
Paolo Sciunnach,
insegnante
|
Qual
è lo scopo della cooperazione tra le tre religioni monoteistiche? Non è
quello di adularsi o di confutarsi a vicenda, ma di aiutarsi
reciprocamente nella terribile crisi morale e spirituale che viviamo
qui e ora (sopratutto dopo i fatti di Parigi); rinnovare nei cuori
l'insegnamento morale e spirituale delle parole della Bibbia.
|
|
Leggi
|
Anna
Foa,
storica
|
Ero
alla manifestazione di piazza Santi Apostoli a Roma, Not in my name.
Speravo in una buona affluenza di musulmani, erano davvero pochi. Molti
giornalisti, qualche vecchio cane sciolto (non si dice più, appartiene
al vecchio linguaggio politico di oltre vent’anni fa) come me. Peccato,
era un’occasione importante. Sotto la pioggia scrosciante, in presenza
di qualche cartello davvero inopportuno, molte affermazioni di
dissociazione. Ma basta dissociarsi? O bisogna affermare la propria
volontà di lottare contro il Daesh, che è cosa diversa dal dissociarsi,
va ben oltre. Momenti alti, la lettura del messaggio del capo dello
Stato e il bell’intervento del senatore Luigi Manconi, in cui questo
aspetto del “lottare insieme“ era sottolineato con forza. Ho la
sensazione che la maggior parte dei musulmani presenti volessero
soprattutto affermare che non bisognava fare di tutt’erba un fascio,
che loro non volevano essere considerati terroristi. Ora, credo che per
quanto questo aspetto sia importante, non sia più quello determinante.
Si tratta di decidere da che parte stare, in una strana guerra che c’è
già (e invocare la pace come si faceva serve poco). Come fanno le donne
curde che combattono l’IS. Non voglio con questo invitare i musulmani
ad armarsi contro il terrorismo. Ma ci sono altri modi, per esempio
l’invito che è stato fatto da un musulmano francese a denunciare i
terroristi, o la possibilità che gli iman predichino sistematicamente
contro il terrorismo. Non solo poche frasi di dissociazione, ma
un’attiva opera didattica e di predicazione. Mi illudo? No, perché se
non pensassi che questo può diventare possibile penserei anche che
abbiamo già perso: non solo noi europei, ma con noi anche tutti i
musulmani che non sono, che non vogliono essere, come gli assassini del
Califfato.
|
|
 |
Alfano: "In Italia tranquilli
ma nessuno a rischio zero
|
Mentre
a Bruxelles, sede della cellula terroristica dell'Isis che ha colpito
Parigi, continuano blitz e arresti di persone legate agli attentati,
l'Italia alza il livello di guardia: “in Italia si può stare tranquilli
– afferma il ministro dell'Interno Angelino Alfano – la nostra
intelligence funziona” ma, avverte, “nessun Paese è a rischio zero” per
questo “una compressione della privacy potrebbe essere necessaria”. In
tutta Italia è stata aumentata la sicurezza anche se si è ben lontani
dalla blindata Bruxelles, dove nella notte un blitz della polizia ha
portato all'arresto di 16 persone e le autorità inseguono il ricercato
Salah, l'attentatore di Parigi riuscito a fuggire. Il clima che si
respira nella Capitale belga come testimonia la chiusura al culto
sabato delle sinagoghe: la prima volta dalla Seconda guerra mondiale,
scrive La Stampa. Su Repubblica invece un quadro dei movimenti dei
terroristi dell'Isis, responsabili dei diversi attentati alla Capitale
francese: per mesi, si legge nell'articolo, si sono mossi senza
problemi tra Italia, Francia, Belgio e Grecia.
Il terrorismo palestinese uccide ancora. Una ragazza israeliana di
vent'anni è stata uccisa ieri a coltellate da un terrorista palestinese
nei pressi dell'insediamento di Gush Etzion. Era il terzo attentato
compiuto nell'arco della giornata, riporta Repubblica. “Gli assassini
agiscono individualmente, questo non è un terrorismo di organizzazioni,
- ha dichiarato il primo ministro d'Israele Benjamin Netanyahu - ma di
individui incitati soprattutto dai social network, di cui è difficile
prevedere gli attacchi”. Sul Giornale, Fiamma Nirenstein fa un
parallelismo tra le vittime del terrorismo israeliane e quelle di
Parigi: “Se i morti di Israele non fanno notizia”, il titolo del pezzo.
|
|
Leggi
|
|
|
ancora una giovane vittima israeliana
Il terrore dei coltelli non si ferma
Nelle
ultime ore un attentatore palestinese ha ucciso un ragazzo israeliano
di 20 anni, colpendolo ripetutamente con un coltello nei pressi di una
stazione di benzina nella West Bank(nell'immagine, il luogo
dell'accaduto). L'attacco ha avuto luogo nei pressi dell'autostrada
443. “Un giovane giaceva a terra incosciente, con ferite da taglio
sulla parte superiore del suo corpo, sull'autostrada vicino alla
stazione di benzina – racconta uno dei paramedici intervenuto sulla
scena – Poco distante c'era una ragazza, sui vent'anni, anche lei
ferita. Abbiamo subito prestato le cure a entrambi”. Ma il giovane
versava in condizioni troppo gravi ed è morto poco dopo l'attacco. A
invece Gerusalemme, nel corso della mattina, due giovani ragazze
palestinesi, di 14 e 16 anni, hanno deciso di trasformarsi in
terroriste e, armate di forbici, si sono lanciate contro le persone nel
centrale mercato Mahane Yehuda. Prima di essere fermate e uccise dalla
polizia, hanno ferito con un signore di 72 anni, un palestinese di
Betlemme, ricoverato in ospedale con ferite superficiali.
Leggi
|
JE SUIS PARIS
Bataclan, il mosaico ricomposto
Dietro ogni vittima dei drammatici fatti di Parigi c'è un nome, un volto, una storia.
Un mosaico da ricomporre, con pazienza certosina, affinché tutti i
tasselli di questa orribile carneficina, tutti i sogni e i sorrisi
infranti dalla barbarie fondamentalista, vengano sottratti all'oblio e
all'arida e ripetitiva contabilità dei morti.
Questo la sfida abbracciata dal giornalista Paolo Brogi, iniziatore e
curatore della pagina Facebook "Generazione Bataclan". Un impegno
incessante, ancora in corso, che ha permesso ad oggi di ricomporre 119
di questi 130 tasselli.
I volti della "Generazione Bataclan" sono sorridenti e sembrano parlare il linguaggio universale della speranza e del futuro.
Una generazione spezzata, ma che continuerà comunque a vivere nei cuori di chi saprà vedere. Leggi
|
INFORMAZIONE – INTERNATIONAL EDITION
Venezia e le gemme del Ghetto
Le
gemme nascoste del Ghetto veneziano” narrate sulle pagine del New York
Times. Nel suo Style Magazine, il quotidiano diretto da Dean Baquet
racconta la connotazione infame del termine “ghetto”, a poche settimane
dal cinquecentesimo anniversario dalla sua nascita avvenuta proprio in
Laguna, ma anche il mosaico di vita che i quartieri ebraici europei
rappresentano, incarnato a Venezia dalle “cinque incantevoli
sinagoghe”. A segnalarlo è, nell’odierna uscita di Pagine Ebraiche
International Edition, Daniela Gross nella rubrica Italics, “perché
oggi più che mai è importante ricordare quanto ricco può essere
l’intreccio tra lingue, culture e costumi”.
Per rimanere sui fatti degli ultimi giorni, per il pubblico
internazionale del giornale dell’ebraismo italiano, una sintesi delle
considerazioni espresse dal demografo Sergio Della Pergola intervistato
da TG2 Dossier lo scorso sabato sera: “In Francia, in Israele, in Mali,
l’obiettivo dei terroristi è lo stesso, non concedere nemmeno un giorno
di pace”, ha sottolineato il professore dell’Università ebraica di
Gerusalemme, lanciando un monito contro chi vorrebbe considerare gli
attacchi contro lo Stato ebraico come una faccenda separata.
Leggi
|
Oltremare
- Qui Tel Aviv |
Qui
Tel Aviv, dove siamo tutti Charlie ogni giorno, come in fondo in tutta
Israele. Per chi come me è arrivato dopo la fine dell'ondata di
terrorismo kamikaze di inizio anni Duemila, il flip-flop degli
elicotteri è un suono di sottofondo, non particolarmente gradevole, ma
neanche minaccioso. Gli altri, sanno che quando si alzano gli
elicotteri è segno che dall’alto si cercano attentatori fuggitivi, e
fanno il tifo. Altre indicazioni del terrore non sono palpabili. Sì,
forse qualche volante e qualche poliziotto in più in giro per la città,
ma nulla di più. Poliziotti in borghese? Forse, ma si mischiano
sufficientemente bene al movimento continuo delle persone, e chi non li
cerca non li vede.
Perciò, quando un attentato avviene in città, come giovedì scorso,
anche se magari non proprio in centro, i telavivesi si stupiscono, come
se noi fossimo vaccinati, o esenti, forse in nome delle sofferenze
pesanti del passato. Ci offendiamo persino un po’: ma come, questa è
Tel Aviv, la città tacciata di essere fin troppo di sinistra (finchè
non si scende in strada a parlare con le persone), con la maggiore
concentrazione di votanti per i panda politici che chiamiamo Meretz.
Come si permettono di venire a colpire proprio qui?
Daniela Fubini, Tel Aviv
Leggi
|
La definizione di terrorismo
|
In
questi giorni in cui la paura genera mostri, e si rischia di
radicalizzare il razzismo e generalizzare l’intolleranza verso il
diverso da sé, una notizia confortante arriva dal Canada,
paese-laboratorio di cui troppo poco si parla, esempio di modello
sociale e di convivenza tra culture, religioni, identità diverse.
A Saint Peterborough, un piccolo centro in Ontario, due giorni dopo gli
attentati a Parigi qualcuno ha lanciato un ordigno nella locale
moschea, che ha preso fuoco e subito gravi danni, lasciando la comunità
musulmana, che conta 1.000 persone, senza un posto in cui pregare.
In loro aiuto si è mobilitata la comunità ebraica. Il rabbino della
Beth Israel Synagogue ha aperto le porte della sinagoga ai fedeli
musulmani e si è subito attivato, insieme a un gruppo cristiano, per
una iniziativa di fundrasing raccogliendo in brevissimo tempo
centodiecimila dollari –ben più degli ottantamila preventivati per
riparare la moschea.
Viviana Kasam
Leggi
|
|
|