ROSH HASHANAH

Tutte le parole e i suoni della festa

Tutte le parole e i suoni della festa

Un anno nuovo non deve necessariamente essere un nuovo inizio: il tempo procede lungo una spirale e a volte il calendario gira ma le domande restano, così come i problemi. E ci sono anni che finiscono senza essersi conclusi davvero mentre continuano a proiettare la loro ombra su quello che verrà. Rosh Hashanah torna con parole antiche, che non arrivano però mai nello stesso modo: giudizio, memoria, teshuvà, vita, morte… che significano, dunque, entrando nel 5787? Cosa speriamo accada nei prossimi dodici mesi, cosa abbiamo imparato dall’anno che finisce tra poche ore e, soprattutto, cosa siamo disposti a cambiare? L’idea stessa di giudizio puà sembrare distante, o persino difficile da abitare in un tempo nel quale la vulnerabilità è così concreta, ma proprio per questo la domanda resta. Cosa significa essere responsabili in un mondo in cui così poco è sotto il nostro controllo? Dove finisce la responsabilità individuale e comincia quella collettiva? Cosa possiamo augurarci? Per rav Ariel Di Porto «Rosh Hashanah ci chiede di ascoltare, e nel contesto attuale in cui sono enormi le pressioni sul mondo ebraico, anzitutto ascoltare noi stessi. Il pericolo di venire messi a tacere, o di iniziare a pensare che esprimersi sia superfluo o inutile purtroppo è concreto. Non dobbiamo cadere nel tranello». La tradizione ebraica non offre una risposta semplice: da una parte c’è la responsabilità della persona, la possibilità di cambiare, la teshuvà, e dall’altra conosce da sempre la sproporzione fra ciò che l’uomo desidera e ciò che può effettivamente governare.
Ricorda allora rav Jacov Di Segni che «nella parasha che leggeremo il secondo giorno di Rosh haShanah si parla della Akedat Itzchak, il mancato sacrificio di Isacco, che secondo la tradizione avvenne proprio il giorno di Rosh Hashanah. Si tratta di una prova molto difficile da affrontare per un padre e per un figlio, ma che Abramo e Isacco riuscirono a superarla pienamente, lasciandoci il merito come modello di riferimento per le generazioni. Nel brano troviamo un’espressione ricorrente: “E camminavano loro due insieme”. Nonostante il momento drammatico continuavano a tenersi per mano e a camminare avanti. Impariamo ad affrontare le prove con coraggio, guardando sempre avanti ma soprattutto tenendoci sempre per mano e ricordandoci che siamo parte di un unico Popolo». “Noi” è un’altra parola che Rosh Hashanà rende difficile e necessaria, la festa parla all’individuo e alla collettività: ogni persona è chiamata a rispondere di sé, insieme agli altri. Il giudizio è personale e nello stesso tempo riguarda una comunità in una tensione antica che oggi assume un significato particolare.
Ruth Mussi, insegnante di lingua e cultura ebraica presso la Comunità di Torino e psicologa, propone un messaggio che è allo stesso tempo incoraggiante e impegnativo: «Ein ha-davar taluy ellà vi, ossia “la cosa non dipende da nessun altro tranne che da me”. È qualcosa che può darti la forza e il coraggio e la capacità di creare il mondo». Continua spiegando che si tratta della conclusione di un midrash in cui si racconta di un uomo che ha compiuto molti peccati: «Peccato può essere qualsiasi deviazione dalla strada che porta alla felicità, all’integrità e alla completezza. Quando quest’uomo ha iniziato a chiedere misericordia al cielo, alla terra, alle montagne e ai fiumi, quando ha chiesto un aiuto, la risposta che ha ricevuto è stata che ognuno può chiedere solo per se stesso. In quel momento morì e una voce celeste disse che in quel momento aveva capito tutto. Il mio augurio è non dover arrivare a questo momento, non dover passare tutto il travaglio che ha passato quest’uomo: le cose dipendono da noi, siamo capaci di fare il primo passo verso la felicità». Forse anche per questo l’idea di teshuvà non può essere ridotta al pentimento. Può essere un ritorno. Ma verso dove? A una condizione precedente? A un’identità più autentica? A un rapporto diverso con D.o, con gli altri, con se stessi? Dopo anni nei quali il trauma e la paura hanno modificato il modo di guardare al futuro, che cosa significa davvero “tornare”?
Una fase difficile cui risponde brevemente la morà Alisa Luzzatto, da Milano: «È difficile, ma auguro a tutti di trovare la forza di non lasciarsi travolgere dalla negatività dello sguardo su di noi».
Amedeo Spagnoletto, sofer e direttore del Meis di Ferrara, suggerisce di richiamarsi a un passo della amidà di Rosh haShanah: «C’è bisogno che si ripristinino una serie di situazioni che al momento sono purtroppo lontane da noi. Si invoca: dai cavod al tuo popolo. Che siano lodati coloro che Ti temono. Dai forza di argomenti a coloro che si ispirano a Te»
E da Trieste Nathan Novelli, che dirige la scuola ebraica, risponde: «Se dovessi scegliere una sola immagine per varcare la soglia del 5787, dopo un tempo che ci ha consumati d’angoscia e costretti a contare ferite e distanze persino e soprattutto tra noi, sceglierei lo schianto della Teru‘ah. In mezzo a tutto il frastuono di questi mesi, la tentazione più ovvia e comprensibile è stata quella di blindarsi, di alzare muri per proteggere ciò che resta, di scambiare la durezza per forza e la semplificazione per salvezza. Eppure Rosh Hashanah non ci accoglie con uno squillo di vittoria o con una certezza; ci mette davanti a un corno che balbetta, geme e si frantuma in nove frammenti sconnessi. Quel suono spezzettato è la verità cruda della condizione in cui arriviamo a questo Capodanno: siamo ammaccati, spesso impauriti, talvolta furiosi e divisi fin quasi a non riconoscerci più. L’insegnamento urgente, allora, non è cercare una finta pacificazione o pretendere che la crepa non esista, ma ricordare ciò che diceva il maestro di Kotzk: non c’è nulla di più intero di un cuore spezzato. Un cuore corazzato non impara, non ascolta e finisce per scambiare il proprio isolamento per virtù; una comunità che scambia l’unanimità con la coesione finisce per soffocare se stessa. L’unica cosa davvero vitale da portarsi via dall’anno trascorso è il rifiuto della corazza, la caparbia ostinazione a non lasciare che il dolore diventi cinismo o sospetto verso l’altro. Entrare nel 5787 significa avere il coraggio di guardarsi negli occhi dentro la nostra imperfezione comune, sopportare la fatica di pensieri non allineati e riconoscere che proprio lì, dove la ceramica si è rotta e fa male toccarla, comincia l’unica vera possibilità di riparazione e di futuro». E lo shofar può accompagnare in questa direzione: è un suono che interrompe il discorso. Non spiega, non dimostra, non convince, chiede attenzione. In un tempo nel quale tutti hanno una posizione e quasi tutto diventa immediatamente parola pubblica, che cosa significa ancora ascoltare? Cosa accade quando una comunità non riesce più ad ascoltare le voci che provengono dal suo interno? Le letture di Rosh Hashanà complicano qualsiasi tentativo di ridurre la festa a un messaggio rassicurante: ci sono la promessa e la paura, la maternità e la separazione, la vita e la possibilità della perdita. Il nuovo anno non comincia mettendo fra parentesi ciò che è difficile e la tradizione non sembra chiedere di entrare nell’anno nuovo dimenticando la fragilità della vita. Chiede di attraversarla.
Chiude il discorso rav Riccardo Di Segni: «Dobbiamo spostare l’attenzione da tutte le cose che ci preoccupano e pensare al nostro presente e futuro con simchà, sì, con gioia. Shanà tovà».

Ada Treves

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