
Elia Richetti,
rabbino
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Dopo
essersi fatto accompagnare per tre giorni dai suoi aiutanti, Avrahàm
ordina loro di fermarsi con l’asino mentre egli ed Itzchàk
proseguiranno “ ‘ad kò” (fino a qui), si prostreranno e torneranno.
L’espressione è decisamente strana: innanzitutto non si capisce perché,
dopo essersi fatto accompagnare, Avrahàm li lasci indietro;
l’espressione “ ‘ad kò”, che letteralmente significa “fino a così”, è
assolutamente inusitata; infine, non essendo ammissibile che Avrahàm
dica bugie, non si capisce come potesse garantire che sarebbero tornati
tutti e due (ossia anche Itzchàk).
I commenti sono numerosi e molteplici, ma tutti partono dal presupposto
che Avrahàm sentisse nel comando divino della “Legatura di Itzchàk” uno
strumento di grandissima elevazione spirituale, di adesione mistica
alla volontà divina. L’esperienza era tale che sicuramente le menti
semplici e materiali degli aiutanti non avrebbero potuto coglierla e ne
avrebbero forse disturbato l’intensità.
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Sergio
Della Pergola,
Università
Ebraica
Di Gerusalemme
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Federica
Mogherini è una figura politica europea di grande rilievo in quanto
nuovo Commissario agli esteri dell’Unone Europea. Dall’intervista con
Marco Zatterin sulla Stampa di questa settimana apprendiamo che per la
sua prima missione internazionale Mogherini ha scelto di andare in
Medio Oriente dove cercherà di promuovere il dialogo fra israeliani e
palestinesi. Il titolo della notizia (ovviamente non stilato dal
Commissario) dice: “Inizio da Gaza e Tel Aviv per costruire il
dialogo”. Da qui, un commento. Credo che il punto di partenza di un
mediatore debba sempre essere quello di cercar di capire le sensibilità
delle parti fra le quali intende mediare. Per gli israeliani – tutti
gli israeliani senza differenza di credo politico – la locuzione “Tel
Aviv” significa semplicemente e nulla più che “non Gerusalemme”. Senza
indugio e senza equivoci.
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Le nuove strategie
del terrorismo palestinese
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La
cronaca di una nuova giornata di terrorismo palestinese a Gerusalemme
(e poi nel Gush Etzion) è oggi, in evidenza, sulle principali testate
italiane. “Nella città la tensione è altissima, basta uno stridio di
gomme per seminare il panico sui marciapiedi. Ma questi attacchi sono
difficili da prevenire, per la totale imprevedibilità e per il fatto
che non si può considerare ogni palestinese alla guida di un auto come
un potenziale killer” scrive Fabio Scuto su Repubblica. Incomprensibile
la scelta del Corriere che – per introdurre gli ultimi accadimenti –
apre tracciando un infelice ritratto del rabbino Yehuda Glick,
gravemente ferito alcuni giorni fa da un terrorista e oggi in una
corsia di ospedale in lotta per la sopravvivenza. Questo l’incipit
dell’articolo di Davide Frattini: “Yehuda Glick si è presentato al
matrimonio con in tasca il dono più prezioso per lui e per i
festeggiati: la terra raccolta sul Monte del Tempio. La sposa era Tzipi
Hotovely, viceministro e giovane deputata del Likud, che condivide con
Glick un paio di convinzioni incendiarie quanto la barba e i capelli
rossi del rabbino: gli ebrei devono tonare a pregare tra le moschee
sulla Spianata (i musulmani la considerano il terzo luogo più sacro), i
palestinesi non avranno mai uno Stato”. Un proflio che non rende
giustizia all’impegno di rav Glick nel dialogo interreligioso affermato
con forza in un video, ormai virale sul web, in cui lo stesso si
accompagna (benvoluto dai suoi vicini) alla preghiera di alcuni fedeli
musulmani sul Monte del Tempio. Intervistato dal Foglio, l’ambasciatore
d’Israele a Roma Naor Gilon attacca intanto il leader dell’Anp Abu
Mazen: “Negli ultimi cinque anni si è rifiutato di parlare con Israele
direttamente, e ha preferito rivolgersi alla comunità internazionale
per cercare il riconoscimento del suo Stato, anche se solo Israele può
dare uno Stato ai palestinesi”.
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israele
Fermare chi istiga all'odio
“La
leadership palestinese istiga alla violenza e al terrore”. Ma non
bisogna prestare il fianco alle provocazioni. Le visite di alcuni
politici della destra israeliana al Monte del Tempio costituiscono “uno
sfruttamento cinico di una situazione politica complessa”, un modo per
andare a caccia “di pubblicità facile e a buon mercato” e ancora,
“aumentare i contrasti non porterà sicurezza; non porterà a nulla”.
Duro e diretto il ministro degli Esteri Avigdor Lieberman
nell'intervenire questa mattina alla radio israeliana in merito alle
tensioni che hanno scosso nelle ultime settimane Gerusalemme. “Io e gli
uomini del mio partito (Yisrael Beitenu) ci siamo tenuti lontani dal
Monte del Tempio”, ha dichiarato Lieberman, considerato uno dei falchi
della destra israeliana. I politici che invece si sono recati nel luogo
sacro per ebrei e musulmani, lo hanno fatto in modo cinico e
strumentale, l'accusa del ministro degli Esteri. La prima responsabile
dell'escalation di violenza è però, secondo Lieberman e non solo, la
leadership palestinese. “Una dirigenza come quella dell'Autorità
palestinese, che glorifica e incoraggia il terrore crea un entità
terrorista che porta solo ad altri spargimenti di sangue”, affermava il
ministro, poche ore dopo l'attentato di ieri a Gerusalemme: un uomo,
legato a Hamas, ha investito diversi passanti con il suo furgone,
ferendo una decina di persone e uccidendo una. La paura delle autorità
è che, in un clima di odio e rabbia, altri siano spinti ad emulare il
sanguinoso gesto. Come peraltro è accaduto ieri sera quando un auto ha
investito nel distretto di Etzion, nella West Bank, tre soldati
israeliani. Il presunto responsabile, Hamam Mesalmeh – il cui attacco è
stato applaudito da Hamas come già era accaduto per l'attentato di
Gerusalemme - si è consegnato questa mattina alle autorità ed è stato
sottoposto a interrogatorio.
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memoria - a trieste il laboratorio
Il bene della Memoria
Non
c’è identità senza Memoria. Non c’è Memoria senza analisi storica,
scientifica, sociologica, psicologica. Storici e scienziati mettono da
oggi banco di prova delle diverse discipline le sofferenze delle
popolazioni europee strette nella morsa delle dittature e dei conflitti
che hanno stravolto il Novecento. E lo fanno confrontando e
intersecando i risultati del proprio lavoro di ricerca. Innumerevoli e
disparati gli spunti che emergono già nelle prime ore dell’incontro. Ma
quello che emerge, al di là dell’interesse delle singole relazioni, è
il significato del lavoro che la Provincia di Trieste, con
l’istituzione del Laboratorio permanente sulla memoria e sull’uso della
storia, ha da tempo avviato. Un percorso teso a promuovere ed
approfondire la riflessione attorno a tematiche storiche con riguardo
al Novecento, epoca particolarmente significativa per in particolare
per un territorio cerniera, ferita aperta, punto d’incontro e punto
d’attrito fra le diverse identità d’Europa.
Fortemente voluto dallo storico Giacomo Todeschini, dell’Università di
Trieste e coordinato nella sua prima giornata da Marta Verginella,
Università di Lubiana, Anna Maria Vinci, Istituto regionale per la
storia del movimento di liberazione nel Friuli Venezia Giulia, Trieste
e Maria Cristina Benussi, Università degli Studi di Trieste, il
convegno si sta articolando su numerose relazioni.
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MEMORIA - LA RELAZIONE DI ANNA FOA
Salvare i beni, salvare la vita
Come
sappiamo dai verbali del Commissario governativo Silvio Ottolenghi,
subentrato al presidente della Comunità di Roma Ugo Foà dopo la
liberazione di Roma, le autorità comunitarie fecero murare nel pozzo
del sotterraneo del Tempio parte degli arredi sacri e dell’argenteria.
Altri arredi sacri furono messi in salvo in altro modo, mentre 25
volumi particolarmente preziosi furono nascosti nella Parrocchia di
Santa Maria in Vallicella. “Che fu, crediamo, una delle pochissime
precauzioni prese dagli ebrei”, commentava Giacomo Debenedetti. Ma
queste precauzioni riguardavano degli oggetti, sia pur artisticamente e
religiosamente significativi. Nulla riguardo alle vite degli uomini,
donne e bambini della Comunità. Siamo a due settimane dalla grande
razzia del 16 ottobre.
In una lettera scritta nell’immediato dopoguerra da Torino, una signora
ebrea di poco più di cinquant’anni raccontava alla figlia emigrata
negli Stati Uniti quello che era successo durante la guerra. La lettera
parlava con dolore e rammarico degli scialli da preghiera di famiglia,
depositati in Sinagoga e distrutti nel bombardamento del 1942, delle
case bombardate o devastate di amici e parenti e della loro rimasta
fortunatamente intatta, dei mobili e degli oggetti perduti o conservati
da amici e famigliari. Lunghe descrizioni di oggetti cari o preziosi,
scritte da chi era sopravvissuto vendendo i gioielli e gli oggetti di
valore che possedeva. Poi nelle pagine successive questa signora
passava a parlare delle persone: dei parenti deportati che non avevano
ancora fatto ritorno, di quelli che si erano salvarti, di quanti erano
morti di malattia o di vecchiaia durante la clandestinità, e fra loro
uno zio e la propria adorata madre Emilia, delle loro peripezie per
sfuggire ai nazisti, fughe, nascondimenti sotto falso nome. Il tono era
accorato, dolente.
Anna Foa, storica Leggi
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PAGINE EBRAICHE NOVEMBRE 2014
Nel nome di Vittorio Dan Segre
“Ricordatemi
vivo, se siete capaci”. Queste le parole di apertura del numero
di Pagine Ebraiche di novembre, dedicato a Vittorio Dan Segre,
giornalista, diplomatico, accademico, combattente, scomparso lo scorso
27 settembre. Quattro pagine dense di contenuto e arricchite dai
contributi del rav Roberto Della Rocca, direttore del dipartimento
Educazione e Cultura delle Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, del
demografo Sergio Della Pergola dell'Università di Gerusalemme e dello
scrittore Alberto Cavaglion che racconta un inedito episodio con un
co-protagonista d'eccezione: Eugenio Montale. Lo storico Claudio
Vercelli offre poi un'ampia recensione del nuovo libro di Segre “Storia
di un ebreo che volle esser eroe” (ed Bollati Boringhieri). Vittorio
Dan Segre è stato anche uno degli interlocutori più importanti di
Pagine Ebraiche, come ricorda il direttore Guido Vitale in una densa
testimonianza: “La corsa verso Malpensa prima del sorgere del sole dopo
una nottata al lavoro, solo per poter rivedere assieme le prime bozze
del numero zero del giornale dell'ebraismo italiano. Maneggiare in
mezzo agli altri passeggeri sbalorditi quei grandi fogli lungo il lento
incedere della fila in attesa del controllo di sicurezza riservato a
chi vuole salire a Gerusalemme”. Storia di un ebreo che volle essere
eroe ci lascia l'ultimo "atto di allegra confessione" di uno degli eroi
dell'ebraismo italiano. La vicenda complessa che ha coinvolto negli
ultimi mesi la sede del futuro Museo della Shoah di Roma viene
affrontata a pagina tre, in un articolo che ricostruisce le diverse
tappe e presenta l'immagine inedita dell'area in cui sorgerà la
struttura. Facendo poi un salto nell'area delle Opinioni, a tornare
sulla questione, uno dei protagonisti: l'architetto Luca Zevi che fa
luce sul significato e le ragioni del progetto del museo. L'intervista
del mese è dedicata a David B., tra i fumettisti francesi più influenti
del momento, che racconta al direttore di Pagine Ebraiche i sei volumi
della sua opera il Grande male e ci fa sbirciare nelle pieghe della sua
vita: dal rapporto con la madre alla decisione di trasferirsi oltre le
Alpi, a Bologna. È proprio David B che conduce verso il dossier del
mese dedicato al fumetto in occasione di Lucca Comics che ha riunito
anche quest’anno più di 400mila persone. Tante le firme di questo mese:
da Anna Momigliano a David Bidussa, poi ancora, Anna Foa, Antonella
Castelnuovo, Aviram Levy, Gadi Luzzatto Voghera, per un novembre ricco
di novità.
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qui venezia La Torah per tutti
Tre
giorni da passare insieme a Venezia, per “Torah La’am, la Torah per
tutti”, shabbaton organizzato da Dipartimento Educazione e Cultura e
Ufficio Giovani Nazionale dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane.
A partire da venerdì pomeriggio, infatti, nella sede del Tempio
Levantino si terranno lezioni e tefillot per gli adulti, affiancate da
attività parallele per bambini e ragazzi, su Torah La’am. Il metodo,
diffuso in tutto il mondo, permette di scoprire la struttura
dell’intera Torah e dei diversi livelli e temi che la compongono e di
imparare un approccio che consente di essere autonomi nello studio, di
sviluppare il proprio pensiero, le proprie idee e quel rapporto
personale con il testo che dovrebbe essere accessibile a tutti. La
domenica avrà un approccio ancora più didattico, e in apertura di
giornata sarà presentato il libro “Le parashot di Shemot per i
ragazzi”, secondo volume della collana La mia Torah, disponibile da
alcune settimane. Il primo volume, Bereshit, è già in uso nelle scuole
ebraiche italiane e la presenza a Venezia delle autrici, Anna Coen e
Mirna Dell’Ariccia, permetterà di mostrare come la loro grande
esperienza sia risultata in un volume capace di avvicinare i bambini
alla Torah con semplicità unita a un grande rigore. Leggi
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Setirot
- Incontri |
A
New York, il 10 novembre, al consolato italiano, la Comunità ebraica di
Venezia e Venetian Heritage annunceranno un grande restauro del Museo
ebraico per l’anniversario dei 500 anni del Ghetto. Essendo io il
frutto di genitori e nonni veneziani, la notizia non può che farmi
immenso piacere (oltre a tutto il restauro del Museo è soltanto uno dei
numerosi e importanti progetti studiati e messi insieme per questo
particolare compleanno). Il giorno dei mazal tov e delle celebrazioni –
il 29 marzo 2016 – non è proprio dietro l’angolo, il lavoro da fare è
ancora parecchio, sia in termini di raccolta fondi che di elaborazione
di idee. Le decine di migliaia di turisti, la maggior parte dei quali
“foresti”, che ogni anno girovagano per le calli, i campi e i campielli
del Ghetto sono stati, e sono, la spinta vitale che ha condotto una
kehillà sempre più esigua a investire sul proprio futuro. Guardare
avanti e non fermarsi a commemorare cinque secoli di storia ebraica
veneziana, insomma, un’occasione per ripensare e riprogettare il futuro
di una comunità che come molte è di fronte a un avvenire incerto.
Stefano Jesurum, giornalista
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Time
out - La pace e la realtà |
Possiamo
continuare a negare la realtà, a dire che in fondo anche Israele ha le
sue responsabilità, che certo le colonie rendono più difficile il
processo di pace e che se magari non fossimo mai esistiti come popolo
forse gli antisemiti non ce l’avrebbero con noi. Non cambierebbe nulla
e l’attentato a Gerusalemme lo dimostra. C’è un problema più grande che
prescinde dalle responsabilità d’Israele, dai suoi errori e dai suoi
leader degli ultimi anni ed è la mancanza di un interlocutore credibile
con cui portare avanti un processo di pace. Hamas non ha bisogno di
presentazioni, Abu Mazen si complimenta con i terroristi che compiono
gli attentati, con buona pace di Noa e degli artisti politicizzati e
non esiste per ora nessuna figura che offra prospettive differenti. Di
chi è la colpa? Non certo d’Israele che non ha il dovere eterno di
sedere al tavolo delle trattative con chi a voce invoca alla pace e nei
fatti finanzia il terrorismo, ma del popolo palestinese che non ha
saputo e voluto scegliere i dirigenti disponibili a un accordo di pace.
Daniel Funaro
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