Non voglio neanche tirare fuori il fatto che Schlein, Conte e compagnia cantante avessero, in sedi diverse, approvato la definizione dell’Ihra. Una definizione perfettibile o meno, ma comunque già approvata dagli Stati come base per la lotta all’antisemitismo.
C’è qualcosa di veramente doloroso in questo no al ddl contro l’antisemitismo: il maggior partito della sinistra, il Pd, non riesce a sentire il clima che pulsa in Italia attorno agli ebrei. Oppure, per essere più woke, dobbiamo sempre equiparare islamofobia e antisemitismo?
Questa volta è troppo grave. L’antisemitismo è una minaccia gravissima che affligge il nostro Paese, al pari della disoccupazione, delle morti sul lavoro e dei problemi della sanità pubblica.
Gli ebrei sono cittadini che devono essere tutelati in quanto italiani e, se un pericolo così grande li sta affliggendo — i numeri del Cdec parlano da soli — io voglio essere tutelata, possibilmente dallo schieramento che almeno una volta era quello a cui mi riferivo.
Anche altri numeri parlano, certo: quelli dell’elettorato pro-Palestina. Ed evidentemente pesano ancora di più sulla decisione abnorme di dire no al ddl contro l’antisemitismo.
Il disegno di legge, lo sappiamo tutti, ma proprio tutti, è orientato alla formazione, mette a sistema la normativa esistente e fa prevenzione nelle scuole e nelle università, perché è lì che un partito di sinistra dovrebbe guardare.
Allora il problema non è che una persona come me non si identifichi più nella cosiddetta sinistra: è la sinistra che non fa più la sinistra. La formazione dei giovani dovrebbe essere un cardine senza se e senza ma.
E c’è qualcosa di ancora più grave nel no del Pd al ddl, che non è la realpolitik dei numeri: è l’ipocrisia. Si lascia silenziosamente passare l’idea che questo sia un provvedimento liberticida, assimilando i cittadini italiani ai cittadini israeliani che votano l’attuale premier.
Ebbene, come potranno sentirsi i ragazzi ebrei che frequentano i licei e che hanno dovuto cambiare sezione, se va bene, per i processi a cui sono stati sottoposti dagli insegnanti o dai compagni di scuola? E i ragazzi delle università che hanno dovuto talvolta nascondersi nelle assemblee studentesche? E non parliamo di chi si veste in modo riconoscibile in quanto persona religiosa e non ha più il diritto di passeggiare tranquillamente. E dei bambini, anche piccoli, che frequentano le scuole ebraiche e che, per entrare a scuola, sono ormai abituati a vedere un grande schieramento di sicurezza?
Questo vuol dire votare no. Israele non c’entra nulla. Il ddl è fondamentale perché è forse l’ultimo argine importante per la prevenzione dell’odio e la tutela di una minoranza che, al momento, è in grave pericolo. E c’è altro: nelle scuole ebraiche non entrano solo ebrei, ma anche non ebrei che evidentemente hanno un’apertura mentale e una visione del mondo diverse da quelle di chi si affida al pallottoliere.
Sara Levi Sacerdotti