La rete dove uno vale uno (e la storia non vale nulla)

La rete dove uno vale uno (e la storia non vale nulla)

I social media mi ossessionano, nella misura in cui diventano una gabbia di zombi. Uno zombi, chissà quanto spontaneamente, inanella un motivo ricorrente (Al Bano è andato a cantare in Israele indifferente al genocidio, non bisogna cantare agli ebrei, aggiungo io) e una schiera infinita di individui aderisce e rincara la dose. Sono i congegni dei social, i quali somigliano troppo all’inconscio collettivo junghiano perché me ne accorga solo io. Giorgia Lauro, su Sipsiol, scrive che «Nel mondo di internet, la manifestazione dell’inconscio collettivo la si può rintracciare nelle parole di Schafer quando afferma che “tu sei ciò che condividi“. Internet e i social media sono passati dall’essere un servizio online a disposizione dell’utente ad una vera e propria infrastruttura sociale che si muove lungo sessioni di codice HTML».
Sul sito del Museo Diocesano Trentino si legge: «Il 23 marzo 1475 Simone Lomferdorm, un bambino di circa due anni, scomparve misteriosamente tra i vicoli di Trento. Il suo corpo venne ritrovato la mattina di tre giorni dopo nei pressi dell’abitazione di una famiglia ebrea. In base a radicati pregiudizi, la responsabilità del rapimento e del delitto fu subito attribuita ai membri della locale comunità ebraica. L’accusa si fondava sulla convinzione che gli ebrei compissero sacrifici rituali di fanciulli cristiani con lo scopo di reiterare la crocifissione di Gesù, servendosi del sangue della vittima per scopi magici e religiosi. Incarcerati per ordine del principe vescovo di Trento Johannes Hinderbach, gli ebrei vennero processati, costretti a confessare sotto tortura e infine giustiziati. Proprio in virtù del presunto martirio, Simone divenne presto oggetto di un intenso culto locale, che papa Sisto IV vietò sotto pena di scomunica. La prudenza e i dubbi della Chiesa non riuscirono ad opporsi ad una venerazione tributata per via di fatto e costruita utilizzando due potenti mezzi di comunicazione: le immagini e il nuovissimo strumento della stampa tipografica. Grazie alla macchina della propaganda, abilmente orchestrata dal vescovo Hinderbach, il culto di Simonino si estese presto ad altre zone dell’Italia centro-settentrionale e della Germania, riuscendo a imporsi come prototipo di tutti i presunti omicidi rituali dei secoli a seguire. Solo nel Novecento, negli anni del Concilio Vaticano II, la rilettura critica delle fonti ha ristabilito la verità storica: il 28 ottobre 1965, lo stesso giorno in cui venne pubblicato il documento conciliare Nostra Aetate, la Chiesa abolì il culto del falso «beato»».
Quando i media aboliranno il culto dell’infanticidio israeliano? Già ora, desta stupore la tesi che i soldati israeliani partano non a combattere Hamas bensì a uccidere bambini: sarebbero idioti, criminali, sadici oppure tutti e tre gli stigmi? Una mia amica mi manda da Modi’in, le foto dei nipotini appena arruolati, dei ragazzini spauriti ma consapevoli che difenderanno la patria; un altro amico, da Rehovot, mi manda la foto del nipote, arruolato in marina. Nessuno ha voglia di combattere, è un dovere che incute un timore arginato dalla consapevolezza. Immaginare che vogliano uccidere i bambini è credibile quanto un loro teletrasporto ad opera degli alieni.

Eppure, la notizia su Al Bano responsabile di aver cantato in Israele la trovo sul Corriere della Sera del 16 settembre 2026, che fa risalire l’accusa ai social media. Questo significa che trascurare il ruolo dei social media equivale a nascondere la testa nella sabbia. Le stupidaggini che vi si trovano non possono essere liquidate come forme di disagio psichico, bensì come la conseguenza di quanto insegnato dai mass media seri, dalla letteratura seria, dai testi scolastici seri. Un circolo perfetto, dove «tout se tient».

Chi immette in modo maniacale pagine e pagine di demonizzazione congiunta di Israele e degli ebrei? Perché si applaude per 25 minuti un film (Naza) di accuse a Israele, dove gli accusatori sono anonimi? Le denunce segrete nella Repubblica di Venezia venivano inserite nelle famose Bocche di Leone (Venezia), ma in linea generale non potevano essere anonime se non per casi gravissimi di pericolo per lo Stato. Sennonché, dal 1542, per evitare calunnie e vendette personali, fu stabilito che ogni denuncia dovesse essere firmata e riportare i nomi di almeno due testimoni.

Diciamolo agli storicisti: sbagliate! Siamo tornati a un periodo precedente al 1542, mentre l’uso dei mezzi elettronici poco o nulla può fare al cospetto delle derive funeste della mente umana. La macchina dell’odio – intendiamoci – dovrebbe essere esaminata dagli psicologi. Ma che fanno? Qualche giorno addietro ho scoperto con raccapriccio che un mentecatto antisemita, che riempiva di contumelie il prossimo, era un luminare di un istituto prestigioso di psicologia. Vedete come si chiude il cerchio, con questa conclusione: la democrazia degli energumeni accoglie sia le eccellenze che il ciarpame, determinando una democrazia dove davvero uno vale uno, con le necessarie riserve sulla parola «vale».

Emanuele Calò

I nostri siti