Ma quale polizia del pensiero: ricordate invece rav Jonathan Sacks

Continuo a leggere ovunque che il ddl antisemitismo vieta le critiche a Israele. Immagino che se venisse approvato, verrebbe comminato l’ergastolo a chi scriverà che ci sono israeliani bassi e coi capelli radi, oppure se insinuasse che esiste qualche israeliana che non possa aspirare a vincere il titolo di Miss Universo. In un contesto che avrebbe messo paura anche a George Orwell, la polizia del pensiero pattuglierebbe finanche i vicoli della frazioni di qualche minuscolo paese inerpicato su qualche massiccio così insignificante da non essere nelle mappe, per arrestare intere famiglie, dai pargoli ai vecchi moribondi, se si riferiranno a Israele in modo asimmetrico rispetto ad altri paesi. Vi si oppone anche qualche personaggio che scopre di essere ebreo, non essendolo, quando si tratta di incolpare Israele: il pregiudizio fa scattare delle abilità taumaturgiche riversate nella scrittura, abilità che farebbero impallidire la compianta figura di Gabriel García Márquez oppure di Jorge Luis Borges. Consiglierei di gettare un’occhiata ai video di Yohay Sponder, quando imita questi ebrei a scomparsa, rantolando “As a Jew….” Evidentemente, è un malvezzo planetario.
Non compio una digressione inaccettabile se butto il discorso sulle scuole, sulla scolarizzazione, sulla capacità di capire un testo, sia altrui che proprio. La definizione IHRA, che vieterebbe le critiche, recita, letteralmente: «Per orientare l’operato dell’IHRA le seguenti spiegazioni possono servire come esempi». Per chi avesse difficoltà con l’italiano (qui rivaluto il criterio del 30% delle aule di soggetti che non conoscono l’italiano) il periodo che ho riprodotto è innervato dal termine “possono”, non “debbono”. Trattandosi di soft law, essendo uno strumento non vincolante, cede al cospetto della legge e, nella fattispecie, del più volte richiamato art. 604 bis c.p. Detto articolo, è imperniato sul termine “discriminazione”. Questa norma attua la Convenzione internazionale sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale (1965) ovviamente imperniata sulla nozione di “discriminazione”. Seguendo le frequenti argomentazioni spurie e non sempre macchiate dal vizio della buona fede, si potrebbe dire altrettanto della Convenzione e della legge, perché le critiche rivolte alla definizione IHRA (che non ha mai registrato alcun caso di sanzione per aver criticato Israele, pur essendo stata adottata ovunque) potrebbero valere, parimenti, per il ricorso al termine “discriminazione”.
Non inganniamoci: l’opposizione alla definizione IHRA è dovuta al fatto che, come disse il compianto Rav Jonathan Sacks, in un famoso discorso del 27 settembre2016 al Parlamento europeo, «Chi compie attentati a Tolosa, Parigi, Bruxelles e Copenhagen lo fa contro gli ebrei, perché per gli attentatori non vi è differenza fra ebrei ed israeliani, perché l’antisionismo è l’antisemitismo attuale, per il quale gli ebrei sono i nuovi nazisti ed i palestinesi i nuovi ebrei;  l’Europa attuale non riconosce che il nuovo antisemitismo è diverso dal vecchio perché ciò che prima si diceva degli ebrei oggi si dice di Israele.  Come accade tutto ciò? Accade perché l’antisemitismo fa come fanno tutti i virus per attaccare l’uomo: lo fa mutando».
Il Paese delle leggi razziali siamo noi e, dopo quanto è successo nel 1938 e dopo l’isteria collettiva attuale, che porta a respingere chi porta il Maghen David oppure chi è gay e vuole ingenuamente partecipare al Gay Pride, non ci fidiamo più, e se c’è Israele, abbiamo almeno dove scappare. Fate un po’ voi, io ho già fatto.


Emanuele Calò

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