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Elia Richetti,
rabbino
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L’ultima
mitzwà che compare nella Torah è quella che stabilisce l’obbligo di
ognuno di scrivere un Séfer Torah per se stesso. Delle regole relative
a questa mitzwah fanno parte due aspetti: il primo, che non si ‘esce
d’obbligo’ possedendo un Séfer Torah ereditato; il secondo, che chi
vedesse – mai sia – bruciare un Séfer Torah dovrebbe fare due strappi
all’indumento in segno di lutto, uno per la pergamena ed uno per lo
scritto. Questo dettaglio è un po’ strano. Di primo acchito, diremmo
che in un Séfer la cosa più importante siano le parole, e non tanto la
pergamena. D’altro canto, se facciamo riferimento al racconto del
Talmùd nel quale è descritto il martirio di Rabbì Chaninà’ ben
Teradyòn, che fu bruciato vivo avvolto in un Séfer Torah, che alla
domanda dei suoi allievi rispose di vedere che le pergamene bruciavano
ma le lettere volavano in cielo, dovremmo dire che per la scrittura non
c’è motivo di lutto, dato che ‘non viene bruciata’. E se è così, che
senso ha fare lutto “per la scrittura”?
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Sergio
Della Pergola,
Università
Ebraica
di Gerusalemme
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Dopo
diversi anni, l’Eurobasket in Francia ci ha riproposto quell’incontro
diretto Italia-Israele che rappresenta il paradigma quintessenziale del
dilemma identitario. Alla domanda infinite volte ripetuta con un tono
fra il sornione e il molesto: “Ma tu fai il tifo per l’Italia o per
Israele?”, c’è chi con risoluta fede patria risponde l’Italia; chi
risponde Israele rischiando l’accusa di Israelolatria sollevata dal
sociologo Enrico Finzi; chi usa dare una risposta opportunamente
diversa a seconda del paese in cui si trova e della persona con cui sta
parlando in quel momento; e chi pensa di schivare l’ostacolo
rispondendo: “Non mi interesso di sport”. E poi se nel calcio esiste la
scappatoia del pareggio, nella pallacanestro il pareggio non esiste e
quindi è più difficile sfuggire. Il momento di minima razionalità e di
massima doppia lealtà creato dal confronto fra le due squadre azzurre
poteva comunque stimolare una riflessione più profonda sulla
complessità delle opzioni identitarie e riproporre la questione se sia
proprio necessario possedere una sola identità o se non sia più attuale
e legittimo portarne avanti più di una. Tanto più in un mondo di
crescenti mobilità geografiche, di esperienze complesse e di residenze
multiple nel lavoro, nella cultura, e nelle reti familiari. Poi
domenica al Palasport di Lilla, l’Italia ha battuto Israele col
punteggio di 82 a 52 e si è qualificata per i quarti di finale.
Difficile giornata per i cultori dell’Israelolatria e forse (anche se
non ne sono del tutto convinto) un pallido raggio di luce per i loro
omologhi e complementari cultori della Diasporalatria. Ma alla fine
ricordiamoci il motto del barone de Coubertin: “Nello sport
l’importante è partecipare”. Anche nelle identità.
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Benjamin Netanyahu
e l'incontro con Putin |
Garanzie
sulla gestione del flusso delle armi in Siria. È quanto chiederà il
Primo ministro di Israele Benjamin Netanyahu al presidente russo
Vladimir Putin nell’imminente incontro fissato tra i due al Cremlino.
La Russia, come spiega La Stampa, è schierata al fianco del regime di
Bashar al-Assad nel conflitto che sta dilaniando da anni la Siria.
Nelle ultime settimane Mosca ha aumentato la sua presenza sul
territorio siriano e i suoi aiuti militari ad Assad, rivendicando una
posizione da protagonista nello scacchiere mediorientale. Israele, per
parte sua, teme che le sofisticate armi russe cadano nelle mani di
Hezbollah ed altri gruppi terroristici, che da sempre minacciano la
sicurezza dello Stato ebraico e che hanno potuto contare sul sostegno
di Assad e dell’Iran. Ma mentre Gerusalemme si preoccupa per i nuovi
sviluppi in Siria, da Mosca Putin ribadisce il suo sostegno al regime
di Damasco in chiave anti-Isis e invita altre nazioni a seguire la
Russia. “L’emergenza profughi è colpa vostra”, l’accusa di Assad
all’Europa, che cerca di estorcere all’Occidente il sostegno militare,
ribadendo – come già in passato – di essere l’unico argine al
terrorismo del Califfato e, di conseguenza, alla fuga di massa verso il
Vecchio Continente dalle zone coinvolte nel conflitto con i jihadisti.
Come spiega il Messaggero, l’obiettivo – sia di Assad sia della Russia
– è creare una grande coalizione anti-Isis, che coinvolga anche gli
Stati Uniti, e la telefonata delle scorse ore tra il presidente Usa
Barack Obama e il presidente Putin potrebbe aprire le porte a questa
soluzione.
Un ricordo di Saba. In
una lettera al Corriere della sera lo scrittore Antonio Debenedetti
ricorda il suo Umberto Saba e risponde alla recensione di Paolo Mieli
legata al libro “Via San Nicolò 30 – Traditori e traditi nella Trieste
nazista” (Il Mulino), di cui nelle scorse ore Pagine Ebraiche ha
pubblicato analisi e impressioni degli storici italiani Anna Foa e
Simon Levis Sullam, affiancate da una nota del direttore del giornale
dell’ebraismo italiano Guido Vitale. Debenedetti sottolinea nella sua
lettera il gusto per la provocazione “tipicamente sabiano” per poi
intervenire sulla sua percezione dell’ebraismo e su quanto scritto da
Mieli sull’argomento. “L’ebraicità è un privilegio che si sconta
vivendo. – scrive Debenedetti – A proposito dei mezzi ebrei, come lo
era Saba e lo sei anche tu, posso anche aggiungerti, caro Paolo, che
Umberto diceva: ‘I mezzi ebrei sono due volte ebrei perché si vedono
essere ebrei’. Io, in queste parole che ho trascritto nel mio
Giacomino, mi ci riconosco. E tu? Spero di sì. Con affetto”.
La camicia nera. “Lazio
in camicia nera. Una squadra fascista”. È l’accusa che arriva dalle
pagine del quotidiano francese Le Monde alla società biancoceleste, per
la maglietta color antracite con il simbolo dell’aquila stilizzata che
la squadra indosserà nelle partite di trasferta di Europa League,
debuttando stasera in Ucraina. “Il club laziale – scrive Le Monde – ha
una cattiva reputazione soprattutto per i suoi sostenitori neofascisti
della Curva Nord, che si sono distinti più volte”. Il Corriere dello
sport riporta la replica del responsabile della comunicazione della
Lazio Stefano De Martino, che afferma che il quotidiano francese si
sarebbe lasciato andare a “derive imbarazzanti”. “La società –
sottolinea – ha sempre dimostrato di essere presente con valori
importanti, così come i propri tifosi. Non permetteremo certi giudizi”.
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pordenonelegge
La sfida della cultura
Centinaia
di persone in coda al Teatro Verdi, nella speranza di assistere
all’inaugurazione ufficiale dell’edizione 2015 di Pordenonelegge, che
per moltissimi è rimasta solo una speranza, tutto esaurito agli
incontri per le scuole che già da ieri mattina hanno riempito le
numerose sale che in tutta la città offrono per cinque giorni una
grande scelta di incontri, letture, presentazioni e spettacoli anche
musicali, e il sito in tilt. Pordenone ha scelto con decisione come
rilanciare la propria identità, e ormai da anni punta in maniera forte
e strutturata sulla cultura: la presidente della Regione Debora
Serracchiani durante l’inaugurazione che ha visto protagonista lo
scrittore francese Daniel Pennac era visibilmente soddisfatta:
“Presentiamo insieme una realtà consolidata per tutta la regione, uno
degli eventi più significativi del Friuli Venezia Giulia, e credo che
questa sia l’occasione per ribadire l’importanza della cultura legata al
territorio. Si parla molto di crisi e dietro ogni crisi c’è anche la
sfida, culturale, di affrontare il cambiamento.”
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memoria - via san nicolò 30
Debenedetti su Umberto Saba:
"L'identità si sconta vivendo"
Mostra
le prime crepe l’operazione editoriale intorno al libro del giornalista
Roberto Curci “Via San Nicolò 30. Traditori e traditi nella Trieste
nazista” (Il Mulino). Come già annunciato il saggio ripercorre la
vicenda del delatore ebreo triestino Mauro Grini, accusato di essersi reso complice dell’arresto di centinaia di
perseguitati, ed era stato presentato sul Corriere della sera
da Paolo Mieli sotto il titolo “Ebrei nemici degli ebrei” nel quale la
fosca figura di Grini veniva accostata a quella del poeta Umberto Saba,
la cui libreria antiquaria si trova ancora in via San Nicolò 30, lo
stesso indirizzo della sartoria della famiglia Grini e che viene
dipinto come prototipo dell’ebreo che odia la propria identità.
A intervenire sulla vicenda con una lettera al Corriere
è oggi il critico e scrittore Antonio Debenedetti, figlio di uno dei
massimi esponenti della critica letteraria del Novecento Giacomo
Debenedetti, che dipinge un intimo e affettuoso ritratto del grande
poeta.
Di questo libro controverso, abbiamo annunciato, si parlerà
diffusamente nel numero di Pagine Ebraiche di ottobre, in distribuzione
nelle prossime settimane, mentre ieri proprio su questo canale sono
state anticipate due recensioni degli storici Anna Foa (“L’enigma non si scioglie”) e Simon Levis Sullam (“Le responsabilità italiane”) e una nota del direttore del giornale dell’ebraismo italiano Guido Vitale che portava il titolo “Traditori cercansi, meglio se ebrei. Quando una storia non fa la Storia”.
Debenedetti ricorda Umberto Saba, legato a suo padre da un profondo
rapporto di stima e amicizia (proprio al critico, Saba confiderà la
malattia nervosa che lo porterà sul lettino dello psicanalista Edoardo
Weiss), come se fosse stato suo nonno – complice la lunga permanenza
del poeta in casa loro – descrivendolo con un uomo irriverente che
amava le provocazioni: “Sapendo che mio padre Giacomo, cui è dedicata
la Storia e cronistoria del Canzoniere – racconta – aveva scritto una
serie di conferenze sui profeti, un giorno gli disse, anzi gli sparò in
pieno petto queste parole: «I profeti portano sciagura». Era quello il
modo, tipicamente sabiano, di provocare per essere poi perdonato e
sentirsi dunque nel perdono più amato”.
Antonio Debenedetti rimarca poi la profonda avversione del poeta al
fascismo. “Di personale – scrive – posso aggiungere che venendomi a
prendere a scuola, nell’immediato dopoguerra, un giorno Saba mi disse:
«Ricordati, stupidello, tutto ciò che è nero è cattivo. I preti, i
fascisti»”.
Nella lettera si fa infine riferimento ai figli nati da un matrimonio
misto, figli come Antonio Debenedetti e lo stesso Saba, ebreo da parte
di madre, rilevandone un elemento caratterizzante.
“Umberto diceva: i mezzi ebrei sono due volte ebrei perché si vedono
essere ebrei”, la specificità permette dunque di vedere se stessi e
di analizzare la propria identità multipla sia da dentro che uscendo da
se stessi. Perché, conclude Antonio Debenedetti: “L’ebraicità è un
privilegio che si sconta vivendo”
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Setirot
- Un pugno nello stomaco
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Molti
mesi fa mi capitò di leggere le bozze del saggio di Roberto Curci di
cui ha ampiamente e intelligentemente scritto Paolo Mieli sul “Corriere
della Sera” di martedì scorso (“Via San Nicolò 30. Traditori e traditi
nella Trieste nazista”, in uscita per Il Mulino). Storie di delazione
nel mondo ebraico, vittime vendute ai tedeschi, vendette mortali
all’interno della stessa famiglia, menzogne e viltà, e poi
deportazioni, qualche suicidio, infinito dolore. Un terribile pugno
nello stomaco, una lacerazione delle coscienze inaudita. Credo che
anche questo serva a non dimenticare.
Stefano Jesurum, giornalista
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Madri d'Israele - Sara |
“Sono
araba, musulmana e sionista, ma sopratutto sono fiera di definirmi
tale. Credo profondamente nel diritto del popolo ebraico ad avere un
proprio Stato, ovvero lo Stato di Israele, nella Terra Santa. Voglio
rivolgermi a tutti gli arabi che abitano in Israele: svegliatevi,
viviamo in paradiso! Già, comparati agli altri paesi arabi, viviamo
proprio in paradiso”. Questa è Sara Zoabi: un nome, una garanzia. Sara:
madre di due figli, uno dei quali ha spopolato sul web la scorsa
estate, diventando una vera è propria celebrità in tutto il mondo.
Parlo di Muhammad Zoabi, proprio lui, noto per aver pubblicato svariati
video in cui difendeva e sosteneva vigorosamente lo Stato ebraico e il
suo esercito durante l’ultima guerra con Gaza, ricevendo in cambio
ripetute minacce di morte da parte di un gruppo di palestinesi
particolarmente rancorosi. Minacce terribili, che l’hanno costretto a
nascondersi negli Stati Uniti per un certo periodo.
David Zebuloni
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Time out - Accoglienza |
Lo
abbiamo detto tutti e abbiamo fatto bene: non si può voltare la faccia
rispetto al dramma dell’immigrazione. Nelle scorse settimane rispetto
alla foto del bambino morto sulla spiaggia turca auspicavo che quella
foto potesse risvegliare dal torpore da cui siamo avvolti. Ci siamo
dimenticati a lungo del problema, a volte abbiamo fatto finta che non
esistesse e se il dramma di quell’immagine servisse almeno a farci
riprendere coscienza della situazione non sarebbe che un bene. Il punto
ora è capire come affrontare questa situazione. Se prima bastava
pensare che il tutto fosse lontano da noi, ora anche grazie al
comportamento virtuoso di leader europei come Angela Merkel, sembra che
la soluzione sia nell’accoglienza indiscriminata.
Daniel Funaro
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Ancora ponti
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Lo
so, in tanti e autorevoli hanno scritto ed espresso giudizi
sull’opportunità di dedicare la Giornata Europea della Cultura Ebraica
appena passata al tema dei ponti. Mi trovo più d’accordo con il rabbino
capo di Roma Riccardo Di Segni, il cui intervento in merito ho
condiviso sul mio profilo Facebook, e con un mio correligionario e
co-contradaiolo senese, che alla tavola rotonda in Tempio a Siena ha
ricordato come l’unico ponte che il popolo ebraico potesse
eventualmente costruire sarebbe stato sullo Yarden, quindi su un
confine, e nessuno costruirebbe un ponte su una frontiera.
Sara Valentina Di Palma, ricercatrice
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