Israele

Alghe nel Mediterraneo, si fermano i desalinizzatori

Alghe nel Mediterraneo, si fermano i desalinizzatori

Cinque dei sei principali impianti di desalinizzazione israeliani continuano a funzionare a capacità ridotta, producendo fino alla metà dell’acqua rispetto ai livelli abituali. A ostacolarne l’attività è una concentrazione eccezionale di microalghe nel Mediterraneo: una distesa arrivata a coprire 100 chilometri di costa e a intasare i sistemi di filtraggio. A quasi tre settimane dall’inizio dell’emergenza, l’Autorità per l’acqua si prepara a gestire la crisi ancora per diverse settimane, forse fino alla fine dell’anno.
L’allarme è scattato a fine agosto, quando sono stati fermati gli impianti di Ashkelon, Ashdod, Palmachim, Sorek A e Sorek B. Quello di Hadera è rimasto almeno parzialmente operativo. Un primo tentativo di riavviare le strutture è fallito per un nuovo aumento della torbidità dell’acqua, spiegano le testate Globes e Haaretz.
Al suo apice, la fioritura si è estesa per sette chilometri verso il largo. Le microalghe, probabilmente provenienti dal delta del Nilo e trasportate dalle correnti verso Gaza e Israele, sarebbero proliferate a causa delle temperature del Mediterraneo superiori alla media. Edo Bar-Zeev, docente dell’Università Ben-Gurion, ha definito il fenomeno «un megaevento inaspettato». «In vent’anni di campionamenti delle acque marine non ho mai visto nulla di simile», ha spiegato alla Bbc.
Negli impianti israeliani l’acqua marina viene trasformata in acqua potabile attraverso l’osmosi inversa, un processo in cui viene spinta ad alta pressione attraverso membrane capaci di trattenere sale e impurità. Prima di questa fase, l’acqua viene sottoposta a una serie di filtraggi. Una quantità troppo elevata di particelle e materiale organico, come nel caso delle microalghe, può però ostruire i filtri e danneggiare le membrane. Da qui la decisione di ridurre la produzione, evitando guasti che richiederebbero interventi lunghi e costosi.
Le analisi dell’Istituto nazionale di oceanografia hanno stabilito che gli organismi non sono tossici.
Alcuni esperti hanno indicato tra le possibili cause anche le acque reflue provenienti dalla Striscia di Gaza, dove gran parte delle infrastrutture fognarie è stata distrutta durante la guerra. «Sappiamo che i liquami forniscono nutrienti e che le alghe proliferano rapidamente quando ne trovano in abbondanza», ha spiegato alla Bbc Gidon Bromberg dell’organizzazione EcoPeace Middle East. L’ipotesi non è stata finora confermata dall’Autorità israeliana per l’acqua.
Gli impianti colpiti producono oltre il 60% dell’acqua potabile israeliana, ma il sistema ha retto: secondo l’azienda idrica Mekorot, il 99% delle abitazioni non ha subito interruzioni. A Gerusalemme sono state utilizzate alcune autobotti, mentre in diverse località sono stati segnalati cali di pressione. Per compensare la minore produzione, Mekorot sta attingendo al lago di Tiberiade, alle falde e ai bacini di accumulo. Sono state invece ridotte le forniture all’agricoltura e l’irrigazione di parchi e giardini pubblici.
L’episodio, ha osservato Bromberg, rappresenta «un campanello d’allarme» per Israele e per l’intero Medio Oriente, sempre più dipendente dalla desalinizzazione per garantire la propria sicurezza idrica.

I nostri siti