa umiliare non soltanto l’opera, ma anche la memoria che essa custodisce.
Cultori e operatori impegnati nel mantenere viva la memoria della Shoah – io come molti altri – siamo indignati dalla deviazione che Yad Vashem sembra oggi imporre a una memoria che non appartiene soltanto a un’istituzione, né soltanto allo Stato d’Israele.
Quella memoria appartiene anche agli ebrei della diaspora, agli eredi e ai discendenti delle comunità distrutte, e, per la sua portata storica e umana, deve essere considerata patrimonio universale.
David Palterer