
Pierpaolo Pinhas Punturello, rabbino
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Qualcuno
si è sconvolto perché su queste pagine Yosef figlio di Yaakov e' stato
definito "ibrido". Yosef è una figura di straordinaria modernità. È
profondamente e moralmente ebreo, eppure è viceré d'Egitto, avendone,
per necessità prima e per capacità poi, assorbito la lingua e la
cultura. È straordinariamente moderno perché non cede nulla del proprio
ebraismo in nome della cultura egiziana eppure sa essere un leale
figlio d'Egitto. È ibrido nel linguaggio, ma non nel cibo e nella
moralità. È il primo vero ebreo in Diaspora.
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Gadi
Luzzatto
Voghera,
storico
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Si
sa, la satira e l’ironia sono brutte bestie, a volte indigeste ma
necessarie. Lo sapevano i maestri del Talmud ad esempio nel famoso
episodio del forno di ‘Aknay: «Che fece Dio in quel momento?»; ed Elia
in risposta disse: «Sorrise e disse: “i miei figli mi hanno vinto, i
miei figli mi hanno vinto” » (TB, Bava Mezia 59b). E lo sapevano i
maestri Chassidìm con le loro innumerevoli storie e i witz spesso
autoironici e feroci. Questa vena tutta ebraica è passata ad arricchire
la società israeliana dove sul web e in TV la satira è spesso durissima
e impietosa. La diaspora al contrario fa più fatica dopo la Shoah a
riscoprire il valore fondamentale di questa pratica. È comprensibile,
ma si è dovuto attendere il 1998 e lo straordinario film “Train de Vie”
per accettare a denti stretti la rinascita di questa pratica culturale.
Le povere vittime della redazione del “Charlie Hebdo” (a cui va tutta
la mia reverenza, con particolare riguardo al grande Wolynski, che ha
fatto parte della mia formazione culturale) sono state nel recente
passato oggetto delle critiche del mondo ebraico per l’esercizio della
satira su Israele e sugli ebrei. Lo ricordava su queste pagine l’ottima
Daniela Gross
nel 2008, e anche nel 2012 e 2013 la rivista fu oggetto di critiche
durissime per il modo in cui trattava la vicenda di Gaza e in generale
Israele.
Io credo che – anche per rispetto di queste vittime, che sono cadute in
difesa di un valore universale di libertà - l’ebraismo diasporico
dovrebbe aver cura di riappropriarsi di satira e ironia come di due
doti profondamente ebraiche, che aiutano a vivere meglio e a osservare
con sguardo disincantato la realtà.
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Un milione di Charlie
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Prosegue
senza sosta la caccia ai terroristi islamici responsabili dell’attacco
a Charlie Hebdo mentre emergono nuove informazioni sul loro profilo
criminale. Violentemente antisemiti, si legge, i fratelli Kouachi erano
già stati oggetto di stretta sorveglianza in passato ma nessun elemento
incriminante era emerso sul loro conto. Le ricerche si concentrano
adesso nelle campagne della Piccardia, finora senza esito. “Avvistati e
braccati da 88mila agenti. Ma i due fratelli fuggono ancora”, titola il
Corriere della sera.
Un milione di Charlie Hebdo.
Il settimanale satirico tornerà in edicola già mercoledì prossimo, con
una tiratura straordinaria di un milione di copie e con il supporto del
governo (che ha erogato uno stanziamento permanente) e dei principali
gruppi editoriali (il Messaggero). Per domenica è prevista una giornata
di mobilitazione nazionale che avrà nella grande marcia repubblicana il
suo momento culminante. Nessun invito è stato rivolto agli estremisti
del Fronte Nazionale di Marine Le Pen, che si dichiara incerta sulla
partecipazione e dichiara: “Voglio offrire ai francesi un referendum
sulla pena di morte”. In segno di lutto lo scrittore Michel Houellebecq
ha intanto deciso di sospendere la distribuzione del suo romanzo
“Sottomissione” (Repubblica, tra gli altri).
Roma, Torino: i giornalisti UCEI in piazza.
La solidarietà anche nelle piazze di casa nostra con le manifestazioni
organizzate dalla Federazione Nazionale Stampa Italiana a Roma e
Torino. Davanti all’ambasciata di Francia sono in molti a raccogliersi
attorno al segretario della Federazione Franco Siddi e al corpo
diplomatico di Piazza Farnese. Tra gli altri i giornalisti dell’Unione
delle Comunità Ebraiche Italiane, come riportano Corriere della sera e
Repubblica. Libero sottolinea invece l’assenza dei dirigenti
dell’Unione delle Comunità Islamiche (Ucoii). Sull’Osservatore Romano
l’appello del presidente UCEI Renzo Gattegna: “Chi propugna violenza e
distruzione e attacca la libertà di stampa e di espressione deve
trovare una risposta ferma e inflessibile in difesa dei valori
fondamentali che popoli e culture diverse condividono in una comune
visione di pace, democrazia e prosperità”.
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TERRORE A PARIGI - l'epilogo e le scelte
Allons Enfants
Per
uno strano segno del destino, l’ultimo atto dei vili terroristi
islamici che hanno assaltato la redazione del giornale satirico Charlie
Hebdo si è svolto in uno scenario del tutto inatteso: uno stabilimento
tipografico.
Come se l’animo ancestrale della carta stampata, il terreno dove la
libera espressione delle idee, la libertà di critica, la democrazia,
hanno posto le loro radici, avesse voluto riaffermare l’eterna regola
secondo la quale senza stampa scritta e professionale e senza libertà
di stampa non può esserci libertà per nessuno e non può esserci
democrazia.
Lo sanno i milioni di francesi che continuando ad affollare le piazze
intonano ad alta voce con orgoglio l’inno nazionale, il canto della
rivoluzione delle libertà civili che è posto alla base della dignità
europea e delle società in cui le minoranze hanno conquistato il
diritto di affermare la propria identità.
Lo sanno i colleghi superstiti della redazione di Charlie Hebdo, che
abbiamo visto con commozione questa mattina tornare al lavoro per
assicurare la realizzazione del prossimo numero del giornale.
Dietro ai sentimenti che in queste ore hanno unito tutte le persone di
buona volontà si profila intanto una distinzione netta fra chi vuole
impegnarsi per combattere senza compromessi la minaccia del terrorismo
e chi crede che un tanto sia ovviamente necessario, ma non sufficiente.
L’unanimismo di facciata che oggi dichiara di opporsi alla bestialità
di queste azioni mostruose consente di trovarsi a basso prezzo in larga
compagnia: non serve essere eroi e nemmeno sentire di appartenere a
un’idea, a un’identità o a una religione. Dovrebbe essere sufficiente
sentirsi parte del genere umano.
Riaffermare con vigore e determinazione l’estrema necessità di tutelare
la libertà di stampa e di opinione è, a quanto pare, un po’ più
complicato, ma per molti di noi resta irrinunciabile. Lo sanno bene i
colleghi israeliani che nella più luminosa democrazia del mondo
lavorano ogni giorno sui giornali più liberi del mondo.
È un dibattito che mette a nudo la differenza che passa fra
l'informazione professionale e la propaganda, fra la responsabilità dei
giornalisti e il chiacchericcio fine a se stesso. E che attraversa
evidentemente anche l’universo ebraico. È un bivio su cui si deciderà
molta parte del nostro futuro. Ognuno, come mostra chiaramente il
decano dei vignettisti francesi Plantu nel disegno che pubblicherà il
quotidiano Le Monde nelle prossime ore, è ora chiamato a fare scelte
chiare. A compiere atti concreti. Ad assumersene la responsabilità. A
decidere se lasciar cadere o se impugnare con orgoglio la matita della
libertà.
Allons Enfants.
gv
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TERRORE A PARIGI - DA ROMA A TORINO In piazza per la libertà
Per
i valori fondamentali, per la democrazia, per la libertà di satira e di
espressione. Centinaia di giornalisti raccolti ieri a Piazza Farnese,
davanti all’ambasciata di Francia, per la fiaccolata organizzata dalla
Federazione Nazionale Stampa Italiana con il sostegno di numerose
realtà editoriali, istituzionali e associative. Tra le prime adesioni
quella della redazione giornalista dell’Unione delle Comunità Ebraiche
Italiane, come riportato con evidenza da molte testate (tra cui
Corriere della sera e Repubblica). “Il terrorismo è negazione della
vita e non ha aggettivi, va combattuto senza aggettivi né
giustificazionismi, né cercando di criminalizzare altri in ragione di
categorie di appartenenza, per fede, politica o religiosa, per
condizione sociale o etnica” afferma il segretario generale della
Federazione Franco Siddi. E prosegue: “Le spietate esecuzioni contro i
colleghi di Charlie Hebdo, contro uomini della sicurezza e lavoratori,
‘innocenti’ in una parola, sono un dolore enorme per tutte le persone
del mondo che vivono e credono nella libertà. È un atto terroristico
orrendo di fronte al quale leviamo la nostra indignazione, la nostra
voce di libertà che accendiamo ancora di più”.
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TERRORE A PARIGI - il ritorno al lavoro Mobilitazione e finanziamenti
per la rinascita di Charlie Hebdo
“Diamo
il benvenuto ai nostri cugini. Accogliamo con delicatezza e attenzione
il team decimato di Charlie Hebdo, che proseguirà la sua missione”.
Sono le parole con cui il direttore di Libération, Laurent Joffrin, ha
accolto oggi i redattori superstiti del giornale satirico parigino.
“Siamo ancora sotto shock, ma la decisione di andare avanti è un
omaggio a chi non c’è più. Charb avrebbe voluto così”, ha fatto sapere
Richard Malka, avvocato di Charlie Hebdo. E Luce Lapin, storico
segretario di redazione, rilancia: “Poco ma sicuro. Non hanno ucciso il
giornale, diversamente da quello che credono”.
Parole estremamente significative che arrivano dopo la catena di
solidarietà innescatasi in tutta la società francese per garantire un
futuro alla testata, che tornerà regolarmente in edicola già dal
prossimo mercoledì in otto pagine e con una tiratura straordinaria di
un milione di copie. Un risultato che è frutto della combinazione di
molti fattori e dell’impegno concreto di chi, a tutti i livelli, si è
immediatamente attivato per andare oltre la retorica delle belle parole
e del cordoglio disimpegnato.
“Abbiamo un compito, garantire un futuro a Charlie Hebdo” ha affermato
il ministro della cultura Fleur Pellerin dando notizia del fondo
permanente (un milione di euro) attivato dal governo di Parigi per far
sì che il giornale possa non solo sopravvivere ma essere – nel tempo –
un monito formidabile per tutti i nemici della libertà di
espressione.
(Nell'immagine i superstiti di Charlie Hebdo si abbracciano commossi prima di entrare nella sede di Libération)
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DIRE LA VERITà DI FRONTE AL TERRORE
"Cari vigliacchi, pubblicate
le vignette di Charlie..."
L’autorevole
testata statunitense Jewish Journal pubblica oggi l’opinione del
giudice federale, docente della Pepperdine University e attivista
ebraico per la difesa dei diritti umani Bruce J. Einhorn. Eccone la
versione italiana.
Dopo l’atto di terrore e di morte condotto da estremisti islamici
contro il direttore e i redattori della rivista francese Charlie Hebdo
a Parigi, un certo numero di mezzi di informazione - tra cui CNN, Fox
Cable, l'Associated Press, MSNBC, ABC, il britannico Jewish Chronicle e
il New York Times - hanno deciso di non mostrare o ripubblicare le
immagini satiriche di Maometto e di altri musulmani che sembrano siano
stati il pretesto dell’attentato. Molti dei responsabili di queste
imprese hanno giustificato la loro scelta per la necessità di
proteggere i propri dipendenti da eventuali ritorsioni da parte di
estremisti. Ma c'è un altro modo per chiamare queste decisioni:
cedimento.
Quando reporter, giornalisti ed editori lodano il coraggio di coloro
che sono stati uccisi per aver disegnato e stampato le vignette
pubblicate da Charlie Hebdo, ma allo stesso tempo si piegano al
terrorismo che ha portato al massacro di Parigi, stanno proteggendo le
loro scelte sacrificando l’adesione al principio di libertà di
espressione, per il bene della propria sicurezza. Non hanno esitato -
giustamente - a diffondere e stampare la recente ondata di vignette
disegnate in omaggio a coloro che sono stati assassinati nella
redazione di Charlie Hebdo, disegni che attestano in maniera commovente
come le persone libere credano nel motto "la penna è più potente della
spada".
Allo stesso tempo, però, coloro che hanno accettato il cedimento, i
responsabili di alcuni dei maggiori media, hanno scelto di temere la
spada più che di stare dalla parte della penna, lasciando nel buio le
vignette satiriche pubblicate da Charlie Hebdo. Dire oggi che la satira
dell'Islam che compare nelle vignette di Charlie Hebdo - che in realtà
prende di mira anche tutte le altre religioni – possa sembrare
offensiva ad alcune persone di fede, è un’osservazione francamente
fuori luogo.
Quello che invece non è fuori luogo è il principio che il terrorismo e
tutte le forme di intimidazione violenta della stampa libera non sono
mai giustificati, indipendentemente dal contenuto di ciò che viene
stampato o trasmesso dai media. Come molti sionisti ed ebrei, sono
offeso quasi quotidianamente da quelle che considero notizie di parte,
pubblicate su Israele. Ed esprimo il mio sdegno la mia rabbia per
scrivere editoriali, lettere ai direttore, post, messaggi e discorsi
per protestare contro quello che credo siano cattivo giornalismo e
commenti stupidi. Mi Se non basta mi prendo un’aspirina.
Quello che invece non faccio, quello che non farei mai, è usare o
invocare la violenza come mezzo per fermare la libertà di espressione.
In una democrazia costruita e difesa da uomini e donne coraggiosi che
si impegnano per una libertà intatta non ci sono giustificazioni per un
compromesso con chi vuole una limitazione della libertà e una censura
della stampa.
Sentirsi offesi significa essere vivi. Ciò che conta è il modo in cui,
una volta offesa, una persona reagisce. Per coloro che sono ben pagati
per riferire e commentare sui media le notizie, la vigliaccheria non è
un'opzione giustificabile. Una simile viltà disonora la memoria di
coloro che sono stati assassinati a Parigi.
L’organizzazione antirazzista Anti Defamation League (ADL), in cui sono
stato con orgoglio a lungo attivo, pubblica regolarmente una raccolta
delle più vili vignette antisemite che compaiono nei media, soprattutto
in Europa e in Medio Oriente. Queste vignette, che tendono a
giustificare il terrorismo contro gli ebrei, contro Israele e i suoi
sostenitori, sono per me dolorose, come lo sono per l’ADL, per molti
altri ebrei, e per le persone oneste di tutte le fedi.
Tuttavia, l’ADL riproduce queste vignette nello sforzo di far
comprendere al pubblico il male dell’antisemitismo e del fanatismo
religioso. L’ADL comprende che la pubblicazione della verità, di fronte
al terrore, per quanto dolorosa è il modo migliore per descrivere con
cura coloro la cui intolleranza spesso porta alla violenza. La saggezza
e il coraggio di ADL dovrebbero secondo me servire a far vergognare
quei mezzi di comunicazione che hanno scelto di placare coloro che
reagiscono alla libertà di espressione con rabbia omicida.
Alcuni media, come l'Huffington Post, il Washington Post e il Daily
Beast, hanno ristampato le vignette satiriche più importanti di Charlie
Hebdo. E meritano di essere elogiati per il loro coraggio.
Quanto a me, sono orgoglioso di aver scritto questo articolo e di
vedere comparire la mia firma. Sono americano, sono ebreo, sono
sionista, e sono un cittadino di Los Angeles.
A coloro che vorrebbero rispondere al mio articolo con la violenza, dico: “Fatevi avanti, bastardi”.
Bruce J. Einhorn
(versione italiana di Ada Treves)
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QUI VENEZIA
Il coraggio di Armin
Inaugurata
alla Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia la mostra “Armin T.
Wegner, un giusto per gli Armeni e per gli Ebrei”, che apre
ufficialmente il programma veneziano degli eventi legati al Giorno
della Memoria. Alla presenza di una sala gremita sono intervenuti Paolo
Navarro Dina, giornalista e consigliere della Comunità ebraica di
Venezia; Gabriele Nissim, presidente di Gariwo, la foresta dei Giusti;
Anna Maria Samuelli, curatrice della mostra. Tra i presenti anche
Maurizio Messina, direttore della Biblioteca Nazionale Marciana; Sargis
Ghazaryan, ambasciatore della Repubblica di Armenia in Italia; Pietro
Kuciukian, console onorario della Repubblica di Armenia a Milano;
Baykar Sivazliyan, presidente dell’Unione degli Armeni d’Italia.
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Insegnare a ridere |
Cosa
penseranno gli studenti del futuro quando leggeranno sui libri di
storia che nel 2015 a Parigi qualcuno è stato ucciso per aver difeso il
diritto di ridere e far ridere? E cosa ne pensano gli studenti di oggi,
educati a ridere di nascosto e abituati a considerare una risata
autorizzata durante le lezioni come un’eccezione o un’anomalia? Come
far capire loro che ridere può essere una cosa maledettamente seria?
Non è affatto facile, e in effetti ho l’impressione che i miei allievi
- come molti altri - non abbiano considerato con troppa attenzione chi
è stato ucciso a Parigi e perché. Forse, come tutte le cose serie,
anche il riso deve essere insegnato. O, se non altro, è importante
insegnare quanto possa fare paura.
Anna Segre, insegnante
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Ahmed Merabet |
Non
so nulla di Ahmed Merabet, salvo quel poco che ne scrivono i giornali.
Eppure il fotogramma immortalato dalla ripresa sfuocata, che lo ritrae
a un secondo dalla morte, è un megafono che urla nel mio orecchio da
quando l'ho visto. Urla parole in francese, pronunciate quasi senza
odio palpabile, da un uomo vestito in nero integrale che ha appena
fatto una strage. Ahmed, in divisa da poliziotto di quartiere, è
ferito, si è accasciato per terra, e l'uomo fra un attimo gli sparerà
di nuovo, per ammazzarlo. Una esecuzione, l'unica che tutti abbiamo
visto perchè ripresa in video, mentre la redazione di Charlie Hebdo era
già un bagno di sangue che forse per fortuna nessuno ha potuto
riprendere.
Daniela Fubini, Tel Aviv
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I linguaggi umani
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“Ogni
singola lingua umana è una finestra sull'essere, sulla creazione. […]
Ogni lingua umana sfida la realtà in maniera propria e del tutto
peculiare. […] Ogni lingua umana sfrutta e trasmette aspetti
differenti, potenzialità diverse della contingenza umana. […] Da qui la
vera perdita irreparabile, la riduzione delle possibilità dell'uomo
quando una lingua muore. […] La sparizione delle lingue di cui oggi
siamo testimoni è esattamente analoga alla distruzione della fauna e
della flora, ma ha un carattere di maggiore irrevocabilità. Gli alberi
si possono ripiantare, il DNA di una specie animale può essere
parzialmente conservato e forse riattivato. Una lingua morta resta
morta o sopravvive come una reliquia pedagogica nello zoo accademico.
Ne consegue un drastico immiserimento dell'ecologia della psiche umana.“
Così lo scrittore George Steiner, in un saggio del 2008 “I libri che
non ho scritto” - recensito anche su queste pagine – affronta la
riduzione dei linguaggi umani.
Francesco Moises Bassano, studente
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Scrittura e persecuzione
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In
"Scrittura e persecuzione" Leo Strauss sosteneva che nella storia, la
scrittura tra le righe di molti filosofi fosse un effetto della
soppressione della libertà di parola verso il pensiero eterodosso e la
ricerca della verità. Oggi i problemi sembrano altri: le parole, dette
o scritte sui social network o sulla carta stampata, cadono in modo
diretto e spesso provocatorio. Ma dopo gli eventi di Parigi, oltre a
provare orrore, mi chiedo che effetto avrà questa violenza sulle nostre
parole e il nostro pensiero.
Ilana Bahbout
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