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23 novembre 2015 - 11 Kislev 5776
PAGINE EBRAICHE 24

ALEF / TAV DAVAR PILPUL

alef/tav

Paolo Sciunnach,
insegnante
Qual è lo scopo della cooperazione tra le tre religioni monoteistiche? Non è quello di adularsi o di confutarsi a vicenda, ma di aiutarsi reciprocamente nella terribile crisi morale e spirituale che viviamo qui e ora (sopratutto dopo i fatti di Parigi); rinnovare nei cuori l'insegnamento morale e spirituale delle parole della Bibbia.
 
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Anna
Foa,
storica
Ero alla manifestazione di piazza Santi Apostoli a Roma, Not in my name. Speravo in una buona affluenza di musulmani, erano davvero pochi. Molti giornalisti, qualche vecchio cane sciolto (non si dice più, appartiene al vecchio linguaggio politico di oltre vent’anni fa) come me. Peccato, era un’occasione importante. Sotto la pioggia scrosciante, in presenza di qualche cartello davvero inopportuno, molte affermazioni di dissociazione. Ma basta dissociarsi? O bisogna affermare la propria volontà di lottare contro il Daesh, che è cosa diversa dal dissociarsi, va ben oltre. Momenti alti, la lettura del messaggio del capo dello Stato e il bell’intervento del senatore Luigi Manconi, in cui questo aspetto del “lottare insieme“ era sottolineato con forza. Ho la sensazione che la maggior parte dei musulmani presenti volessero soprattutto affermare che non bisognava fare di tutt’erba un fascio, che loro non volevano essere considerati terroristi. Ora, credo che per quanto questo aspetto sia importante, non sia più quello determinante. Si tratta di decidere da che parte stare, in una strana guerra che c’è già (e invocare la pace come si faceva serve poco). Come fanno le donne curde che combattono l’IS. Non voglio con questo invitare i musulmani ad armarsi contro il terrorismo. Ma ci sono altri modi, per esempio l’invito che è stato fatto da un musulmano francese a denunciare i terroristi, o la possibilità che gli iman predichino sistematicamente contro il terrorismo. Non solo poche frasi di dissociazione, ma un’attiva opera didattica e di predicazione. Mi illudo? No, perché se non pensassi che questo può diventare possibile penserei anche che abbiamo già perso: non solo noi europei, ma con noi anche tutti i musulmani che non sono, che non vogliono essere, come gli assassini del Califfato.
 
Alfano: "In Italia tranquilli
ma nessuno a rischio zero
Mentre a Bruxelles, sede della cellula terroristica dell'Isis che ha colpito Parigi, continuano blitz e arresti di persone legate agli attentati, l'Italia alza il livello di guardia: “in Italia si può stare tranquilli – afferma il ministro dell'Interno Angelino Alfano – la nostra intelligence funziona” ma, avverte, “nessun Paese è a rischio zero” per questo “una compressione della privacy potrebbe essere necessaria”. In tutta Italia è stata aumentata la sicurezza anche se si è ben lontani dalla blindata Bruxelles, dove nella notte un blitz della polizia ha portato all'arresto di 16 persone e le autorità inseguono il ricercato Salah, l'attentatore di Parigi riuscito a fuggire. Il clima che si respira nella Capitale belga come testimonia la chiusura al culto sabato delle sinagoghe: la prima volta dalla Seconda guerra mondiale, scrive La Stampa. Su Repubblica invece un quadro dei movimenti dei terroristi dell'Isis, responsabili dei diversi attentati alla Capitale francese: per mesi, si legge nell'articolo, si sono mossi senza problemi tra Italia, Francia, Belgio e Grecia.

Il terrorismo palestinese uccide ancora. Una ragazza israeliana di vent'anni è stata uccisa ieri a coltellate da un terrorista palestinese nei pressi dell'insediamento di Gush Etzion. Era il terzo attentato compiuto nell'arco della giornata, riporta Repubblica. “Gli assassini agiscono individualmente, questo non è un terrorismo di organizzazioni, - ha dichiarato il primo ministro d'Israele Benjamin Netanyahu - ma di individui incitati soprattutto dai social network, di cui è difficile prevedere gli attacchi”. Sul Giornale, Fiamma Nirenstein fa un parallelismo tra le vittime del terrorismo israeliane e quelle di Parigi: “Se i morti di Israele non fanno notizia”, il titolo del pezzo.
 
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  davar
ancora una giovane vittima israeliana
Il terrore dei coltelli non si ferma
Nelle ultime ore un attentatore palestinese ha ucciso un ragazzo israeliano di 20 anni, colpendolo ripetutamente con un coltello nei pressi di una stazione di benzina nella West Bank(nell'immagine, il luogo dell'accaduto). L'attacco ha avuto luogo nei pressi dell'autostrada 443. “Un giovane giaceva a terra incosciente, con ferite da taglio sulla parte superiore del suo corpo, sull'autostrada vicino alla stazione di benzina – racconta uno dei paramedici intervenuto sulla scena – Poco distante c'era una ragazza, sui vent'anni, anche lei ferita. Abbiamo subito prestato le cure a entrambi”. Ma il giovane versava in condizioni troppo gravi ed è morto poco dopo l'attacco. A invece Gerusalemme, nel corso della mattina, due giovani ragazze palestinesi, di 14 e 16 anni, hanno deciso di trasformarsi in terroriste e, armate di forbici, si sono lanciate contro le persone nel centrale mercato Mahane Yehuda. Prima di essere fermate e uccise dalla polizia, hanno ferito con un signore di 72 anni, un palestinese di Betlemme, ricoverato in ospedale con ferite superficiali.
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VITTIMA DEL TERRORISMO PALESTINESE
Hadar Buchris (1994 – 2015)
“Hadar, quella con i biscotti”. Si è firmata così Hadar Buchris – la ventunenne rimasta vittima di un attentato terroristico per mano palestinese a Gush Etzion – nella sua lettera alla famiglia Godstein, che l’ha ospitata per un mese conclusosi solo due settimane fa nella Chabad House di Pushkar, in India. Una permanenza che le ha fatto “prendere qualche chilo”, ma soprattutto che le ha “insegnato tanto, così tanto, e senza dubbio mi ha lasciato con la voglia di imparare ancora di più”. Era questo lo spirito positivo con cui Hadar, che aveva studiato recitazione e si era appena iscritta alla scuola femminile Zohar College nell’insediamento Bat Ayin, affrontava la vita, quello che tutti ricordano di lei.
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JE SUIS PARIS
Bataclan, il mosaico ricomposto
Dietro ogni vittima dei drammatici fatti di Parigi c'è un nome, un volto, una storia.
Un mosaico da ricomporre, con pazienza certosina, affinché tutti i tasselli di questa orribile carneficina, tutti i sogni e i sorrisi infranti dalla barbarie fondamentalista, vengano sottratti all'oblio e all'arida e ripetitiva contabilità dei morti.
Questo la sfida abbracciata dal giornalista Paolo Brogi, iniziatore e curatore della pagina Facebook "Generazione Bataclan". Un impegno incessante, ancora in corso, che ha permesso ad oggi di ricomporre 119 di questi 130 tasselli.
I volti della "Generazione Bataclan" sono sorridenti e sembrano parlare il linguaggio universale della speranza e del futuro.
Una generazione spezzata, ma che continuerà comunque a vivere nei cuori di chi saprà vedere.
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qui berlino
Vini israeliani via dagli scaffali
Poi il KaDeWe deve scusarsi

Da oggi otto vini israeliani torneranno a far parte del nostro assortimento. Riguardo la decisione dell’Unione Europea abbiamo reagito troppo prematuramente e in maniera indelicata. Ci scusiamo per questo comportamento sbagliato”. Questo il comunicato che appare da domenica sulla home page del sito del Kaufhaus des Westens, il celebre grande magazzino di lusso di Berlino conosciuto ai più come KaDeWe, al centro delle polemiche per aver ritirato delle bottiglie di aziende israeliane.
La scelta, poi ritrattata, sarebbe stata dettata dalle controverse nuove linee guida dell’Unione Europea secondo cui i prodotti israeliani che provengono dai territori non riconosciuti dai confini del 1967 dovrebbero essere etichettati con un apposito marchio.
“Li abbiamo tolti dagli scaffali in attesa che ricevano la loro etichetta” aveva spiegato il portavoce del grande magazzino intervistata dal Der Spiegel due giorni fa. Una iniziativa tuttavia illegittima (le direttive devono infatti essere statali) e che ha ricevuto la durissima risposta di Gerusalemme.
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pitigliani kolno'a festival
Cinema nel segno d'Israele
Prosegue con nuove proiezioni, incontri e dibattiti, la decima edizione del Pitigliani Kolno’a Festival, la rassegna cinematografica che porta ogni anno nella Capitale i film più significativi del panorama ebraico e di quello israeliano.
L’iniziativa, che ha il patrocinio del ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo, della Regione Lazio e Roma Capitale, è stata sostenuta dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, dall’ambasciata d’Israele e dall’IIFCA (la Fondazione Italia-Israele per la Cultura e le Arti) si svolgerà la Casa del Cinema e il centro ebraico Pitigliani fino a giovedì 26 novembre. 
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INFORMAZIONE – INTERNATIONAL EDITION
Venezia e le gemme del Ghetto 
Le gemme nascoste del Ghetto veneziano” narrate sulle pagine del New York Times. Nel suo Style Magazine, il quotidiano diretto da Dean Baquet racconta la connotazione infame del termine “ghetto”, a poche settimane dal cinquecentesimo anniversario dalla sua nascita avvenuta proprio in Laguna, ma anche il mosaico di vita che i quartieri ebraici europei rappresentano, incarnato a Venezia dalle “cinque incantevoli sinagoghe”. A segnalarlo è, nell’odierna uscita di Pagine Ebraiche International Edition, Daniela Gross nella rubrica Italics, “perché oggi più che mai è importante ricordare quanto ricco può essere l’intreccio tra lingue, culture e costumi”.
Per rimanere sui fatti degli ultimi giorni, per il pubblico internazionale del giornale dell’ebraismo italiano, una sintesi delle considerazioni espresse dal demografo Sergio Della Pergola intervistato da TG2 Dossier lo scorso sabato sera: “In Francia, in Israele, in Mali, l’obiettivo dei terroristi è lo stesso, non concedere nemmeno un giorno di pace”, ha sottolineato il professore dell’Università ebraica di Gerusalemme, lanciando un monito contro chi vorrebbe considerare gli attacchi contro lo Stato ebraico come una faccenda separata.
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pilpul
 Oltremare - Qui Tel Aviv
Qui Tel Aviv, dove siamo tutti Charlie ogni giorno, come in fondo in tutta Israele. Per chi come me è arrivato dopo la fine dell'ondata di terrorismo kamikaze di inizio anni Duemila, il flip-flop degli elicotteri è un suono di sottofondo, non particolarmente gradevole, ma neanche minaccioso. Gli altri, sanno che quando si alzano gli elicotteri è segno che dall’alto si cercano attentatori fuggitivi, e fanno il tifo. Altre indicazioni del terrore non sono palpabili. Sì, forse qualche volante e qualche poliziotto in più in giro per la città, ma nulla di più. Poliziotti in borghese? Forse, ma si mischiano sufficientemente bene al movimento continuo delle persone, e chi non li cerca non li vede.
Perciò, quando un attentato avviene in città, come giovedì scorso, anche se magari non proprio in centro, i telavivesi si stupiscono, come se noi fossimo vaccinati, o esenti, forse in nome delle sofferenze pesanti del passato. Ci offendiamo persino un po’: ma come, questa è Tel Aviv, la città tacciata di essere fin troppo di sinistra (finchè non si scende in strada a parlare con le persone), con la maggiore concentrazione di votanti per i panda politici che chiamiamo Meretz. Come si permettono di venire a colpire proprio qui?


Daniela Fubini, Tel Aviv
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 La definizione di terrorismo
In questi giorni in cui la paura genera mostri, e si rischia di radicalizzare il razzismo e generalizzare l’intolleranza verso il diverso da sé, una notizia confortante arriva dal Canada, paese-laboratorio di cui troppo poco si parla, esempio di modello sociale e di convivenza tra culture, religioni, identità diverse.
A Saint Peterborough, un piccolo centro in Ontario, due giorni dopo gli attentati a Parigi qualcuno ha lanciato un ordigno nella locale moschea, che ha preso fuoco e subito gravi danni, lasciando la comunità musulmana, che conta 1.000 persone, senza un posto in cui pregare.
In loro aiuto si è mobilitata la comunità ebraica. Il rabbino della Beth Israel Synagogue ha aperto le porte della sinagoga ai fedeli musulmani e si è subito attivato, insieme a un gruppo cristiano, per una iniziativa di fundrasing raccogliendo in brevissimo tempo centodiecimila dollari –ben più degli ottantamila preventivati per riparare la moschea.


Viviana Kasam
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