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Tra due fiumi

Tra due fiumi

Pochi pensatori hanno influenzato il pensiero del Novecento quanto Franz Rosenzweig. Non sono un filosofo, e confesso di non avere letto neanche per intero la sua straordinaria Stella della Redenzione (testo di non scorrevolissima lettura), ma alcune frasi di quel libro fantastico mi sono rimaste incastonate per sempre nel cuore, come delle gemme preziose. «L’ebraismo, unico al mondo, cresce per diminuzione, per sottrazione. Ogni generazione – cito a memoria – è chiamata a eliminare i “resti” dell’ebraismo, per cercare di raggiungere la sua essenza». Non vale lo stesso per la nostra vita? Non cerchiamo, giorno dopo giorno, di raggiungere la nostra essenza, scartando i ‘resti’ che la coprono? Rosenzweig non sta solo accanto a Platone e a Spinoza, ma anche al Qohelet e a Leopardi. È un poeta, un investigatore dell’anima.
A poco più di un secolo dalla pubblicazione di Der Stern der Erlösung, avvenuta nel 1921, quando l’autore (che, in realtà, avrebbe voluto che apparisse postuma) aveva solo 35 anni, Claudia Milani dedica all’immenso pensatore un suggestivo libro, adatto anche ai non addetti ai lavori: Tra due fiumi. Ebraismo e filosofia nel pensiero di Franz Roenzweig, Salomone Belforte, Livorno, 20026, pp. 158, euro 25.
Il libro consta di una introduzione, tre capitoli e due “intermezzi”.
Nel primo capitolo, dall’intrigante titolo Il vecchio pensiero, dalla Ionia a Iena, la studiosa cerca di ripercorrere il complesso tragitto che dalla scienza greca arriva alla filosofia tedesca dell’Ottocento, e dal quale Rosenzweig prende le mosse, per allontanarsene radicalmente.
Nel primo “Intermezzo”, intitolato Il confronto con Immanuel Kant, vengono spiegate le ragioni di fondo del distacco di Rosenzweig dalle visioni del padre della filosofia moderna, e del problema di fondo delle loro diverse concezioni del Dio creatore.
Il secondo capitolo, Tra “vecchie parole” e “nuovo pensiero”, affronta il complesso problema della ebraicità del pensatore (che, com’è noto, aveva, in un primo momento, scelto di abbandonare la religione dei suoi genitori, per convertirsi al luteranesimo), e della sua eterodossia rispetto alla tradizione mosaica. 
Il secondo “Intermezzo”, Il confronto con la Bibbia ebraica e la halachà, passa in rassegna i diversi aspetti del rapporto del filosofo con l’ebraismo, che viene sviscerato in tre paragrafi: 1) Il rapporto con la Torah, 2) Il rapporto con la lingua ebraica, 3) Il rapporto con la halachà.
Nel terzo capitolo, Nel mondo incessantemente rinnovato, viene analizzata l’essenza del pensiero di Rosenzweig, partendo dal problema principale della collocazione e della funzione dell’uomo nel creato: 1) L’esperienza della relazione; 2) La rivelazione come orientamento; 3) Il bisogno dell’altro e il tempo preso sul serio. Pagine dalle quali si ricava la profondità dell’influenza di questo pensiero su quello di altri giganti del Novecento, quali Martin Buber, Gershom Scholem, Walter Benjamin, Emmanuel Levinas.
Tra i tanti spunti di riflessione emergenti dal volume, vorrei solo accogliere due domande formulate nel secondo capitolo: si può parlare di Rosenzweig come di un “filosofo ebreo”? e si può parlare di una “filosofia ebraica”? Due domande alle quali do due “non risposte”, ricavate da due grandi intellettuali ebrei.
Il primo è il già ricordato Walter Benjamin, il quale, nel suo famoso saggio L’opera d’arte nell’epoca della riproducibilità tecnica, apparso nel 1935, a proposito della domanda se la fotografia potesse essere considerata anch’essa una forma d’arte, osservò che tale domanda era errata, e quella esatta sarebbe stata: “In che modo la fotografia ha cambiato la nozione di ‘arte’?”.
Il secondo è il critico d’arte americano Harold Rosenberg, che, nel 1966, nella conferenza d’inaugurazione del Jewish Mesum di New York, pose la domanda “Is there a Jewish Art?”, alla quale rispose così: “The Gentile Answer is: Yes, there is a Jewish Art, and No, there is no Jewish Art. Both of them are antisemitic. The Jewish Answer is: What do you mean by Jewish Art?”.
Ecco, riguardo alla ebraicità di Rosenzweig e all’esistenza di una filosofia ebraica, le domande sarebbero due: che vuol dire “filosofia ebraica”? e poi: in che misura Franz Rosenzweig ha cambiato l’ebraismo, e la filosofia?

Francesco Lucrezi

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