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20 aprile 2015 - 1° Iyar 5775
PAGINE EBRAICHE 24

ALEF / TAV DAVAR PILPUL

alef/tav

Paolo Sciunnach,
insegnante
Anno 1944 – Scendemmo dal treno e trovammo ad attenderci uomini in divisa che urlavano parole incomprensibili. I latrati dei cani, pronti ad azzannare i prigionieri, ci mettevano il terrore.
 
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Anna
Foa,
storica
Era il suo tempo, eppure speravamo che l’angelo della morte si fosse dimenticato di lui, come di tanti altri della sua generazione: uomini forti, intelligenti, anime delle loro comunità, dei loro paesi. Per questo la scomparsa di rav Toaff ci ha sorpreso, oltre che addolorato. È difficile dire in poche parole quale è stato il suo ruolo. Ha traghettato la Comunità di Roma fuori dal lutto della Shoah, ha aperto al mondo ed è stato il tramite tra gli ebrei di Roma (e non solo di Roma) e le istituzioni, il mondo esterno. È stato in ogni momento attento agli altri, mai chiuso o ostile al mondo esterno. Ricordo quando ha preso accanto a sé, in un discorso pubblico, due bimbi rom, con tenerezza. È stato un politico abilissimo, ma della stirpe di quei politici che abbiamo perduto, per cui la politica è una passione autentica e disinteressata. È stato un grande studioso, un grande ebreo. Ci mancherà.
 
 
 
Rav Elio Toaff (1915-2015)
Viva commozione in tutta Italia per la scomparsa del rabbino emerito di Roma Elio Toaff, che avrebbe compiuto 100 anni tra pochi giorni. Rabbino capo della Capitale per mezzo secolo, dal 1951 al 2001, rav Toaff è stato una delle figure più eminenti del Novecento italiano grazie a parole e gesti che sono passati alla Storia, primo tra tutti l’abbraccio in sinagoga con papa Giovanni Paolo II, durante la sua storica visita del 13 aprile 1986. 
 
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  davar
rav elio toaff (1915-2015)
Un rabbino grande un secolo
Un rabbino grande come un secolo. Cordoglio e commozione in tutto il Paese per la scomparsa a 99 anni di rav Elio Toaff, guida spirituale e morale per intere generazioni di italiani. Toaff, rabbino emerito di Roma, avrebbe compiuto tra pochi giorni 100 anni. La sua figura sarà ricordata come una delle più eminenti del Novecento italiano, capace di lasciare un’impronta indelebile nella Storia, dalla lotta partigiana per conquistare la libertà e la democrazia all’indimenticabile abbraccio con papa Giovanni Paolo II, nella sua storica visita del 13 aprile 1986 al Tempio Maggiore di Roma.
Uomo del dialogo, Maestro di Torah e di vita, punto di riferimento per tutti gli ebrei, in queste ore tutta l’Italia ebraica sta rivolgendo il suo pensiero al rav, abbracciando idealmente la sua famiglia. Da Roma, di cui fu rabbino capo per mezzo secolo (1951-2001) a Livorno, città natale e dove oggi troveranno riposo le sue spoglie, lì dove è sepolta sua moglie Lia Luperini e i genitori Alfredo, indimenticato rabbino della città labronica, e la madre Alice Jarach.
“Piangiamo in queste ore la scomparsa di un uomo straordinario. Un punto di riferimento, un leader, una guida spirituale in grado di segnare il suo tempo e il tempo delle generazioni che ancora verranno”, ha dichiarato il presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Renzo Gattegna in merito alla scomparsa di rav Toaff. A rendergli omaggio è stato anche il primo ministro Matteo Renzi: “un grandissimo italiano”, il ricordo affidato ai social network del premier, che ha partecipato ieri sera alla veglia di preghiera organizzata dalla Comunità ebraica romana recandosi in un secondo momento in visita ai famigliari del rav assieme al presidente Riccardo Pacifici e al rabbino capo Riccardo Di Segni.


(Nell'immagine rav Elio Toaff con l'ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni).
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Rav Elio Toaff (1915-2015) -  il presidente  ucei
"Scompare un grande leader"
“Piangiamo in queste ore la scomparsa di un uomo straordinario. Un punto di riferimento, un leader, una guida spirituale in grado di segnare il suo tempo e il tempo delle generazioni che ancora verranno. I gesti e gli insegnamenti che hanno caratterizzato il magistero e la lunga vita del rav Elio Toaff rappresentano infatti uno dei momenti più alti nella storia, non solo dell’ebraismo italiano ma dell’intera nazione.
Grazie Rav per tutto quello che hai fatto e rappresentato. La tua lezione non sarà dimenticata. Che il tuo ricordo possa essere di benedizione per tutti noi”.

Così il presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Renzo Gattegna nel commentare la scomparsa del rabbino emerito di Roma Elio Toaff.
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rav elio toaff (1915-2015)
Roma, l'ultimo saluto al rav
Un fiume interminabile di cittadini si è raccolto questa mattina nella Capitale di fronte alla sinagoga maggiore, per volgere un ultimo saluto al rabbino capo emerito Elio Toaff, leader religioso della comunità ebraica della capitale dal 1951 al 2001, che ha lasciato la vita terrena ieri in serata al termine del suo centesimo anno di vita.
Già nella notte, appena resa pubblica la notizia, un folto gruppo di cittadini, richiamato dal bagliore dell’unica finestra illuminata sulla facciata della casa dove il rav Toaff ha trascorso gli anni del suo magistero romano si è riunito nella sinagoga centrale per pregare insieme. A raggiungere il rabbino capo della comunità Riccardo Di Segni e il presidente Riccardo Pacifici è stato anche il presidente del Consiglio Matteo Renzi e il sindaco di Roma Ignazio Marino.
A partire da questa mattina il feretro del Rav è stato esposto di fronte al Tempio Maggiore per permettere alle numerose persone accorse di poter dare il loro ultimo saluto prima del funerale che verrà celebrato nel pomeriggio a Livorno, la sua città di origine.
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rav elio toaff (1915-2015) - le parole
"Tra di noi manca l'umorismo"
Il nostro ricordo nelle parole che ha affidato alla redazione in occasione del suo novantacinquesimo compleanno: “Vedo spesso una carenza di misura, di modestia se vogliamo. E talvolta anche di senso dell’umorismo. La litigiosità ebraica è superiore alla media nazionale, il che è tutto dire”.
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rav elio toaff (1915-2015) - l'ultima intervista
"Un rav deve avere coraggio"
Fermo là, in poltrona, il Rav si lascia avvolgere dalla luce tiepida e trasparente del mattino. Poi lancia lo sguardo verso Roma e sembra che la città lo attenda alla vigilia del novantacinquesimo compleanno con il dono di tutta la sua primavera. A pochi passi quasi si percepisce l’eterno scorrere del fiume, il via vai nel ghetto della gente che lo ha accolto e lo ha seguito in cinquant’anni di magistero, la sinagoga che lo ha visto protagonista nei momenti più difficili e nelle gioie più intense per oltre mezzo secolo. I movimenti restano maestosi, ma sono rallentati dal peso dei ricordi. I gesti, gli sguardi seguono un flusso di memorie che riaffiorano. E si torna alle origini, agli anni della giovinezza, anni di speranze spezzate e di scelte dure, irrevocabili.

Era il settembre del 1938, in quella sala operatoria della prestigiosa clinica universitaria di Pisa, quando suo fratello apprese di non poter più esercitare la professione medica. Era il giorno dell’infamia delle leggi razziste che negarono agli ebrei italiani la dignità di cittadini e privarono il mondo accademico dell’apporto di scienziati e professionisti di valore. E qualche solerte assistente si sentiva già pronto a sostenere che l’applicazione delle leggi doveva avere effetto immediato, a operazione aperta. Il professor Renzo Toaff decise allora che l’operazione doveva andare avanti fino alla sua conclusione. “No, questa la finisco io, altrimenti mi ammazzate il paziente e poi date la colpa a qualcun altro”. La sua uscita dalla sala operatoria non segnava solo la conclusione di un’epoca di civile convivenza, ma anche la fine del prestigio che il mondo accademico italiano aveva saputo conquistarsi. Per molti ebrei italiani veniva il momento di prendere una decisione. Da un capo all’altro dell’Italia i fratelli Toaff decisero che era il momento di reagire. Renzo non ci pensò su due volte e fece i bagagli per la Palestina. Suo fratello Cesare, avvocato a Trieste, guardava già al porto da cui presero il largo migliaia di ebrei costretti a lasciare il proprio paese e decise di seguirlo. E anche Elio, laureato in giurisprudenza e avviato agli studi rabbinici, si avvicinò al padre proponendo di seguire i fratelli, di lasciare insieme l’Italia. La risposta fu ferma, dura, non facile da mandar giù. Eppure quella incrollabile fermezza e quell’infinito amore con cui si trovò alle prese, avrebbe condizionato i destini dell’ebraismo italiano per molti decenni a venire.
“Quando mi trovai davanti a mio padre – ricorda oggi il rav Elio Toaff – compresi che non era possibile una mediazione. Che bisognava restare in Italia e separarmi dai miei fratelli”.
Da quel “no” di suo padre sono venuti tanti fatti incancellabili per la minoranza ebraica in Italia. Il suo lunghissimo magistero rabbinico, la sua guida di oltre mezzo secolo della Comunità di Roma, il suo impegno da protagonista nella Resistenza e in tutti i momenti chiave della storia italiana del ‘900.

Suo padre, il rav Alfredo Sabato Toaff, non era solo il rabbino capo di Livorno, ma anche una delle voci più autorevoli della cultura umanistica italiana. Perché non volle lasciarla partire? Non comprese il pericolo, oppure vide ancora più lontano di quando molti videro allora?
Non so, ricorda oggi il Rav, posso solo dire che mio padre non ammise repliche. E così facendo condizionò in fondo tutta la mia vita.

E come spiegò il suo diniego?
“Un rabbino, mi disse, non ha la stessa libertà di scelta degli altri. Un rabbino non abbandona mai la sua comunità”. E fu così che vidi partire i miei fratelli, continuai gli studi, attraversai gli anni delle persecuzioni, accettai la responsabilità di tante comunità, fra cui Ancona, Venezia e infine legai per oltre mezzo secolo il mio lavoro di rabbino a Roma. Ho avuto la fortuna di diventare rabbino al Collegio rabbinico di Livorno. Mio padre fu anche il mio maestro. E non era facile.

Suo padre ha lasciato il segno di una personalità immensa. Studiare con lui le fu di peso, la fece soffrire?
Guardi, mio padre non me ne faceva passare una e forse proprio questa è stata la lezione più grande. Fare il rabbino significa agire secondo giustizia, senza favoritismi. Ma anche lasciarsi portare da un infinito amore. Proprio quello con cui lui mi istruì.

Una lezione che resta valida ancora oggi per i giovani rabbini?
Certo, i giovani rabbini dovrebbero crescere nella fermezza e nell’amore. A loro auguro di ricevere i doni e di trovare le risorse che ho avuto la fortuna di poter raccogliere.

Quali?
A loro auguro di avere coraggio, che le delusioni sono sempre pronte fuori dalla porta. A loro auguro di fare un poco di gavetta, che non è bene ricoprire i massimi incarichi senza prima aver conquistato la propria posizione. A loro auguro di avere il tempo e il modo di studiare, che la preparazione non basta mai. E tante altre cose ancora…

Cosa?
A loro auguro di essere equamente retribuiti, che non si può pretendere di avere persone preparate, impegnate e coinvolte se le si fa soffrire con retribuzioni inadeguate. A loro auguro soprattutto di continuare a rappresentare i valori dell’ebraismo italiano.

Nei prossimi mesi alcune comunità italiane dovranno affrontare un avvicendamento negli incarichi rabbinici e le giovani generazioni scarseggiano. Che accadrà?
Mi sembra necessario fare un grande sforzo per salvare i valori inestimabili che sono i nostri. Sarebbe un peccato vedere comunità costrette a rivolgersi a rabbini provenienti da lontano, certo autorevoli, ma magari incapaci di comprendere le nostre tradizioni e la nostra mentalità. E anche la nostra lingua.

Lei ha accolto alle porte della sinagoga di Roma il primo papa che fece visita alla comunità più antica della Diaspora ed è sceso in strada per salutare anche la recente venuta di Benedetto XVI. Quali segni di differenza possono essere tracciati fra questi due importanti momenti del dialogo fra le fedi?
Il dialogo è importante, e bisogna andare avanti con coraggio. Giovanni Paolo II era dotato di questo coraggio. L’ho visto e di questo posso testimoniare.

Quando misura con la sua lunga esperienza la vita delle comunità italiane di oggi, quali problemi vede?
Vedo spesso una carenza di misura, di modestia se vogliamo. E talvolta anche di senso dell’umorismo. La litigiosità ebraica è superiore alla media nazionale, il che è tutto dire. Come nel caso di questa tragedia delle ciambellette.

Chi se l’è presa per la proibizione rabbinica di utilizzare a casa propria la farina di Pesach ha esagerato?
Sì, ha esagerato. E ha confuso tradizioni antiche e talvolta fraintese come un diritto acquisito. Non può essere così. E’ ovvio. E non valeva proprio la pena di agitarsi tanto.

E segnali di speranza, ne vede?
Certo che ce ne sono. E tanti. Anche questo giornale ne rappresenta uno.

Lei, Rav, non ha mai rinunciato a seguire l’attualità e a leggere il giornale. Quando la vista si è affievolita è stata una sofferenza?
Ho sempre al fianco qualche persona di buon cuore che mi legge i giornali. Pagina su pagina.

A nome di tutta la redazione vorrei ringraziarla di seguire con attenzione anche il nostro lavoro.
Questo è un giornale destinato al successo.

So che è un complimento sincero e mi sento autorizzato a renderlo pubblico. Ma come fa a saperlo?
Lo vedo dallo spirito e dalla generosità con cui i collaboratori offrono il proprio contributo.

Lei, Rav, continua a ricevere la visita di numerose persone che sentono il bisogno di confidarsi, di chiedere consiglio. Cosa cercano, la sua esperienza o la sua amicizia?
Non sono tempi facili, si sentono tante storie di gente che soffre, che non riesce a mantenere un equilibrio all’interno della propria famiglia, che non riesce a dominare i propri istinti. O anche che ha solo bisogno di un consiglio amichevole e di una benedizione.

E a tutti cosa consiglia?
Di avere coraggio. Ma soprattutto di non perdere mai l’occasione di impegnarsi nelle due attività che ci fanno essere noi stessi.

Quali?
Aiutare gli altri. E studiare.

Come agire per svolgerle al meglio?
Non è difficile. Dico sempre a tutti, andate a cercarvi un vecchio solitario. E scacciate la solitudine. Portatelo in giro, regalategli un poco del vostro tempo. Poi dico, se volete salvare la comunità non passi un giorno senza studiare. Ognuno si prenda carico di almeno un’ora di studio al giorno.

Rav, se ci fossero due partiti, quelli che amano le feste di compleanno e quelli che le attendono con insofferenza, a quale vorrebbe aderire?
Sicuramente al secondo. Ma egualmente sono felice che si festeggi il mio compleanno, perché so che è il momento di un saluto sincero con la mia gente, con tutti gli amici che ho amato tanto.

Guido Vitale – Pagine Ebraiche, maggio 2010

(Il disegno è di Giorgio Albertini)

informazione - international edition
Libertà e liberazione
L’Italia piange la scomparsa del rabbino Elio Toaff, a pochi giorni dal suo centesimo compleanno, ma anche dal settantesimo anniversario della Liberazione e della fine della seconda guerra mondiale, durante la quale il rav combatté come partigiano.
Il 25 aprile si avvicina e intenso è il dibattito sul significato della Resistenza e sulla sua attualità.


Rossella Tercatin
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qui roma - l'intervento di abraham yehosuah
"Sefarad e l'identità virtuale"
Grande affluenza domenica pomeriggio al primo appuntamento del Festival Kosher ‘Sefarad a Roma’, in cui lo scrittore israeliano Abraham Yehoshua ha incontrato il pubblico presso la Reale Accademia di Spagna a Roma.
“L’identità sefardita attraverso i secoli e i continenti”, questo il tema dell’intervento tenuto dalla scrittore israeliano Abraham Yehoshua nella giornata inaugurale del festival ‘Sefarad a Roma’ organizzato dall’Azienda Romana Mercati, azienda speciale della Camera di Commercio per lo sviluppo e la promozione del sistema agroalimentare.
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pilpul
 Oltremare - Memoria
Hanno già cominciato. Uno accende la televisione per vedere il telegiornale e si trova servizi infiniti e documentari su una guerra fra le tante. Pesach non è ancora uscito completamente dal nostro orizzonte, già abbiamo dovuto deglutire (o evitare accuratamente) tutti i film sulla Shoah la settimana scorsa, e adesso arriva a tradimento anche Yom HaZikaron.

Daniela Fubini, Tel Aviv
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Il rebbe di Roma
Scrivendo del funerale del Lubavitch Rebbe, Rav Lau racconta che la cerimonia avvenne in un silenzio surreale finché un anziano hasid non cominciò a urlare: “Padre, padre!”. Un urlo di dolore sincero.
Per le comunità hasidiche il Rebbe non è solo il Rav o guida spirituale, il Rebbe è l’anziano “nonno” saggio, riverito e amato, che a sua volta ama la propria keillah e se ne fa carico in modo paterno.

Miky Steindler
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