L’Assemblea generale delle Nazioni Unite offre a Stati Uniti e Iran un nuovo spazio per proseguire il negoziato. A New York gli inviati del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, hanno avuto lunghi colloqui indiretti con la delegazione iraniana attraverso mediatori. «È andata molto bene», ha dichiarato Trump, mentre Witkoff ha parlato di una discussione «costruttiva e promettente». Sul tavolo c’è soprattutto lo Stretto di Hormuz, con Teheran che chiede la fine del blocco navale americano e lo sblocco dei beni iraniani congelati.
È un confronto seguito con grande attenzione dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che dal palco dell’Onu cercherà di riportare al centro la minaccia nucleare iraniana. Secondo i media israeliani, presenterà nuove informazioni sui tentativi di ricostruire infrastrutture danneggiate negli attacchi americani e israeliani degli ultimi mesi. Proprio dal podio dell’Assemblea generale il premier ha più volte lanciato i suoi avvertimenti contro il regime degli ayatollah: nel 2012 mostrò il celebre disegno della bomba con la «linea rossa», negli anni successivi denunciò siti e attività terroristiche legate all’Iran. Anche questa volta proverà a richiamare l’attenzione sul rischio rappresentato da Teheran, mentre Washington mantiene aperto il canale negoziale.
A cambiare è però il peso della trasferta israeliana. Ynet lo riassume in un titolo: «Un tempo circondato dai leader mondiali, il viaggio di Netanyahu all’Onu si riduce a sei ore e nessun incontro con Trump». Il primo ministro dovrebbe arrivare giovedì poco prima del discorso, rimanere a New York per mezza giornata e ripartire in serata, senza pernottare. Per Netanyahu, un faccia a faccia con Trump sarebbe stato utile anche in viste delle elezioni in Israele fra poco più di un mese.
L’accordo vicino con la Siria
A margine dell’Assemblea è tornato anche il dossier siriano. Il presidente Ahmed al-Sharaa ha rivelato che i colloqui diretti con Israele, con il coinvolgimento americano, sarebbero arrivati «quasi al 90 per cento» di un accordo. Il canale resta aperto, ma Damasco chiede prima il ritiro israeliano dalle aree occupate dopo la caduta di Bashar al-Assad e il ritorno alle linee previste dall’accordo di disimpegno del 1974. Solo in seguito, sostiene al-Sharaa, si potrà discutere di intese sulla sicurezza e di pace.
Alla domanda del giornalista israeliano Barak Ravid su quale messaggio volesse rivolgere agli israeliani segnati dal trauma del 7 ottobre, al-Sharaa ha risposto con una critica a Gerusalemme: «Non è appropriato che quanto accaduto il 7 ottobre determini la politica verso la Siria». E ha aggiunto: «Se vuoi proteggere la tua sicurezza, devi rispettare la sicurezza degli altri». Sul Golan ha invece escluso concessioni, ribadendo che per Damasco il territorio resta parte della Siria.