Leggo su Open che «a gettare discordia tra i dem è sempre il richiamo alla contestata definizione di antisemitismo fornita dell’Ihra e adottata dal provvedimento: il pericolo, denunciano i più critici, è che la lotta alle discriminazioni finisca per incidere sulla libertà di critica verso Israele e il governo di Netanyahu».
Peccato che la contestata definizione Ihra non sia affatto contestata bensì promossa dall’Unione europea.
Peccato che tale definizione sostenga che «le critiche verso Israele simili a quelle rivolte a qualsiasi altro paese non possono essere considerate antisemite».
Peccato che se la definizione Ihra vietasse le critiche sarebbe incostituzionale, sarebbe contraria alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea e alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’Uomo e della libertà fondamentali
Piuttosto, è legittimo domandarsi perché, se la definizione Ihra è così viziata e difettosa, si ricorra a palesi menzogne per combatterla, quando basterebbe il suo solo testo a screditarla.
Può una democrazia sopravvivere quando la verità cessa di essere un valore e l’inganno diventa la regola? Può una democrazia sopravvivere quando un Paese che emanò le leggi razziali, contrariamente a quanto pratica la Germania, considera che il 25 luglio 1943 operi un taumaturgico lavacro delle sue responsabilità storiche, strapazzando un giorno sì e l’altro pure la sua minuscola minoranza ebraica?
Nel nostro caso, vi è da meravigliarsi sull’ostilità nei riguardi della definizione Ihra di antisemitismo, visto che, già adottata dal governo Conte, è entrata a far parte, come soft law, dell’ordinamento italiano. Sennonché, quando si attacca il ddl antisemitismo non lo si fa per il suo contenuto bensì per la definizione Ihra. Ecco, così ci si muove, nel 2026, fra ignoranza e menzogne. Ma tutto questo quale futuro prospetta per la nostra democrazia?
Emanuele Calò