
Paolo Sciunnach,
insegnante
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Anno
1944 – Scendemmo dal treno e trovammo ad attenderci uomini in divisa
che urlavano parole incomprensibili. I latrati dei cani, pronti ad
azzannare i prigionieri, ci mettevano il terrore.
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Anna
Foa,
storica
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Era
il suo tempo, eppure speravamo che l’angelo della morte si fosse
dimenticato di lui, come di tanti altri della sua generazione: uomini
forti, intelligenti, anime delle loro comunità, dei loro paesi. Per
questo la scomparsa di rav Toaff ci ha sorpreso, oltre che addolorato.
È difficile dire in poche parole quale è stato il suo ruolo. Ha
traghettato la Comunità di Roma fuori dal lutto della Shoah, ha aperto
al mondo ed è stato il tramite tra gli ebrei di Roma (e non solo di
Roma) e le istituzioni, il mondo esterno. È stato in ogni momento
attento agli altri, mai chiuso o ostile al mondo esterno. Ricordo
quando ha preso accanto a sé, in un discorso pubblico, due bimbi rom,
con tenerezza. È stato un politico abilissimo, ma della stirpe di quei
politici che abbiamo perduto, per cui la politica è una passione
autentica e disinteressata. È stato un grande studioso, un grande
ebreo. Ci mancherà.
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Rav Elio Toaff (1915-2015) |
Viva
commozione in tutta Italia per la scomparsa del rabbino emerito di Roma
Elio Toaff, che avrebbe compiuto 100 anni tra pochi giorni. Rabbino
capo della Capitale per mezzo secolo, dal 1951 al 2001, rav Toaff è
stato una delle figure più eminenti del Novecento italiano grazie a
parole e gesti che sono passati alla Storia, primo tra tutti
l’abbraccio in sinagoga con papa Giovanni Paolo II, durante la sua
storica visita del 13 aprile 1986.
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rav elio toaff (1915-2015)
Un rabbino grande un secolo
Un
rabbino grande come un secolo. Cordoglio e commozione in tutto il Paese
per la scomparsa a 99 anni di rav Elio Toaff, guida spirituale e morale
per intere generazioni di italiani. Toaff, rabbino emerito di Roma,
avrebbe compiuto tra pochi giorni 100 anni. La sua figura sarà
ricordata come una delle più eminenti del Novecento italiano, capace di
lasciare un’impronta indelebile nella Storia, dalla lotta partigiana
per conquistare la libertà e la democrazia all’indimenticabile
abbraccio con papa Giovanni Paolo II, nella sua storica visita del 13
aprile 1986 al Tempio Maggiore di Roma.
Uomo del dialogo, Maestro di Torah e di vita, punto di riferimento per
tutti gli ebrei, in queste ore tutta l’Italia ebraica sta rivolgendo il
suo pensiero al rav, abbracciando idealmente la sua famiglia. Da Roma,
di cui fu rabbino capo per mezzo secolo (1951-2001) a Livorno, città
natale e dove oggi troveranno riposo le sue spoglie, lì dove è sepolta
sua moglie Lia Luperini e i genitori Alfredo, indimenticato rabbino
della città labronica, e la madre Alice Jarach.
“Piangiamo in queste ore la scomparsa di un uomo straordinario. Un
punto di riferimento, un leader, una guida spirituale in grado di
segnare il suo tempo e il tempo delle generazioni che ancora verranno”,
ha dichiarato il presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche
Italiane Renzo Gattegna in merito alla scomparsa di rav Toaff. A
rendergli omaggio è stato anche il primo ministro Matteo Renzi: “un
grandissimo italiano”, il ricordo affidato ai social network del
premier, che ha partecipato ieri sera alla veglia di preghiera
organizzata dalla Comunità ebraica romana recandosi in un secondo
momento in visita ai famigliari del rav assieme al presidente Riccardo
Pacifici e al rabbino capo Riccardo Di Segni.
(Nell'immagine
rav Elio Toaff con l'ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio
Ciampi e il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni).
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rav elio toaff (1915-2015) - l'ultima intervista "Un rav deve avere coraggio"
Fermo
là, in poltrona, il Rav si lascia avvolgere dalla luce tiepida e
trasparente del mattino. Poi lancia lo sguardo verso Roma e sembra che
la città lo attenda alla vigilia del novantacinquesimo compleanno con
il dono di tutta la sua primavera. A pochi passi quasi si percepisce
l’eterno scorrere del fiume, il via vai nel ghetto della gente che lo
ha accolto e lo ha seguito in cinquant’anni di magistero, la sinagoga
che lo ha visto protagonista nei momenti più difficili e nelle gioie
più intense per oltre mezzo secolo. I movimenti restano maestosi, ma
sono rallentati dal peso dei ricordi. I gesti, gli sguardi seguono un
flusso di memorie che riaffiorano. E si torna alle origini, agli anni
della giovinezza, anni di speranze spezzate e di scelte dure,
irrevocabili.
Era il settembre del 1938, in quella sala operatoria della prestigiosa
clinica universitaria di Pisa, quando suo fratello apprese di non poter
più esercitare la professione medica. Era il giorno dell’infamia delle
leggi razziste che negarono agli ebrei italiani la dignità di cittadini
e privarono il mondo accademico dell’apporto di scienziati e
professionisti di valore. E qualche solerte assistente si sentiva già
pronto a sostenere che l’applicazione delle leggi doveva avere effetto
immediato, a operazione aperta. Il professor Renzo Toaff decise allora
che l’operazione doveva andare avanti fino alla sua conclusione. “No,
questa la finisco io, altrimenti mi ammazzate il paziente e poi date la
colpa a qualcun altro”. La sua uscita dalla sala operatoria non segnava
solo la conclusione di un’epoca di civile convivenza, ma anche la fine
del prestigio che il mondo accademico italiano aveva saputo
conquistarsi. Per molti ebrei italiani veniva il momento di prendere
una decisione. Da un capo all’altro dell’Italia i fratelli Toaff
decisero che era il momento di reagire. Renzo non ci pensò su due volte
e fece i bagagli per la Palestina. Suo fratello Cesare, avvocato a
Trieste, guardava già al porto da cui presero il largo migliaia di
ebrei costretti a lasciare il proprio paese e decise di seguirlo. E
anche Elio, laureato in giurisprudenza e avviato agli studi rabbinici,
si avvicinò al padre proponendo di seguire i fratelli, di lasciare
insieme l’Italia. La risposta fu ferma, dura, non facile da mandar giù.
Eppure quella incrollabile fermezza e quell’infinito amore con cui si
trovò alle prese, avrebbe condizionato i destini dell’ebraismo italiano
per molti decenni a venire.
“Quando mi trovai davanti a mio padre – ricorda oggi il rav Elio Toaff
– compresi che non era possibile una mediazione. Che bisognava restare
in Italia e separarmi dai miei fratelli”.
Da quel “no” di suo padre sono venuti tanti fatti incancellabili per la
minoranza ebraica in Italia. Il suo lunghissimo magistero rabbinico, la
sua guida di oltre mezzo secolo della Comunità di Roma, il suo impegno
da protagonista nella Resistenza e in tutti i momenti chiave della
storia italiana del ‘900.
Suo padre, il rav Alfredo
Sabato Toaff, non era solo il rabbino capo di Livorno, ma anche una
delle voci più autorevoli della cultura umanistica italiana. Perché non
volle lasciarla partire? Non comprese il pericolo, oppure vide ancora
più lontano di quando molti videro allora?
Non so, ricorda oggi il Rav, posso solo dire che mio padre non ammise
repliche. E così facendo condizionò in fondo tutta la mia vita.
E come spiegò il suo diniego?
“Un rabbino, mi disse, non ha la stessa libertà di scelta degli altri.
Un rabbino non abbandona mai la sua comunità”. E fu così che vidi
partire i miei fratelli, continuai gli studi, attraversai gli anni
delle persecuzioni, accettai la responsabilità di tante comunità, fra
cui Ancona, Venezia e infine legai per oltre mezzo secolo il mio lavoro
di rabbino a Roma. Ho avuto la fortuna di diventare rabbino al Collegio
rabbinico di Livorno. Mio padre fu anche il mio maestro. E non era
facile.
Suo padre ha lasciato il segno di una personalità immensa. Studiare con lui le fu di peso, la fece soffrire?
Guardi, mio padre non me ne faceva passare una e forse proprio questa è
stata la lezione più grande. Fare il rabbino significa agire secondo
giustizia, senza favoritismi. Ma anche lasciarsi portare da un infinito
amore. Proprio quello con cui lui mi istruì.
Una lezione che resta valida ancora oggi per i giovani rabbini?
Certo, i giovani rabbini dovrebbero crescere nella fermezza e
nell’amore. A loro auguro di ricevere i doni e di trovare le risorse
che ho avuto la fortuna di poter raccogliere.
Quali?
A loro auguro di avere coraggio, che le delusioni sono sempre pronte
fuori dalla porta. A loro auguro di fare un poco di gavetta, che non è
bene ricoprire i massimi incarichi senza prima aver conquistato la
propria posizione. A loro auguro di avere il tempo e il modo di
studiare, che la preparazione non basta mai. E tante altre cose ancora…
Cosa?
A loro auguro di essere equamente retribuiti, che non si può pretendere
di avere persone preparate, impegnate e coinvolte se le si fa soffrire
con retribuzioni inadeguate. A loro auguro soprattutto di continuare a
rappresentare i valori dell’ebraismo italiano.
Nei prossimi mesi alcune
comunità italiane dovranno affrontare un avvicendamento negli incarichi
rabbinici e le giovani generazioni scarseggiano. Che accadrà?
Mi sembra necessario fare un grande sforzo per salvare i valori
inestimabili che sono i nostri. Sarebbe un peccato vedere comunità
costrette a rivolgersi a rabbini provenienti da lontano, certo
autorevoli, ma magari incapaci di comprendere le nostre tradizioni e la
nostra mentalità. E anche la nostra lingua.
Lei ha accolto alle porte
della sinagoga di Roma il primo papa che fece visita alla comunità più
antica della Diaspora ed è sceso in strada per salutare anche la
recente venuta di Benedetto XVI. Quali segni di differenza possono
essere tracciati fra questi due importanti momenti del dialogo fra le
fedi?
Il dialogo è importante, e bisogna andare avanti con coraggio. Giovanni
Paolo II era dotato di questo coraggio. L’ho visto e di questo posso
testimoniare.
Quando misura con la sua lunga esperienza la vita delle comunità italiane di oggi, quali problemi vede?
Vedo spesso una carenza di misura, di modestia se vogliamo. E talvolta
anche di senso dell’umorismo. La litigiosità ebraica è superiore alla
media nazionale, il che è tutto dire. Come nel caso di questa tragedia
delle ciambellette.
Chi se l’è presa per la proibizione rabbinica di utilizzare a casa propria la farina di Pesach ha esagerato?
Sì, ha esagerato. E ha confuso tradizioni antiche e talvolta fraintese
come un diritto acquisito. Non può essere così. E’ ovvio. E non valeva
proprio la pena di agitarsi tanto.
E segnali di speranza, ne vede?
Certo che ce ne sono. E tanti. Anche questo giornale ne rappresenta uno.
Lei, Rav, non ha mai
rinunciato a seguire l’attualità e a leggere il giornale. Quando la
vista si è affievolita è stata una sofferenza?
Ho sempre al fianco qualche persona di buon cuore che mi legge i giornali. Pagina su pagina.
A nome di tutta la redazione vorrei ringraziarla di seguire con attenzione anche il nostro lavoro.
Questo è un giornale destinato al successo.
So che è un complimento sincero e mi sento autorizzato a renderlo pubblico. Ma come fa a saperlo?
Lo vedo dallo spirito e dalla generosità con cui i collaboratori offrono il proprio contributo.
Lei, Rav, continua a
ricevere la visita di numerose persone che sentono il bisogno di
confidarsi, di chiedere consiglio. Cosa cercano, la sua esperienza o la
sua amicizia?
Non sono tempi facili, si sentono tante storie di gente che soffre, che
non riesce a mantenere un equilibrio all’interno della propria
famiglia, che non riesce a dominare i propri istinti. O anche che ha
solo bisogno di un consiglio amichevole e di una benedizione.
E a tutti cosa consiglia?
Di avere coraggio. Ma soprattutto di non perdere mai l’occasione di
impegnarsi nelle due attività che ci fanno essere noi stessi.
Quali?
Aiutare gli altri. E studiare.
Come agire per svolgerle al meglio?
Non è difficile. Dico sempre a tutti, andate a cercarvi un vecchio
solitario. E scacciate la solitudine. Portatelo in giro, regalategli un
poco del vostro tempo. Poi dico, se volete salvare la comunità non
passi un giorno senza studiare. Ognuno si prenda carico di almeno
un’ora di studio al giorno.
Rav, se ci fossero due
partiti, quelli che amano le feste di compleanno e quelli che le
attendono con insofferenza, a quale vorrebbe aderire?
Sicuramente al secondo. Ma egualmente sono felice che si festeggi il
mio compleanno, perché so che è il momento di un saluto sincero con la
mia gente, con tutti gli amici che ho amato tanto.
Guido Vitale – Pagine Ebraiche, maggio 2010
(Il disegno è di Giorgio Albertini)
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Oltremare
- Memoria |
Hanno
già cominciato. Uno accende la televisione per vedere il telegiornale e
si trova servizi infiniti e documentari su una guerra fra le tante.
Pesach non è ancora uscito completamente dal nostro orizzonte, già
abbiamo dovuto deglutire (o evitare accuratamente) tutti i film sulla
Shoah la settimana scorsa, e adesso arriva a tradimento anche Yom
HaZikaron.
Daniela Fubini, Tel Aviv
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Il rebbe di Roma
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Scrivendo
del funerale del Lubavitch Rebbe, Rav Lau racconta che la cerimonia
avvenne in un silenzio surreale finché un anziano hasid non cominciò a
urlare: “Padre, padre!”. Un urlo di dolore sincero.
Per le comunità hasidiche il Rebbe non è solo il Rav o guida
spirituale, il Rebbe è l’anziano “nonno” saggio, riverito e amato, che
a sua volta ama la propria keillah e se ne fa carico in modo paterno.
Miky Steindler
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