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6 novembre 2014 - 13 Cheshvan 5775
PAGINE EBRAICHE 24

ALEF / TAV DAVAR PILPUL

alef/tav


Elia Richetti,
rabbino
Dopo essersi fatto accompagnare per tre giorni dai suoi aiutanti, Avrahàm ordina loro di fermarsi con l’asino mentre egli ed Itzchàk proseguiranno “ ‘ad kò” (fino a qui), si prostreranno e torneranno. L’espressione è decisamente strana: innanzitutto non si capisce perché, dopo essersi fatto accompagnare, Avrahàm li lasci indietro; l’espressione “ ‘ad kò”, che letteralmente significa “fino a così”, è assolutamente inusitata; infine, non essendo ammissibile che Avrahàm dica bugie, non si capisce come potesse garantire che sarebbero tornati tutti e due (ossia anche Itzchàk).
I commenti sono numerosi e molteplici, ma tutti partono dal presupposto che Avrahàm sentisse nel comando divino della “Legatura di Itzchàk” uno strumento di grandissima elevazione spirituale, di adesione mistica alla volontà divina. L’esperienza era tale che sicuramente le menti semplici e materiali degli aiutanti non avrebbero potuto coglierla e ne avrebbero forse disturbato l’intensità.
 
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Sergio
Della Pergola,
Università
Ebraica
Di Gerusalemme
Federica Mogherini è una figura politica europea di grande rilievo in quanto nuovo Commissario agli esteri dell’Unone Europea. Dall’intervista con Marco Zatterin sulla Stampa di questa settimana apprendiamo che per la sua prima missione internazionale Mogherini ha scelto di andare in Medio Oriente dove cercherà di promuovere il dialogo fra israeliani e palestinesi. Il titolo della notizia (ovviamente non stilato dal Commissario) dice: “Inizio da Gaza e Tel Aviv per costruire il dialogo”. Da qui, un commento. Credo che il punto di partenza di un mediatore debba sempre essere quello di cercar di capire le sensibilità delle parti fra le quali intende mediare. Per gli israeliani – tutti gli israeliani senza differenza di credo politico – la locuzione “Tel Aviv” significa semplicemente e nulla più che “non Gerusalemme”. Senza indugio e senza equivoci.
 
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Le nuove strategie
del terrorismo palestinese
La cronaca di una nuova giornata di terrorismo palestinese a Gerusalemme (e poi nel Gush Etzion) è oggi, in evidenza, sulle principali testate italiane. “Nella città la tensione è altissima, basta uno stridio di gomme per seminare il panico sui marciapiedi. Ma questi attacchi sono difficili da prevenire, per la totale imprevedibilità e per il fatto che non si può considerare ogni palestinese alla guida di un auto come un potenziale killer” scrive Fabio Scuto su Repubblica. Incomprensibile la scelta del Corriere che – per introdurre gli ultimi accadimenti – apre tracciando un infelice ritratto del rabbino Yehuda Glick, gravemente ferito alcuni giorni fa da un terrorista e oggi in una corsia di ospedale in lotta per la sopravvivenza. Questo l’incipit dell’articolo di Davide Frattini: “Yehuda Glick si è presentato al matrimonio con in tasca il dono più prezioso per lui e per i festeggiati: la terra raccolta sul Monte del Tempio. La sposa era Tzipi Hotovely, viceministro e giovane deputata del Likud, che condivide con Glick un paio di convinzioni incendiarie quanto la barba e i capelli rossi del rabbino: gli ebrei devono tonare a pregare tra le moschee sulla Spianata (i musulmani la considerano il terzo luogo più sacro), i palestinesi non avranno mai uno Stato”. Un proflio che non rende giustizia all’impegno di rav Glick nel dialogo interreligioso affermato con forza in un video, ormai virale sul web, in cui lo stesso si accompagna (benvoluto dai suoi vicini) alla preghiera di alcuni fedeli musulmani sul Monte del Tempio. Intervistato dal Foglio, l’ambasciatore d’Israele a Roma Naor Gilon attacca intanto il leader dell’Anp Abu Mazen: “Negli ultimi cinque anni si è rifiutato di parlare con Israele direttamente, e ha preferito rivolgersi alla comunità internazionale per cercare il riconoscimento del suo Stato, anche se solo Israele può dare uno Stato ai palestinesi”.
 
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  davar
israele
Fermare chi istiga all'odio
“La leadership palestinese istiga alla violenza e al terrore”. Ma non bisogna prestare il fianco alle provocazioni. Le visite di alcuni politici della destra israeliana al Monte del Tempio costituiscono “uno sfruttamento cinico di una situazione politica complessa”, un modo per andare a caccia “di pubblicità facile e a buon mercato” e ancora, “aumentare i contrasti non porterà sicurezza; non porterà a nulla”. Duro e diretto il ministro degli Esteri Avigdor Lieberman nell'intervenire questa mattina alla radio israeliana in merito alle tensioni che hanno scosso nelle ultime settimane Gerusalemme. “Io e gli uomini del mio partito (Yisrael Beitenu) ci siamo tenuti lontani dal Monte del Tempio”, ha dichiarato Lieberman, considerato uno dei falchi della destra israeliana. I politici che invece si sono recati nel luogo sacro per ebrei e musulmani, lo hanno fatto in modo cinico e strumentale, l'accusa del ministro degli Esteri. La prima responsabile dell'escalation di violenza è però, secondo Lieberman e non solo, la leadership palestinese. “Una dirigenza come quella dell'Autorità palestinese, che glorifica e incoraggia il terrore crea un entità terrorista che porta solo ad altri spargimenti di sangue”, affermava il ministro, poche ore dopo l'attentato di ieri a Gerusalemme: un uomo, legato a Hamas, ha investito diversi passanti con il suo furgone, ferendo una decina di persone e uccidendo una. La paura delle autorità è che, in un clima di odio e rabbia, altri siano spinti ad emulare il sanguinoso gesto. Come peraltro è accaduto ieri sera quando un auto ha investito nel distretto di Etzion, nella West Bank, tre soldati israeliani. Il presunto responsabile, Hamam Mesalmeh – il cui attacco è stato applaudito da Hamas come già era accaduto per l'attentato di Gerusalemme - si è consegnato questa mattina alle autorità ed è stato sottoposto a interrogatorio. 
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memoria - a trieste il laboratorio
Il bene della Memoria
Non c’è identità senza Memoria. Non c’è Memoria senza analisi storica, scientifica, sociologica, psicologica. Storici e scienziati mettono da oggi banco di prova delle diverse discipline le sofferenze delle popolazioni europee strette nella morsa delle dittature e dei conflitti che hanno stravolto il Novecento. E lo fanno confrontando e intersecando i risultati del proprio lavoro di ricerca. Innumerevoli e disparati gli spunti che emergono già nelle prime ore dell’incontro. Ma quello che emerge, al di là dell’interesse delle singole relazioni, è il significato del lavoro che la  Provincia di Trieste, con l’istituzione del Laboratorio permanente sulla memoria e sull’uso della storia, ha da tempo avviato. Un percorso teso a promuovere ed approfondire la riflessione attorno a tematiche storiche con riguardo al Novecento, epoca particolarmente significativa per in particolare per un territorio cerniera, ferita aperta, punto d’incontro e punto d’attrito fra le diverse identità d’Europa.
Fortemente voluto dallo storico Giacomo Todeschini, dell’Università di Trieste e coordinato nella sua prima giornata da Marta Verginella, Università di Lubiana, Anna Maria Vinci, Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli Venezia Giulia, Trieste e Maria Cristina Benussi, Università degli Studi di Trieste, il convegno si sta articolando su numerose relazioni.
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MEMORIA - LA RELAZIONE DI ANNA FOA
Salvare i beni, salvare la vita
Come sappiamo dai verbali del Commissario governativo Silvio Ottolenghi, subentrato al presidente della Comunità di Roma Ugo Foà dopo la liberazione di Roma, le autorità comunitarie fecero murare nel pozzo del sotterraneo del Tempio parte degli arredi sacri e dell’argenteria. Altri arredi sacri furono messi in salvo in altro modo, mentre 25 volumi particolarmente preziosi furono nascosti nella Parrocchia di Santa Maria in Vallicella. “Che fu, crediamo, una delle pochissime precauzioni prese dagli ebrei”, commentava Giacomo Debenedetti. Ma queste precauzioni riguardavano degli oggetti, sia pur artisticamente e religiosamente significativi. Nulla riguardo alle vite degli uomini, donne e bambini della Comunità. Siamo a due settimane dalla grande razzia del 16 ottobre.
In una lettera scritta nell’immediato dopoguerra da Torino, una signora ebrea di poco più di cinquant’anni raccontava alla figlia emigrata negli Stati Uniti quello che era successo durante la guerra. La lettera parlava con dolore e rammarico degli scialli da preghiera di famiglia, depositati in Sinagoga e distrutti nel bombardamento del 1942, delle case bombardate o devastate di amici e parenti e della loro rimasta fortunatamente intatta, dei mobili e degli oggetti perduti o conservati da amici e famigliari. Lunghe descrizioni di oggetti cari o preziosi, scritte da chi era sopravvissuto vendendo i gioielli e gli oggetti di valore che possedeva. Poi nelle pagine successive questa signora passava a parlare delle persone: dei parenti deportati che non avevano ancora fatto ritorno, di quelli che si erano salvarti, di quanti erano morti di malattia o di vecchiaia durante la clandestinità, e fra loro uno zio e la propria adorata madre Emilia, delle loro peripezie per sfuggire ai nazisti, fughe, nascondimenti sotto falso nome. Il tono era accorato, dolente.


Anna Foa, storica
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PAGINE EBRAICHE NOVEMBRE 2014
Nel nome di Vittorio Dan Segre
“Ricordatemi vivo, se siete capaci”.  Queste le parole di apertura del numero di Pagine Ebraiche di novembre, dedicato a Vittorio Dan Segre, giornalista, diplomatico, accademico, combattente, scomparso lo scorso 27 settembre. Quattro pagine dense di contenuto e arricchite dai contributi del rav Roberto Della Rocca, direttore del dipartimento Educazione e Cultura delle Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, del demografo Sergio Della Pergola dell'Università di Gerusalemme e dello scrittore Alberto Cavaglion che racconta un inedito episodio con un co-protagonista d'eccezione: Eugenio Montale. Lo storico Claudio Vercelli offre poi un'ampia recensione del nuovo libro di Segre “Storia di un ebreo che volle esser eroe” (ed Bollati Boringhieri). Vittorio Dan Segre è stato anche uno degli interlocutori più importanti di Pagine Ebraiche, come ricorda il direttore Guido Vitale in una densa testimonianza: “La corsa verso Malpensa prima del sorgere del sole dopo una nottata al lavoro, solo per poter rivedere assieme le prime bozze del numero zero del giornale dell'ebraismo italiano. Maneggiare in mezzo agli altri passeggeri sbalorditi quei grandi fogli lungo il lento incedere della fila in attesa del controllo di sicurezza riservato a chi vuole salire a Gerusalemme”. Storia di un ebreo che volle essere eroe ci lascia l'ultimo "atto di allegra confessione" di uno degli eroi dell'ebraismo italiano. La vicenda complessa che ha coinvolto negli ultimi mesi la sede del futuro Museo della Shoah di Roma viene affrontata a pagina tre, in un articolo che ricostruisce le diverse tappe e presenta l'immagine inedita dell'area in cui sorgerà la struttura. Facendo poi un salto nell'area delle Opinioni, a tornare sulla questione, uno dei protagonisti: l'architetto Luca Zevi che fa luce sul significato e le ragioni del progetto del museo. L'intervista del mese è dedicata a David B., tra i fumettisti francesi più influenti del momento, che racconta al direttore di Pagine Ebraiche i sei volumi della sua opera il Grande male e ci fa sbirciare nelle pieghe della sua vita: dal rapporto con la madre alla decisione di trasferirsi oltre le Alpi, a Bologna. È proprio David B che conduce verso il dossier del mese dedicato al fumetto in occasione di Lucca Comics che ha riunito anche quest’anno più di 400mila persone. Tante le firme di questo mese: da Anna Momigliano a David Bidussa, poi ancora, Anna Foa, Antonella Castelnuovo, Aviram Levy, Gadi Luzzatto Voghera, per un novembre ricco di novità.
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qui venezia
La Torah per tutti
Tre giorni da passare insieme a Venezia, per “Torah La’am, la Torah per tutti”, shabbaton organizzato da Dipartimento Educazione e Cultura e Ufficio Giovani Nazionale dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. A partire da venerdì pomeriggio, infatti, nella sede del Tempio Levantino si terranno lezioni e tefillot per gli adulti, affiancate da attività parallele per bambini e ragazzi, su Torah La’am. Il metodo, diffuso in tutto il mondo, permette di scoprire la struttura dell’intera Torah e dei diversi livelli e temi che la compongono e di imparare un approccio che consente di essere autonomi nello studio, di sviluppare il proprio pensiero, le proprie idee e quel rapporto personale con il testo che dovrebbe essere accessibile a tutti. La domenica avrà un approccio ancora più didattico, e in apertura di giornata sarà presentato il libro “Le parashot di Shemot per i ragazzi”, secondo volume della collana La mia Torah, disponibile da alcune settimane. Il primo volume, Bereshit, è già in uso nelle scuole ebraiche italiane e la presenza a Venezia delle autrici, Anna Coen e Mirna Dell’Ariccia, permetterà di mostrare come la loro grande esperienza sia risultata in un volume capace di avvicinare i bambini alla Torah con semplicità unita a un grande rigore.
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j-ciak
Exodus Reloaded
Lacrime, sorrisi, speranza: la saga di “Exodus” è di quelle che non si scordano. Sì, a rivederlo oggi il film di Otto Preminger mostra il segno degli anni. Ma la potenza di quell’epopea cinematografica, che allora influenzò nel profondo l’opinione pubblica mondiale e perfino i rapporti tra Stati Uniti e Israele – è innegabile. A consegnarci un quadro meno romanzato dei fatti – il film di Preminger (nell'immagine una scena) si basava di fatto su un best seller di Leon Uris – è ora in arrivo un’altra versione assai più realistica, prodotta da Crystal City Entertainment in collaborazione con Chris Columbus, fondata sulle memorie del giovane pastore battista americano John Grauel, che dopo la morte della moglie e del figlioletto si unì all’equipaggio della nave.


Daniela Gross
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qui roma
L'arte per Baharier
Tutto nasce da una scommessa lanciata al direttore del teatro, Antonio Calbi: suscitare in un pubblico non necessariamente competente un’attrazione fatale per il mondo dell’arte. È la sfida di Haim Baharier, tra le più autorevoli voci del pensiero ebraico contemporaneo, che animerà un trittico di incontri ad hoc in programma nei prossimi giorni al Teatro Argentina di Roma (9, 16 e 23 novembre – sempre alle 11). A caratterizzare i primi due incontri una domanda (“Perché mai soffermarsi dinanzi a un’immagine?” e “Ma la musica è sempre la stessa?”). Tema del terzo incontro sarà invece “Storia e Memoria su Palcoscenico”. Tre appuntamenti molto attesi e profondamente intrisi di ebraismo.
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  pilpul
Setirot - Incontri
A New York, il 10 novembre, al consolato italiano, la Comunità ebraica di Venezia e Venetian Heritage annunceranno un grande restauro del Museo ebraico per l’anniversario dei 500 anni del Ghetto. Essendo io il frutto di genitori e nonni veneziani, la notizia non può che farmi immenso piacere (oltre a tutto il restauro del Museo è soltanto uno dei numerosi e importanti progetti studiati e messi insieme per questo particolare compleanno). Il giorno dei mazal tov e delle celebrazioni – il 29 marzo 2016 – non è proprio dietro l’angolo, il lavoro da fare è ancora parecchio, sia in termini di raccolta fondi che di elaborazione di idee. Le decine di migliaia di turisti, la maggior parte dei quali “foresti”, che ogni anno girovagano per le calli, i campi e i campielli del Ghetto sono stati, e sono, la spinta vitale che ha condotto una kehillà sempre più esigua a investire sul proprio futuro. Guardare avanti e non fermarsi a commemorare cinque secoli di storia ebraica veneziana, insomma, un’occasione per ripensare e riprogettare il futuro di una comunità che come molte è di fronte a un avvenire incerto.

Stefano Jesurum, giornalista
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Time out - La pace e la realtà
Possiamo continuare a negare la realtà, a dire che in fondo anche Israele ha le sue responsabilità, che certo le colonie rendono più difficile il processo di pace e che se magari non fossimo mai esistiti come popolo forse gli antisemiti non ce l’avrebbero con noi. Non cambierebbe nulla e l’attentato a Gerusalemme lo dimostra. C’è un problema più grande che prescinde dalle responsabilità d’Israele, dai suoi errori e dai suoi leader degli ultimi anni ed è la mancanza di un interlocutore credibile con cui portare avanti un processo di pace. Hamas non ha bisogno di presentazioni, Abu Mazen si complimenta con i terroristi che compiono gli attentati, con buona pace di Noa e degli artisti politicizzati e non esiste per ora nessuna figura che offra prospettive differenti. Di chi è la colpa? Non certo d’Israele che non ha il dovere eterno di sedere al tavolo delle trattative con chi a voce invoca alla pace e nei fatti finanzia il terrorismo, ma del popolo palestinese che non ha saputo e voluto scegliere i dirigenti disponibili a un accordo di pace.

Daniel Funaro
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