Ho letto con disagio l’articolo di David Palterer “Sionismo, una parola costretta”, apparso su queste pagine il 22 settembre. L’autore ha già avuto modo di scrivere su queste colonne e la tesi che propone merita una replica ferma.
La tesi sostenuta, ridotta all’osso, è questa: il sionismo sarebbe nato come sogno nobile e condiviso per poi essere “sequestrato” (l’autore parla di appropriazione, astuzia, arriva addirittura ad accostarlo al sabbatianesimo) da chi oggi lo avrebbe ridotto a un guscio identitario e religioso, tagliando i ponti con le sue radici laiche e socialiste. Il sionismo di oggi come degenerazione di quello di ieri. Una parola “costretta” dentro un significato che non le apparterrebbe.
È una lettura che conosco bene, e non è nemmeno nuova. È la versione colta di un riflesso antico: quello di una certa sinistra laica che si autopercepisce elevata, illuminata, superiore, e che da quella presunta altezza si arroga il diritto di decidere quale ebraismo sia accettabile e quale no, quale sionismo sia “autentico” e quale una contraffazione da denunciare. Tutto ciò che eccede quel perimetro, la fede, l’identità, la tradizione vissuta e non solo studiata, diventa sospetto, regressivo, da espellere dal discorso pubblico.
Il vizio di fondo è storico prima ancora che politico. Il sionismo non è mai stato una cosa sola che poi si è “corrotta”: è nato plurale e contraddittorio, ed è questa la sua forza. C’è stato il sionismo politico di Herzl, laico e diplomatico; quello socialista e laburista dei kibbutz e delle istituzioni dello Stato; quello revisionista di Jabotinsky, che l’autore liquida come “minoritario” e che è invece una delle spine dorsali della storia israeliana; quello religioso; e perfino quello culturale di Ahad Ha’am, che dello Stato diffidava. Correnti che si sono combattute ferocemente e che hanno comunque costruito insieme, mattone su mattone, uno Stato.
Queste sfaccettature non sono la premessa perduta di un’età dell’oro tradita: sono la sostanza permanente del sionismo, allora come oggi. Meritano tutte pari dignità, e tutte insieme sono chiamate a restare unite per costruirne il futuro. Amputarne una in nome di una presunta purezza laica delle origini non è fedeltà al sionismo storico: è la stessa riduzione che l’autore rimprovera agli altri. L’articolo accusa gli “altri” di aver ridotto il sionismo a una bandiera identitaria svuotata, e nel farlo compie la stessa operazione al contrario. Un pensiero unico che denuncia il pensiero unico.
C’è di più, e va detto senza giri di parole. Le identiche accuse che Palterer rivolge al sionismo “di destra”, il fanatismo, la deriva religiosa, un popolo che si crederebbe autorizzato a fare agli altri ciò che ha subìto, sono le stesse frasi che oggi vengono ripetute all’infinito dai peggiori detrattori di Israele. Le troviamo, parola per parola, nelle piazze e nei cortei che di Israele auspicano la scomparsa: lì non è antisionismo, è antisemitismo travestito, e Israele e gli ebrei ne sono le vittime, non i responsabili. Non attribuisco a Palterer quelle intenzioni. Ma proprio per
questo mi permetto un’osservazione: chi si definisce sionista, a suo modo e con la sua sensibilità, dovrebbe comunque rifiutarsi di adoperare le stesse parole di chi ci odia. Quando la critica interna finisce per prestare il vocabolario a chi Israele vuole cancellarlo, il primo a doversene accorgere, e a fermarsi, è chi quella storia la sente come propria.
Rivolgo allora all’autore un invito non polemico: guardi il video “Israele e i sionismi, storia del pensiero geopolitico” di Fiorella Elisa Georgel, la divulgatrice di geopolitica conosciuta come “Fiore”. È una ricostruzione lucida, priva di bias e ben documentata, in cui viene chiarito fin dal titolo che si deve parlare di “i sionismi”, al plurale, ciò che il suo articolo si ostina a negare: che di sionismo ce n’è sempre stato più di uno, con radici molteplici e forme diverse e tutte legittime.
Chiudo con una nota personale, nel mio ruolo di Consigliere UCEI. Discutere di sionismo è lecito, sano, necessario: il sionismo non ha bisogno di essere protetto dalla critica, ne esce sempre più forte. Ma una cosa è discutere, altra è delegittimare. Un conto è confrontarsi tra le molte anime di una storia comune; un altro è bollare una di quelle anime come degenerazione o che fa leva di astuzia. Come consigliere ritengo che questo giornale non debba applicare censura di alcun tipo né favorire un pensiero unico: deve restare la casa di tutti. Ma proprio per questo va detto con chiarezza che demonizzare una parte della propria comunità equivale a volerla spingere fuori dal consesso pubblico. E questo, in una comunità che sa meglio di chiunque altro cosa significhi essere spinti fuori, non è accettabile. Il sionismo è una parola grande abbastanza da contenerci tutti. Restringerla è il vero tradimento.
Gianluca Pontecorvo,
Consigliere UCEI