Il porto di Eilat rischia di fermarsi del tutto. L’avanzata degli Houthi lungo la costa yemenita e il rafforzamento della loro presenza nello stretto di Bab el-Mandeb minacciano anche la poca attività rimasta nello scalo meridionale israeliano. Prima del 7 ottobre 2023, Eilat era ad esempio uno dei principali punti d’ingresso in Israele per le automobili importate via mare; oggi arriva in media una sola nave al mese, con circa 4.700 veicoli a bordo, una frazione dei volumi precedenti.
Gli Houthi hanno conquistato di recente la città portuale di Mokha e consolidato il controllo su aree strategiche dello stretto, passaggio obbligato tra il Golfo di Aden e il Mar Rosso. Una posizione che permette loro di minacciare la rotta verso Suez e l’accesso a Eilat.
La crisi del porto, racconta net, è iniziata alla fine del 2023, quando gli Houthi hanno intensificato gli attacchi contro le navi nel Mar Rosso e sequestrato anche un’imbarcazione diretta verso il porto israeliano. Le compagnie di navigazione hanno progressivamente evitato l’area e gran parte dell’importazione israeliana di automobili è stata trasferita ad Ashdod e Haifa. Ricavi che arrivavano a circa 69 milioni di euro l’anno sono così crollati quasi a zero. Anche il collegamento alternativo organizzato attraverso la vicina Aqaba garantisce soltanto il 15-20 per cento dei normali volumi.
Per Hezi Halaouia, presidente della Israel Ports Company, la crisi dimostra la necessità di pensare oltre l’emergenza. «Il blocco di Bab el-Mandeb sottolinea la necessità nazionale di ridondanza strategica e dello sviluppo di corridoi commerciali e ponti terrestri alternativi», ha dichiarato a Ynet. Con oltre il 98 per cento del commercio israeliano dipendente dal mare, ha aggiunto, ogni interruzione delle rotte si riflette «sul costo della vita, sulle materie prime e sulla resilienza economica del Paese».
Yehoshua Krasna, esperto di paesi del Golfo e geoeconomia del Moshe Dayan Center dell’Università di Tel Aviv, ha spiegato a Ynet che gli assicuratori non vogliono assumersi il rischio del passaggio attraverso Bab el-Mandeb. Per circa due mesi, un terzo del commercio che attraversava quella rotta è così scomparso. Gli Houthi hanno colpito navi saudite e infrastrutture petrolifere, mentre l’allungamento delle rotte attorno all’Africa fa crescere costi e prezzi. A pagare un prezzo particolarmente alto è anche l’Egitto, per la perdita di traffico e introiti dal Canale di Suez.
La questione, avverte in un altro approfondimento su Ynet l’analista Ron Ben Yishai, va però oltre Eilat. Gli Stati Uniti hanno tentato tre campagne aeree contro gli Houthi senza riuscire a eliminare la loro capacità di bloccare Bab el-Mandeb o lanciare missili e droni. Anche Israele ha ottenuto «deterrenza», ma «non ha distrutto le capacità militari degli Houthi».
Per Ben Yishai, Israele può aiutare l’Arabia Saudita con intelligence, sistemi di rilevamento e indicazioni su come individuare e colpire gli impianti sotterranei degli Houthi. Ma non basta. «Servono forze sul terreno» capaci di respingere la milizia verso il nord dello Yemen, sostiene l’analista. Nel frattempo a Gerusalemme si spera nella nascita di una coalizione internazionale che coinvolga anche i paesi europei danneggiati dalla crisi. Finché continueranno ad arrivare dall’Iran componenti per missili e droni, conclude Ben Yishai, «il problema non sarà risolto».
MEDIO ORIENTE
Gli Houthi stringono Bab el-Mandeb, Eilat teme la paralisi