Benedetto
Carucci Viterbi,
rabbino
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Siamo
tutti francesi. Per solidarietà. E perché, realmente, siamo tutti nella
stessa condizione di potenziali obiettivi. Noi ebrei già da un bel po’.
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David
Bidussa,
storico sociale
delle idee
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Il
20 novembre 1945, si apriva a Norimberga il processo che da allora ha
fatto da prototipo a tutti i processi per crimini contro l’umanità.
Settant’anni dopo proviamo a riprendere il filo a partire da quella
scena. Al centro non sta mai il pentimento dei carnefici, ma la voglia
di chi era minacciato dai carnefici di riprendersi la storia e tornare
protagonista. Secondo due principi: dalle sfide globali che minacciano
la libertà non si esce da soli; e si esce, per davvero, solo con
un’idea universalistica di futuro.
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'Vinceremo sulla barbarie' |
Nuovo
messaggio del presidente francese Hollande alla nazione. “Quello che è
accaduto venerdì sera è un atto di guerra e di fronte alla guerra – le
sue parole – il Paese deve prendere le decisioni appropriate. È un atto
di guerra commesso da un esercito terrorista, Daesh, un esercito
jihadista contro la Francia e i valori che difendiamo ovunque nel
mondo, contro quel che siamo: un paese libero che parla a tutto il
pianeta. È un atto di guerra che è stato preparato, organizzato,
pianificato dall’esterno, e con complicità all’interno. La Francia sarà
spietata. La Francia è forte, anche se può essere ferita si rialza e
niente può fermarla, anche se il dolore ci assale. La Francia è forte,
è valorosa e trionferà sulla barbarie”. Tutti i leader del mondo libero
al fianco di Parigi e contro la barbarie. “I terroristi stanno
attaccando il nostro modo di vivere, ma stamattina anche io ho
riscoperto il dono dell’Europa che i nostri padri ci hanno lasciato.
Hanno conosciuto la guerra, e ci hanno lasciato la pace”, dice il primo
ministro italiano Matteo Renzi. La lunga giornata del premier si
conclude a Palazzo Chigi, dove chiede ai capigruppo dei diversi partiti
“il massimo senso di responsabilità” affinché l’opinione pubblica senta
l’Italia “unita”. All’unità invita anche il presidente dell’Unione
delle Comunità Ebraiche Italiane Renzo Gattegna, le cui dichiarazioni
sono riportate dal Sole 24 Ore. “Sulle nostre società democratiche –
spiega Gattegna – grava una minaccia terribile, troppo a lungo
sottovalutata. Una minaccia di fronte alla quale non sono possibili
esitazioni, ma è anzi fondamentale unire gli sforzi per tutelare il
bene più prezioso di cui disponiamo: la libertà. Oggi più che mai è
importante ritrovarsi uniti per affrontare quella che è una vera
propria guerra di civiltà. Oggi più che mai è importante dire ‘Je suis
Paris’, ma soprattutto tradurre queste parole in un impegno concreto”.
Sui fatti di Parigi, nuovi dettagli emergono sui quotidiani riguardo le
inquietanti minacce già ricevute in passato dai proprietari del
Bataclan, colpevoli di essere ebrei e troppo vicini a Israele
(“Bataclan a rischio dal 2011″, titola il Fatto Quotidiano). Minacce
che abbiamo ampiamente documentato sul nostro notiziario speciale
pubblicato nella serata di ieri.
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je suis paris - sicurezza "All'odio si risponde con l'unità"
“Nessun
paese è a rischio zero”. Lo ha ricordato il ministro dell’Interno
Angelino Alfano, annunciando in conferenza stampa l’innalzamento delle
misure di sicurezza nei luoghi maggiormente esposti. “La guerra al
terrore un giorno finirà, è una certezza. Quel che non sappiamo – ha
detto il ministro – è quanto durerà, quali costi avrà in termini di
vite umane, cosa sarà delle nostre abitudini e della nostra libertà di
oggi e di ieri”.
Consapevolezza
della minaccia, ma anche impegno ad andare avanti nella propria
quotidianità. È l’invito che arriva dal premier Matteo Renzi, che ha
chiesto al paese la massima coesione e unità. “Stanno attaccando il
nostro modo di vivere. Anche io, come tutti gli italiani, ho riscoperto
quanto grande sia il dono dell’Europa che i nostri padri ci hanno
lasciato. Hanno conosciuto la guerra e per questo hanno costruito la
pace. Ma come tutti gli italiani anche io so che i terroristi non
vinceranno, che la libertà è più forte della barbarie, che il coraggio
è più forte della paura”. Sul tema della sicurezza, significativo
l’incontro avvenuto nelle scorse ore al Viminale tra il ministro Alfano
e una delegazione ebraica guidata dal presidente dell’Unione delle
Comunità Ebraiche Italiane Renzo Gattegna, accompagnato nell’occasione
dal consigliere speciale del Congresso ebraico europeo Alessandro
Ruben. “Un incontro proficuo – spiega Gattegna – nel corso del quale è
stata confermata l’assoluta priorità che le istituzioni italiane
riservano al tema della sicurezza. Uno sforzo, capillarmente diffuso su
tutto il territorio, che sarà ulteriormente rafforzato. Anche a tutela
di scuole, luoghi di culto, istituzioni ebraiche”. Leggi
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je suis paris - melamed Come lo diciamo ai bambini?
E
adesso, come lo diciamo ai bambini? Come si può parlare ai piccoli,
come dire quello che sta succedendo, come raccontare quello che già è
successo? È questo un altro elemento da prendere in considerazione nel
turbinare di pensieri, notizie, immagini che si affollano in questo
fine settimana di straniamento e di dolore.
Esposti
al turbamento degli adulti, intanto, e spesso anche al rincorrersi di
telefonate, messaggi, scambi che magari si interrompono al loro entrare
nella stanza. Bambini che hanno in casa una televisione che propone
immagini orribili a tutte le ore, che sentono i discorsi degli adulti,
magari anche solo a brandelli, che si accorgono che i giornali vengono
fatti sparire…
È
tutto un rincorrersi di notizie, e fra i tanti messaggi gira anche la
preoccupazione dei genitori, che spesso non si sentono attrezzati per
far fronte alle domande di bambini.
Un
problema sentito al punto che Le Parisien, quotidiano francese di
grandissima tiratura, ha pubblicato in tempi brevissimi un articolo
intitolato proprio “Attentats de Paris: comment en parler aux enfants”,
Attentati di Parigi, come parlarne ai bambini. Un articolo molto
ripreso, e che non è l’unico tentativo di aiutare gli adulti in un
compito delicato quanto importante. Particolarmente rilevante per i
bambini che vivono a Parigi, che si sono svegliati sabato in una città
traumatizzata in cui sicuramente non sarà semplice vivere serenamente
per lo meno nei prossimi giorni, il problema però si pone ovunque. Le
Monde – di cui riprendiamo l’immagine, scattata da Dmitri Lovetsky – ha
preparato una sorta di piccolo prontuario con le domande più frequenti,
a cui risponde lo psicologo Jean-Luc Aubert. E anche il Time ha
pubblicato un articolo che porta come sottotitolo “Don’t dismiss their
fears, but be reassuring”, ossia Non sminuite le loro paure, ma siate
rassicuranti. Ed è proprio in questo modo che gli esperti consigliano
di affrontare il problema, ovviamente con un approccio differenziato a
seconda dell’età.
Ada Treves twitter @atrevesmoked Leggi
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je suis paris - creatività Joann Sfar e il segno della sfida
Le matite di nuovo in trincea
Parigi
fatica ancora a riprendersi dal trauma, ma il grande disegnatore Joann
Sfar, il creatore del celebre gatto del rabbino e della serie Kletzmer,
non tradisce la sua passione febbrile per il lavoro. Negli scorsi
giorni, come anticipa Pagine Ebraiche di novembre attualmente in
distribuzione, sono arrivati in libreria molti suoi libri. In uno in
particolare, un fiume in piena di centinaia di pagine di appunti
grafici, mette a disposizione del lettore le sue riflessioni grafiche e
testuali sull’anno che abbiamo appena trascorso, dopo il massacro nella
redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo.
Ora,
in una reazione istantanea a quanto sta avvenendo, Sfar interviene a
caldo e rende noti disegni memorabili, dettati dall’urgenza di queste
ore terribili. Una
testimonianza d’eccezione per farsi coraggio, ma anche per avvertire i
manovali della morte e dire loro che Parigi non si lascerà intimidire.
Il messaggio è chiaro: “Amici da tutto il mondo, grazie per il vostro
#prayforparis, ma non sentiamo il bisogno di una dose supplementare di
religione! La nostra fede è rivolta alla musica, ai baci, alla vita!
Gioia e champagne! #parisisaboutlife”. Le matite, simbolo della grande,
libera creatività che i terroristi islamici hanno preso di mira assieme
alla presenza ebraica, sono tornate in trincea.
gv twitter @gvitalemoked
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je suis paris - informazione Libertà, un destino comune
"Nous
sommes Paris”. Siamo Parigi: ieri, oggi, domani. Perché essere Parigi
significa essere dalla parte della civiltà e della democrazia, contro
ogni barbarie. Questo il messaggio che la redazione ha voluto
diffondere realizzando in tempi strettissimi un’edizione straordinaria del proprio notiziario quotidiano, pubblicata ieri sera a poche ore dal termine dello Shabbat.
Un ragionamento approfondito sviluppato a partire da un simbolo del
legame indissolubile tra Italia e Francia, il il monumento romano che
riprende la nave presente nello stemma parigino e che veleggia in cima
a una colonna là dove si apre il Castro Pretorio, "per lambire verso il
cielo le finestre dell’Ordine nazionale dei giornalisti, la fiancata
del Grand Hotel, il mattonato della chiesa di Maria degli angeli".
Leggi
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global day of jewish learning Studiare, con il cuore a Parigi
Sarà
dedicata alle vittime degli attacchi terroristici a Parigi la
conferenza del rabbino, giornalista e attore parigino Yeshaya Dalsace
nell’ambito del Global Day of Jewish Learning, la giornata di studio
internazionale promossa dal rav Adin Steinsaltz. Sono ancora forti il
dolore e la paura per la notte di barbarie che ha colpito la capitale
francese, ma la città oggi sceglie di lanciare un messaggio fortissimo
e di rispondere anche parlando di sentimenti positivi. È infatti
proprio l’amore, analizzato in tutti i suoi aspetti, il tema
dell’edizione di quest’anno, che coinvolge in simultanea centinaia di
comunità, tra cui quelle di numerose città statunitensi ed europee, e
poi Israele, Brasile e Russia, ma anche Australia, India e Sudafrica.
Lo scopo è quello di consolidare momenti di studio comune “promuovendo
l’unità del popolo ebraico, rafforzando gli individui grazie a una
maggiore conoscenza e creando profonde esperienze condivise”. Leggi
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la rassegna settimanale di melamed Se l’arte fa paura agli insegnanti
Melamed
è una sezione specifica della rassegna stampa del portale dell’ebraismo
italiano che da più di tre anni è dedicata a questioni relative a
educazione e insegnamento. Ogni settimana una selezione della rassegna
viene inviata a docenti, ai leader ebraici e a molti altri che hanno
responsabilità sul fronte dell’educazione e della scuola. Da alcune
settimane la redazione giornalistica dell’Unione delle Comunità
Ebraiche Italiane aggiunge al lavoro di riordino e selezione
settimanale un commento, per fare il punto delle questioni più trattate
sui giornali italiani ed esteri. Per visualizzare la newsletter
settimanale di melamed cliccare qui.
Se l’arte fa paura agli insegnanti
“Meglio ignorare, nel senso di non sapere, piuttosto che incappare nel
rischio di turbare ‘la sensibilità delle famiglie non cattoliche’. Se a
chiudere la contesa sulla presenza del crocifisso nelle aule
scolastiche ha pensato la Corte di Cassazione, ora la diatriba sembra
riproporsi, ancor più pericolosamente, sulla carne viva, scuola
italiana: la didattica.” Così la Nazione racconta il 12 novembre quanto
successo a Firenze, in una scuola elementare: il consiglio interclasse
ha deciso di annullare, una visita già programmata a una mostra –
“Bellezza Divina”, in corso a Palazzo Strozzi – “Per venire incontro
alla sensibilità delle famiglie non cattoliche visto il tema religioso
della mostra”. Immediate le reazioni dei genitori, preoccupati che i
propri figli non possano più studiare storia dell’arte, o che d’ora in
poi le visite alle tante meravigliose opere d’arte della città siano
precluse. Il preside dell’Istituto, Alessandro Bussotti, che non era
presente alla riunione, spiega: “L’eventuale esclusione della visita
non ha motivazioni religiose e non è escluso che la mostra possa essere
reinserita nei programmi didattici se non di tutte, almeno di alcune
classi”. Ma il problema era già noto, e agli insegnanti era stato
consigliato di effettuare comunque la visita lasciando ai genitori la
libertà di far partecipare o no i propri figli. Leggi
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La tolleranza e l'impotenza |
In
un qualche posto del nostro Paese, ovvero in una sua scuola,
segnatamente definita dell’«obbligo», una struttura collegiale di
gestione interna, il consiglio interclasse delle terze elementari –
anche per chi pratica d’abitudine le patrie istituzioni scolastiche, il
districarsi nella loro burocrazia e nelle ramificazioni assembleari non
sempre è agevole, divenendo fonte di infinite sorprese – delibera
l’inopportunità di una gita d’istruzione ad una mostra di dipinti, la
“Bellezza Divina”, nella quale sono esposte un grande numero di
bellissime opere, capolavori e incanti del nostro tempo, della più
diversa provenienza, dedicate al rapporto tra arte, sacralità e
rappresentazione della sfera spirituale.
Non c’è bisogno di tornare ad essere bambini, né l’essere stati
genitori o insegnanti, per sapere che le arti visive hanno un
fortissimo impatto sulla fantasia dei più giovani, costituendo un
moltiplicatore di suggestioni, di idee e di opportunità espressive. In
poche parole, l’arte è uno strumento dell’intelligenza creativa.
L’artista, d’altro caso, dà sempre corpo all’infante che porta in sé e
che riproduce indefinitamente, con il suo tratto peculiare, sulla tela
medesima. Del pari, ogni osservatore, a partire dal più piccolo, a modo
proprio, vedendo la raffigurazione artistica, ne assorbe non tanto
astratti significati bensì concrete impressioni. Che poi provvede a
rielaborare. Bene, detto questo, rimane la motivazione del divieto di
cui si diceva in esordio. Poiché la ricca esibizione, a detta dei
perplessi censori, sarebbe in sé inadatta in virtù proprio del suo tema
di fondo, e di ciò che quindi vi è contenuto: il sacro e le sue
raffigurazioni.
Claudio Vercelli
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Il settimanAle - Vittime |
Vittime
a Parigi. Vittime a Beirut. Vittime nel Sinai. Vittime ad Ankara.
Terribilmente inflazionata per via dello Stato Islamico, la condizione
di vittime impotenti è ormai diventata difficile da smerciare al
mercato della comunicazione globale. Anche perché comunque di valore
deperibile. Tanto più se dozzinalmente contraffatta grattando via il
Made in Germany per scriverci a pennarello Made in Palestine. Così la
faccia cupa e rancorosa del suo primo ministro, osserva Carolina
Landsmann su Ha'aretz del 5 novembre, con l’aggiunta di una fotografia
eloquente, non evoca simpatia per Israele ma solo l’idea di una brutta
situazione di stallo. I limiti caratteriali della persona diventano i
limiti in cui è rinchiuso l’intero paese.
Alessandro Treves, neuroscienziato
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