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Pierpaolo Pinhas Punturello, rabbino
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Un
veloce passaggio in una città del nord Italia mi ha fatto ritrovare
l’eleganza del freddo: che belle le sciarpe, che eleganti i guanti, i
maglioni, i cappotti, i cappelli. Peccato che a questa eleganza
corrisponda l’assenza di luce o per meglio dire una luce differente da
quella che appare sulle terre a ridosso del Mediterraneo. Così, pur
riscoprendo la bellezza del freddo, ho sentito la nostalgia della luce
mediterranea così viva nel Medio Oriente e nel Sud Italia. Tra
l’eleganza del freddo, la gestualità di chi si sfila i guanti e la
capacità visiva di chi vive in una terra con più luce esistono
differenze a volte inconciliabili ed è per questo che chi vive in una
Terra particolarmente benedetta dalla luce dovrebbe evitare di
giudicare la vita di chi elegantemente sa indossare un guanto e sa
annodare una distinta sciarpa. Perché esistono sempre ottimi motivi per
emigrare in un luogo di luce ed ottimi motivi per restare ad apprezzare
l’eleganza del freddo. Spiega la Ghemarà che “ci sono molte luci nel
fuoco” (Berachòt 52), alcune luci illuminano, alcuni fuochi scaldano,
tutto dipende dai luoghi e dalla capacità di comprendere che si può
vivere in luoghi con molte luci o molti fuochi senza necessariamente
sentire l’assenza dell’uno o dell’altro.
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Gadi
Luzzatto
Voghera,
storico
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Se
guardiamo con sguardo retrospettivo alla nascita e allo sviluppo
dell’antisemitismo come ideologia politica, siamo in grado di
ricostruire due linee essenziali che ritroveremo nel corso di tutta la
storia del Novecento, fino ad oggi. La costruzione di un’icona
dell’ebreo e del mondo ebraico del tutto immaginaria (cioè priva di
riferimenti se non fittizi con la realtà delle comunità ebraiche)
contro cui lanciare una campagna di ostilità facendo leva su pregiudizi
stratificati. L’organizzazione di un discorso attraverso un linguaggio
riconoscibile e valido trasversalmente, nel quale si potevano
riconoscere il nazionalista come il sindacalista rivoluzionario, il
cattolico intransigente come il liberale. In questo linguaggio trovava
spazio la critica teologica (no al “popolo eletto”), ma anche lo
sfruttamento del pregiudizio stratificato (gli ebrei sarebbero tutti
ricchi e usurai), fino ad arrivare alla costruzione di una narrazione
immaginaria ma credibile che vedeva gli ebrei come animatori di un
complotto per la conquista del mondo.
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La scelta migliore |
“Maurizio
Molinari unirà l’esperienza maturata in molti anni di professione alla
sua capacità unica nel raccontare il mondo, qualità che fanno di lui
una delle firme più amate e autorevoli del giornalismo contemporaneo”.
Così il presidente di Itedi John Elkann nel commentare l’avvicendamento
al vertice del quotidiano torinese La Stampa comunicato ieri
dall’editore.
Corrispondente da Israele e dai territori controllati dall’Autorità
Palestinese, apprezzatissimo negli ambienti diplomatici, Molinari è tra
i giornalisti più esperti di politica internazionale e ha ricoperto a
lungo, sempre per La Stampa, l’incarico di corrispondente da New York.
Nel complimentarsi per la sua nomina e per quella di Mario Calabresi a
nuovo direttore de La Repubblica, il presidente UCEI Renzo Gattegna ha
dichiarato: “Mai come oggi avere giornalisti di alto livello nei ruoli
di leadership è fondamentale, anche alla luce delle complesse sfide che
sembrano attenderci nel futuro a breve e lungo termine. Mai come oggi è
importante avere le giuste competenze per difendere nei modi più
adeguati la libertà di espressione e di stampa. Un cardine essenziale
delle nostre società democratiche”.
I distinguo di Yehoshua.
Così Abraham Yehoshua in una intervista al Messaggero: “Gli ebrei erano
sempre abituati come minoranza a integrarsi. I cristiani dopo aver
rinunciato a trasformare il mondo in cristiano, si sono calmati.
L’Islam non è una religione di minoranza. Storicamente, i musulmani non
riescono a comportarsi come minoranza. E non sono stati aiutati a farlo
in Francia”. In merito all’Intifada dei coltelli, allo scrittore viene
attribuita la seguente dichiarazione: “Gli attacchi nei territori
occupati non mi riguardano. Io non ci vado mai da quelle parti. Ma a
Tel Aviv, per esempio, è diverso e c’è da avere paura oggi. In ogni
caso, quello che succede qui, da noi, contrariamente a quanto avviene
in Europa, non è terrorismo. È una lotta che va avanti da 130 anni tra
due popoli per il possesso di un territorio”.
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MOSCA GUARDA AL MERCATO ISRAELIANO
Russia-Israele, i nuovi equilibri
Appena
si è sparsa la notizia dell'abbattimento da parte turca di un aereo
militare russo, la domanda più frequente era, come risponderà Mosca a
questo affronto? Chi si aspettava inverosimili ritorsioni militari è
rimasto deluso. Il presidente russo Vladimir Putin ha infatti scelto di
colpire Istanbul attraverso l'arma economica. E tra i primi a
beneficarne troviamo Israele, che da tempo lavora per rafforzare gli
scambi commerciali con la Russia. A Gerusalemme devono aver accolto con
un sorriso l'annuncio del ministro dell'Agricoltura russo Alexander
Tkachyov della parziale sospensione delle importazioni di prodotti
ortofrutticoli dalla Turchia. Tkachyov ha infatti dichiarato che il suo
paese sostituirà la verdura importata dalla Turchia (360mila tonnellate
solo i pomodori) con quella proveniente da Israele, Marocco, Azerbaijan
e Uzbekistan. Un sorriso invece agli israeliani l'avrà tolto la
presenza nell'elenco del nemico storico di Gerusalemme, l'Iran, tra i
paesi con cui il Cremlino da tempo fa affari. Questo rapporto è uno dei
tanti esempi della contraddittoria influenza che Mosca esercita sul
Medio Oriente: da una parte stringe legami commerciali con Israele,
collabora con i suoi vertici militari sul fronte dell'intelligence in
Siria. Dall'altra, proprio in Siria, appoggia il regime di Assad – con
cui lo Stato ebraico è ufficialmente in guerra – e ammicca al regime di
Teheran, lo stesso che promette di cancellare “i sionisti” (nella
definizione dell'Ayatollah Khameini) dalla faccia della Terra. Ma
“business is business” e Israele lo sa bene.
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QUI TORINO
Comunità, cosa sta cambiando
È
“Piccole Comunità crescono. Ieri, oggi, domani” il titolo del convegno
organizzato a Torino domenica 29 novembre da Anavim, associazione
culturale fondata nel 2011. Una giornata di approfondimento e
discussione (jn programma nel centro sociale comunitario) dedicata alle
trasformazioni in corso nelle istituzioni ebraiche, con un occhio
attento a come i cambiamenti in atto nel mondo spingano le comunità ad
adeguarsi. Mutamenti che si susseguono a ritmo frenetico, una
situazione internazionale complessa e non sempre facile da
decodificare, le trasformazioni del mondo dell’informazione e delle
comunicazioni sono tutti elementi che chi guida le comunità deve aver
ben presente, e tenere in considerazione. La vitalità e la capacità di
adattamento delle instituzioni ebraiche sono grandi, pur di fronte a un
calo netto del numero degli iscritti, ma nonostante gli obiettivi non
siano cambiati spesso ad essere diversi sono gli strumenti e le
strategie. Per tutti questi motivi Anavim ha deciso di indagare la
situazione attuale, concentrandosi su una possibilità di confronto e
dialogo interno alle comunità, tralasciando volutamente tutto quello
che ha a che fare con i rapporti col mondo esterno.
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QUI TORINO - SPOTLIGHT
Il cinema israeliano sotto la Mole
C’è
un po’ di Israele nel programma del Torino Film Festival che per una
settimana ha invaso la città e i suoi cinema, con più di centocinquanta
lungometraggi, una cinquantina di opere prime, moltissime anteprime e
appassionati in coda a tutte le ore davanti alle ben dodici sale
coinvolte. A partire dal più noto, “Tikkun” di Avishai Sivan, il
cineasta, artista e scrittore non ancora quarantenne che ha presentato
il suo primo lungometraggio nel 2010, alla Quinzaine des réalisateurs
di Cannes, e di cui ha scritto Daniela Gross, responsabile della
rubrica J-CIak sul nostro notiziario quotidiano. Vincitore quest’anno
del Jerusalem Film Festival, “Tikkun”, scrive Gross, è un “film di
grande potenza poetica, che si immerge nel mondo degli ultraortodossi
di Gerusalemme mettendo in scena una drammatica crisi di coscienza, che
coinvolge padre e figlio in uno scontro silenzioso destinato a sfociare
in tragedia.” Non è un film facile, anche per la vocazione sperimentale
di Sivan, ma è molto piaciuto a Torino dove è stato selezionato per
l’ottava edizione del TorinoFilmLab, il laboratorio internazionale che
sostiene i progetti dei filmmaker emergenti, che arivano da tutto il
mondo per alcuni giorni in cui sono numerose le attività di formazione,
sviluppo e finanziamento a produzione e distribuzione.
(Nell’immagine una scena di
Recollection, pellicola che racconta Giaffa attraverso i film
israeliani e americani che hanno immortalato la città tra gli anni
Sessanta e Novanta)
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il matrimonio che ha commosso israelE
"La vita vince sempre sull'odio"
Forse
non sono arrivati tutti gli israeliani, ma c’è stato davvero tutto
Israele. Sono state infatti centinaia le persone che ieri hanno
partecipato al matrimonio di Sarah Litman e di Ariel Biegel, due
giovani sposi che si sono promessi amore eterno in una grande cerimonia
celebrata a Gerusalemme. Solo due settimane fa Sarah, 21 anni, ha perso
suo padre, il rabbino Yaakov Litman, e suo fratello Netanel, appena
diciottenne. I due viaggiavano con il resto della famiglia a bordo di
un camioncino quando sono stati freddati da un terrorista palestinese
nei pressi di Hebron. Una vicenda che ha preso tinte ancora più fosche
dal momento che l’ambulanza della Mezzaluna Rossa palestinese, arrivata
sul luogo del delitto non si sarebbe fermata, non prestando dunque
soccorso. Quel venerdì la famiglia Litman era diretta proprio da Sarah,
la figlia maggiore, per festeggiare insieme lo Shabbat prima del il suo
imminente matrimonio. “Pensavo sarei stata occupata ad organizzare le
nozze, non una shivah – ha mormorato la ragazza – ora chi mi
accompagnerà in chuppah?”. Durante i sette giorni di lutto la giovane
coppia non si è fatta però piegare dal terrore o dal dolore e ha
annunciato che le nozze sarebbero state solo rinviate dal 19 al 26
novembre, aggiungendo che avrebbero dato una grande festa a cui era
invitato tutto Israele. Un appello a cui il Paese ha risposto con
entusiasmo.
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Sicurezza |
D’ora
in poi la porta della scuola si chiuderà poco dopo l’inizio della prima
ora e dopo si potrà entrare solo suonando il campanello. Questa volta
dai ragazzi non arrivano il borbottio e il sarcasmo che normalmente
accompagnano le circolari del preside: le ragioni di questa nuova
disposizione sono evidenti e nessuno ha troppa voglia di scherzarci
sopra. Finora l’attenzione alla sicurezza sembrava una delle tante
peculiarità che distinguono il mondo ebraico, e a volte ho avuto la
sensazione che dall’esterno fosse percepita come una delle nostre
solite bizzarrie, come la casherut o lo Shabbat. Oggi non siamo più
soli in queste preoccupazioni, ma naturalmente non è affatto una buona
notizia. La sicurezza impone disciplina. Finora nella mia scuola c’era
chi entrava cinque, dieci, quindici minuti dopo l’inizio della lezione.
E il preside ha approfittato della necessità di chiudere la scuola per
ragioni di sicurezza per dare una stretta sulle regole relative ai
ritardi. Giustamente: arrivare abitualmente in ritardo è una mancanza
di rispetto nei confronti degli insegnanti e dei compagni e imparare la
puntualità ha un innegabile valore educativo. È triste, però, essere
obbligati a fare una cosa giusta per ragioni che preferiremmo non
esistessero.
Anna Segre, insegnante
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La risposta al fanatismo |
La
risposta al fanatismo, secondo Edgar Morin – citato in una recente
intervista sul quotidiano La Stampa – non è la dolcezza, ma “la
conoscenza, e precisamente la conoscenza della complessità”. Da ciò se
ne deduce naturalmente, che l’arma privilegiata del fanatismo non sono
le cinture esplosive o i kalashnikov, ma non altro che l’ignoranza. La
divampante xenofobia, sorta come risposta immediata all’Islamismo degli
ultimi anni, è uno dei modi più efficaci per rifornire questo arsenale.
Francesco Moises Bassano, studente
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Il nostro nemico |
Guerre
tra civiltà o guerra di civiltà? In un mondo globalizzato come il
nostro come possiamo pensare che esista davvero una linea di
demarcazione tra noi e gli altri, tra oriente e occidente, tra nord e
sud? Seppure il nemico ha un nome ed è fuori di noi, eliminarlo non
basta. Risorgerebbe. Potrebbe essere più efficace capire meglio come
esso sorge e cosa ci lega ad esso, nostro malgrado. Mi chiedo se in
fondo non sia un po' come capire chi sia veramente Esaù.
Ilana Bahbout
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