Quanto può pesare, per un candidato ebreo alla Casa Bianca, il modo in cui vive pubblicamente la propria identità? Un nuovo sondaggio condotto negli Stati Uniti e presentato sul Forward da Jacob Kornbluch offre qualche elemento per rispondere, distinguendo tra identità ebraica dichiarata e pratica religiosa. La ricerca, realizzata da Politico in collaborazione con la società londinese Public First su 2.002 adulti americani tra l’8 e il 14 agosto scorso, ha sottoposto agli intervistati profili ipotetici di candidati caratterizzati da diverse variabili, tra cui orientamento politico, età, appartenenza etnica, professione, orientamento sessuale e pratica religiosa. Il dato più significativo riguarda proprio la frequenza della partecipazione religiosa: tra gli elettori democratici, un candidato che frequenta regolarmente la sinagoga risulta meno scelto rispetto a uno che non pratica alcuna religione o partecipa ai servizi religiosi una volta l’anno. Tra gli elettori repubblicani il candidato che frequenta regolarmente la sinagoga ottiene un risultato migliore rispetto a quello che vi si reca soltanto una volta l’anno. Il sondaggio non spiega le ragioni di questa differenza, sarebbe azzardato attribuirle a un’unica causa, ma il dato acquista un rilievo particolare se si pensa a Josh Shapiro, governatore della Pennsylvania e possibile candidato alle presidenziali del 2028. Shapiro ha fatto della propria identità ebraica una componente riconoscibile della sua vita pubblica: conduce una vita ebraica tradizionale nell’ambito del movimento Conservative, osserva la casherut ed è da tempo membro della congregazione Beth Sholom di Elkins Park, nei dintorni di Filadelfia. Nel suo recente memoir ha raccontato esperienze legate alla propria identità ebraica, compreso il processo di selezione come possibile candidato alla vicepresidenza nel 2024. Da anni Shapiro viene indicato come un possibile primo presidente ebreo degli Stati Uniti ed è, insieme al governatore dell’Illinois J.B. Pritzker e all’ex sindaco di Chicago Rahm Emanuel, uno dei tre democratici ebrei considerati possibili candidati nel 2028. Il nuovo sondaggio va letto anche sullo sfondo della crescente centralità che la religione, in particolare il cristianesimo, ha sulla politica repubblicana. Da quando Donald Trump è tornato alla presidenza nel 2025, la fede religiosa ha assunto un ruolo più esplicito, è stato istituito un Ufficio per la fede presso la Casa Bianca e il Dipartimento di Giustizia ha creato una task force dedicata a quello che l’amministrazione definisce pregiudizio anticristiano. Nel frattempo, scrive il Forward, una fazione sempre più visibile dell’estrema destra americana ha fatto del nazionalismo cristiano e delle posizioni antisemite elementi centrali dell’agenda politica. Dentro questa cornice il rapporto tra identità ebraica e pratica religiosa assume un significato politico complesso: il precedente sondaggio, condotto dalla stessa società a maggio su 2.038 elettori, aveva infatti proposto una distinzione più semplice: ai candidati veniva soltanto attribuita una religione. Ed essere presentato come ebreo risultava penalizzante rispetto all’essere presentato come cristiano sia tra gli elettori democratici sia tra quelli repubblicani. Il nuovo studio introduce dunque una variabile ulteriore considerando quanto un candidato renda visibile la propria appartenenza religiosa. Una distinzione che, nel caso di Shapiro, potrebbe avere un peso particolare.
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Mi si vota di più se vado al tempio o no?