La Gerusalemme che non fa notizia e dà speranza

La Gerusalemme che non fa notizia e dà speranza

Sarà la fibrillazione pre-Rosh Hashanà che si avverte per le strade polverose e ancora calde di Gerusalemme, tra le slichot ormai diventate un rituale musicale quotidiano; sarà l’evasione dall’ansia per le elezioni che si avvicinano, ma vorrei condividere la mia esperienza di quest’ultima settimana, a contatto con realtà che danno speranza per l’anno nuovo. In questa città divisa — a cerchi concentrici che quasi non si intersecano mai, di verità ritenute assolute e tensioni a fior di pelle — esiste un sostrato di attivismo civile che cerca di oltrepassare i propri limiti, di uscire dalla propria comfort zone, di conoscere l’altro, nel rispetto reciproco e con una volontà pratica di costruire una realtà diversa. Per quelli che amano Gerusalemme, e soprattutto per quelli che la giudicano senza conoscerne le complessità, vorrei descrivere qui le attività di varie no profit che, giorno dopo giorno, lavorano in collaborazione tra ebrei e arabi, cristiani e musulmani, uomini e donne, professionisti e volontari. La chiave è puntare su ciò che hanno in comune e, attraverso questo, conoscersi e lavorare insieme per costruire alternative.
Così, un pomeriggio di questa settimana, sedici squadre di no profit che lavorano a Gerusalemme Est e Ovest hanno partecipato a tornei di calcio e basket al Gan HaPaamon, a meno di 100 metri dalla centrale via di Emek Refaim e il quartiere misto Abu Tor. È una delle varie attività organizzate da Kulna, una no profit che da dieci anni facilita spazi di convivenza tra Gerusalemme Est e Ovest, attraverso incontri culturali (incontri bilingui per bambini e adulti, musica e teatro, tour specializzati), sport e volontariato (distribuzione di cibo e vestiti, piattaforme di scambio tra no profit). Alcuni progetti si sviluppano in no profit indipendenti, come un’iniziativa di scambio linguistico ebraico-arabo per donne, che ha già superato le 3.000 partecipanti. Partecipando insieme si scoprono realtà così vicine geograficamente, ma letteralmente trasparenti finché non si vuole vedere e/o ascoltare.
La stessa sera, a pochi metri dal Gan HaPaamon, nel museo della Torre di Davide (Migdal David), la Jerusalem Foundation — iconica organizzazione che si adopera per il rinnovamento urbano e sociale della città — ha presentato il Keren Shai Li, un fondo sostenuto da donatori israeliani. Ispirato dalla visione dell’amato presidente Shai Doron, recentemente scomparso, il fondo sostiene iniziative sociali e artistiche, con particolare attenzione a trattenere i giovani che abbandonano una città sempre più cara e omogenea. Non solo i progetti sostenuti sono interessanti, ma anche il fenomeno stesso della filantropia israeliana, che esiste e ha un forte impatto a livello locale.
Il giorno dopo, la Interfaith Encounter Association celebrava i suoi 25 anni di attività nel promuovere “una coesistenza sostenibile attraverso un dialogo interreligioso interattivo”: non un messaggio ecumenico, ma una piattaforma sicura per conoscere l’altro nel rispetto reciproco. Conta più di 8.000 membri in tutta Israele e collabora con sette gruppi nei Territori Palestinesi, che si ritrovano in riunioni, conferenze di studio e confronto, incontri di donne e di giovani su temi diversi.
Altre no profit puntano più specificamente sulla tecnologia come strumento di empowerment. Nata a Gerusalemme più di vent’anni fa, Machshava Tova opera per portare l’educazione digitale a bambini, giovani e anziani, ebrei e arabi, haredim, etiopi e altri. Ormai ha superato i confini di Gerusalemme: dagli asili al confine con Gaza ai centri comunitari di Acri, fino ai rifugi antimissile di Kiryat Shmona, trasformando la vita di oltre 40.000 persone su tutto il territorio nazionale (150 località). Non offre solo corsi per competenze professionali, ma anche momenti di incontro tra gruppi di persone — magari vicini di quartiere — che altrimenti non si sarebbero mai conosciuti: come alla finale di EchoTech, un torneo in cui squadre di ragazzi e ragazze delle scuole superiori da tutto il paese presentano a un panel di esperti High Tech progetti sviluppati durante l’anno (apps, prototipi in 3D, siti web etc.); i vincitori ottengono premi per trasformare il loro progetto in realtà.
Tutte queste no profit, che lavorano giorno dopo giorno per la convivenza, la conoscenza reciproca e l’empowerment hanno bisogno del nostro supporto, contribuendo ognuna a suo modo a modificare la complessa realtà che ci circonda, un passo alla volta. Questo non toglie che le tensioni rimangano, e che a livello politico — locale, nazionale ed internazionale— un cambiamento sia necessario; ma conoscere e sostenere queste attività, e le persone che vi sono coinvolte, dà speranza.
Shanà tovà

Luisa Levi D’Ancona Modena
Gerusalemme

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