Il mio recente scritto “Sionismo, una parola costretta” non intendeva essere un compendio sul termine “sionismo”, volutamente. Ho esteso la denominazione, anche se coniata da Nathan Birnbaum solo nel 1890, al rapporto ideale che tutto il popolo ebraico ha stabilito e mantenuto costante con il luogo di Sion, da quando si trovava disperso nella diaspora.
Il filone religioso-culturale e quello politico, prevalentemente — ma non del tutto — laico, per quanto l’“innovazione” e l’attivismo del “Movimento” non siano stati condivisi da tutti, nascevano comunque da un’unica aspirazione. Ho lasciato aperto l’interrogativo se, con la costituzione dello Stato ebraico e dunque con il raggiungimento almeno di quel traguardo, avrebbero dovuto aggiornarsi. Intendevo, generalizzando, sia il sionismo come movimento politico laico, d’ispirazione ottocentesca, sia quello antico e religioso.
Non ho ritenuto necessario riportare neppure le testimonianze delle diverse sensibilità, che pure erano presenti, riguardo ai modi di attuazione del futuro Stato o ai rapporti con le popolazioni che abitavano quei territori. Mi sono concentrato, piuttosto, sul cambiamento nell’utilizzo del termine “sionismo” nel linguaggio politico israeliano attuale, molto acceso durante le elezioni, e in particolare sull’uso che ne fanno alcune frange estremiste.
L’attuale uso del termine è improprio e lo devia dal suo significato storico. Le accuse che mi sono state rivolte, secondo cui darei argomenti a chi disconosce il diritto all’esistenza dello Stato d’Israele, vanno invece rivolte a chi utilizza quella denominazione in modo fallace, per alludere a un senso di continuità con il sionismo storico che, di fatto, se c’entra, c’entra solo in modo nettamente marginale.
Sono figlio di genitori superstiti della Shoah, partiti per la Palestina e giunti sulla prima nave entrata in Israele l’indomani della dichiarazione d’indipendenza. Ho difficoltà ad accettare che, nella generazione che ci segue, la mia – la nostra – pesante eredità come popolo venga di fatto messa da parte. I miei genitori sono stati sionisti, volenti o nolenti, non tanto per scelta quanto per il loro vissuto: l’esperienza di un’intera generazione che ho fatto mia.
È proprio per questo che vivo con un certo dissidio l’atteggiamento di chi oggi utilizza metodi facinorosi richiamandosi a quel retaggio.
David Palterer