Sionismo, una parola costretta

Sionismo, una parola costretta

All’inizio, «sionismo» indicava un’idea condivisa, seppure diversamente declinata, incentrata su un immaginario di Sion, uno dei nomi con cui si identifica Gerusalemme: un sogno, il desiderio di tornare idealmente ai tempi e in un luogo nei quali, prima dell’esilio, il popolo ebraico aveva vissuto con relativa autodeterminazione.
In seguito, dagli inizi del XIX secolo, si fregiarono del titolo di «sionisti» coloro che, anche sotto l’influsso dei risorgimenti nazionali europei, decisero di agire concretamente per trasformare quella speranza nella fondazione di uno Stato libero. Quando il sogno divenne realtà, però, la parola perse in parte il suo significato originario e assunse un carattere più «romantico», dai contorni sempre più vaghi. Per alcuni divenne persino politicamente obsoleta; per altri, soprattutto tra gli immigrati arrivati successivamente e che non avevano partecipato alla costruzione dello Stato, finì per assumere un significato che essi consideravano perfino offensivo nei propri confronti. Si trovarono così a essere beneficiari di una patria democratica, di un’organizzazione politica e sociale che non sentivano necessariamente come propria.
Fu allora, una volta esaurito il periodo eroico della costruzione dello Stato, che qualcuno cominciò gradualmente ad appropriarsi del termine — non senza una certa astuzia — legandolo sempre più strettamente alla fede e trasformando l’antico sogno, ormai realizzato, in qualcosa di profondamente diverso.
Il sogno non è più quello di «essere un popolo come tutti gli altri», ma quello di un ritorno a un presunto «antico splendore»: un popolo che, sotto la protezione — volontaria o meno — di Dio, comunque interpretata e mediata dagli stessi soggetti, si ritiene autorizzato a fare agli altri ciò che gli ebrei auspicavano di non dover subire durante i loro lunghi anni di sudditanza e di esilio.
La trasformazione avvenuta nel significato del termine «sionismo» è divenuta percepibile a seguito della Guerra dei Sei Giorni e, in modo ancora più accentuato, con gli accordi di Oslo del 1993. L’attuale sionismo ha infatti tagliato corto con le culture che ispiravano il movimento storico e non presenta al suo interno quelle sfaccettature – laiche, socialiste, religiose – che, pur con l’esclusione degli haredim, erano presenti, seppure in forme diverse, nella società ebraica dell’epoca. Non mancava neppure, benché minoritaria, la corrente revisionista di Jabotinsky.
Coloro che oggi si fregiano del titolo di «sionisti» finiscono così per strumentalizzare un’importante eredità, trascinandola fuori dal suo contesto storico, culturale e politico e riproponendola, ormai ridotta a un nome, per rivendicare la propria appartenenza a quella storia. Di fatto, però, sembrano seguire piuttosto le orme comportamentali del sabbatianesimo, nella misura in cui la fede si ripiega su una visione identitaria senza confini, nella quale un credo religioso e il fanatismo politico finiscono per sovrapporsi senza soluzione di continuità. In un clima di qualunquismo diffuso come quello contemporaneo, questa commistione riesce, ahimè, a presentarsi come una sorta di panacea esistenziale, con il concreto rischio di influenzare l’esito delle prossime elezioni.

David Palterer

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