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27 Novembre 2015 - 15 Kislev 5776
PAGINE EBRAICHE 24

ALEF / TAV DAVAR PILPUL

alef/tav

Pierpaolo Pinhas Punturello, rabbino
Un veloce passaggio in una città del nord Italia mi ha fatto ritrovare l’eleganza del freddo: che belle le sciarpe, che eleganti i guanti, i maglioni, i cappotti, i cappelli. Peccato che a questa eleganza corrisponda l’assenza di luce o per meglio dire una luce differente da quella che appare sulle terre a ridosso del Mediterraneo. Così, pur riscoprendo la bellezza del freddo, ho sentito la nostalgia della luce mediterranea così viva nel Medio Oriente e nel Sud Italia. Tra l’eleganza del freddo, la gestualità di chi si sfila i guanti e la capacità visiva di chi vive in una terra con più luce esistono differenze a volte inconciliabili ed è per questo che chi vive in una Terra particolarmente benedetta dalla luce dovrebbe evitare di giudicare la vita di chi elegantemente sa indossare un guanto e sa annodare una distinta sciarpa. Perché esistono sempre ottimi motivi per emigrare in un luogo di luce ed ottimi motivi per restare ad apprezzare l’eleganza del freddo. Spiega la Ghemarà che “ci sono molte luci nel fuoco” (Berachòt 52), alcune luci illuminano, alcuni fuochi scaldano, tutto dipende dai luoghi e dalla capacità di comprendere che si può vivere in luoghi con molte luci o molti fuochi senza necessariamente sentire l’assenza dell’uno o dell’altro.
 
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Gadi
Luzzatto
Voghera,
storico
Se guardiamo con sguardo retrospettivo alla nascita e allo sviluppo dell’antisemitismo come ideologia politica, siamo in grado di ricostruire due linee essenziali che ritroveremo nel corso di tutta la storia del Novecento, fino ad oggi. La costruzione di un’icona dell’ebreo e del mondo ebraico del tutto immaginaria (cioè priva di riferimenti se non fittizi con la realtà delle comunità ebraiche) contro cui lanciare una campagna di ostilità facendo leva su pregiudizi stratificati. L’organizzazione di un discorso attraverso un linguaggio riconoscibile e valido trasversalmente, nel quale si potevano riconoscere il nazionalista come il sindacalista rivoluzionario, il cattolico intransigente come il liberale. In questo linguaggio trovava spazio la critica teologica (no al “popolo eletto”), ma anche lo sfruttamento del pregiudizio stratificato (gli ebrei sarebbero tutti ricchi e usurai), fino ad arrivare alla costruzione di una narrazione immaginaria ma credibile che vedeva gli ebrei come animatori di un complotto per la conquista del mondo.
 
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La scelta migliore
“Maurizio Molinari unirà l’esperienza maturata in molti anni di professione alla sua capacità unica nel raccontare il mondo, qualità che fanno di lui una delle firme più amate e autorevoli del giornalismo contemporaneo”. Così il presidente di Itedi John Elkann nel commentare l’avvicendamento al vertice del quotidiano torinese La Stampa comunicato ieri dall’editore.
Corrispondente da Israele e dai territori controllati dall’Autorità Palestinese, apprezzatissimo negli ambienti diplomatici, Molinari è tra i giornalisti più esperti di politica internazionale e ha ricoperto a lungo, sempre per La Stampa, l’incarico di corrispondente da New York.
Nel complimentarsi per la sua nomina e per quella di Mario Calabresi a nuovo direttore de La Repubblica, il presidente UCEI Renzo Gattegna ha dichiarato: “Mai come oggi avere giornalisti di alto livello nei ruoli di leadership è fondamentale, anche alla luce delle complesse sfide che sembrano attenderci nel futuro a breve e lungo termine. Mai come oggi è importante avere le giuste competenze per difendere nei modi più adeguati la libertà di espressione e di stampa. Un cardine essenziale delle nostre società democratiche”.

I distinguo di Yehoshua. Così Abraham Yehoshua in una intervista al Messaggero: “Gli ebrei erano sempre abituati come minoranza a integrarsi. I cristiani dopo aver rinunciato a trasformare il mondo in cristiano, si sono calmati. L’Islam non è una religione di minoranza. Storicamente, i musulmani non riescono a comportarsi come minoranza. E non sono stati aiutati a farlo in Francia”. In merito all’Intifada dei coltelli, allo scrittore viene attribuita la seguente dichiarazione: “Gli attacchi nei territori occupati non mi riguardano. Io non ci vado mai da quelle parti. Ma a Tel Aviv, per esempio, è diverso e c’è da avere paura oggi. In ogni caso, quello che succede qui, da noi, contrariamente a quanto avviene in Europa, non è terrorismo. È una lotta che va avanti da 130 anni tra due popoli per il possesso di un territorio”.
 
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  davar
MOSCA GUARDA AL MERCATO ISRAELIANO
Russia-Israele, i nuovi equilibri
Appena si è sparsa la notizia dell'abbattimento da parte turca di un aereo militare russo, la domanda più frequente era, come risponderà Mosca a questo affronto? Chi si aspettava inverosimili ritorsioni militari è rimasto deluso. Il presidente russo Vladimir Putin ha infatti scelto di colpire Istanbul attraverso l'arma economica. E tra i primi a beneficarne troviamo Israele, che da tempo lavora per rafforzare gli scambi commerciali con la Russia. A Gerusalemme devono aver accolto con un sorriso l'annuncio del ministro dell'Agricoltura russo Alexander Tkachyov della parziale sospensione delle importazioni di prodotti ortofrutticoli dalla Turchia. Tkachyov ha infatti dichiarato che il suo paese sostituirà la verdura importata dalla Turchia (360mila tonnellate solo i pomodori) con quella proveniente da Israele, Marocco, Azerbaijan e Uzbekistan. Un sorriso invece agli israeliani l'avrà tolto la presenza nell'elenco del nemico storico di Gerusalemme, l'Iran, tra i paesi con cui il Cremlino da tempo fa affari. Questo rapporto è uno dei tanti esempi della contraddittoria influenza che Mosca esercita sul Medio Oriente: da una parte stringe legami commerciali con Israele, collabora con i suoi vertici militari sul fronte dell'intelligence in Siria. Dall'altra, proprio in Siria, appoggia il regime di Assad – con cui lo Stato ebraico è ufficialmente in guerra – e ammicca al regime di Teheran, lo stesso che promette di cancellare “i sionisti” (nella definizione dell'Ayatollah Khameini) dalla faccia della Terra. Ma “business is business” e Israele lo sa bene.
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QUI TORINO
Comunità, cosa sta cambiando
È “Piccole Comunità crescono. Ieri, oggi, domani” il titolo del convegno organizzato a Torino domenica 29 novembre da Anavim, associazione culturale fondata nel 2011. Una giornata di approfondimento e discussione (jn programma nel centro sociale comunitario) dedicata alle trasformazioni in corso nelle istituzioni ebraiche, con un occhio attento a come i cambiamenti in atto nel mondo spingano le comunità ad adeguarsi. Mutamenti che si susseguono a ritmo frenetico, una situazione internazionale complessa e non sempre facile da decodificare, le trasformazioni del mondo dell’informazione e delle comunicazioni sono tutti elementi che chi guida le comunità deve aver ben presente, e tenere in considerazione. La vitalità e la capacità di adattamento delle instituzioni ebraiche sono grandi, pur di fronte a un calo netto del numero degli iscritti, ma nonostante gli obiettivi non siano cambiati spesso ad essere diversi sono gli strumenti e le strategie. Per tutti questi motivi Anavim ha deciso di indagare la situazione attuale, concentrandosi su una possibilità di confronto e dialogo interno alle comunità, tralasciando volutamente tutto quello che ha a che fare con i rapporti col mondo esterno.
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QUI ROMA
Israelitico, lavoratori in piazzaS
Medici e personale dell’Ospedale Israelitico sono scesi in piazza questa mattina a Roma per manifestare le loro preoccupazioni sul futuro dell’ente chiedere un ritorno alla piena attività sanitaria. Duecento circa i partecipanti al presidio, ritrovatasi davanti all’ingresso della sede del ministero della Salute in lungotevere Ripa. “Dopo la sospensione dell’accreditamento da parte della Regione, l’annuncio del commissariamento da parte del prefetto, e la nomina di nuovi vertici da parte della Comunità ebraica, ancora non ci sono certezze occupazionali e sul futuro della struttura. Dopo il nostro grido di allarme, martedì siamo stati convocato di nuovo dal prefetto. Ci aspettiamo risposte certe”, ha detto nell’occasione il segretario generale della Fp Cgil Roma e Lazio Natale Di Cola.
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QUI TORINO - SPOTLIGHT
Il cinema israeliano sotto la Mole
C’è un po’ di Israele nel programma del Torino Film Festival che per una settimana ha invaso la città e i suoi cinema, con più di centocinquanta lungometraggi, una cinquantina di opere prime, moltissime anteprime e appassionati in coda a tutte le ore davanti alle ben dodici sale coinvolte. A partire dal più noto, “Tikkun” di Avishai Sivan, il cineasta, artista e scrittore non ancora quarantenne che ha presentato il suo primo lungometraggio nel 2010, alla Quinzaine des réalisateurs di Cannes, e di cui ha scritto Daniela Gross, responsabile della rubrica J-CIak sul nostro notiziario quotidiano. Vincitore quest’anno del Jerusalem Film Festival, “Tikkun”, scrive Gross, è un “film di grande potenza poetica, che si immerge nel mondo degli ultraortodossi di Gerusalemme mettendo in scena una drammatica crisi di coscienza, che coinvolge padre e figlio in uno scontro silenzioso destinato a sfociare in tragedia.” Non è un film facile, anche per la vocazione sperimentale di Sivan, ma è molto piaciuto a Torino dove è stato selezionato per l’ottava edizione del TorinoFilmLab, il laboratorio internazionale che sostiene i progetti dei filmmaker emergenti, che arivano da tutto il mondo per alcuni giorni in cui sono numerose le attività di formazione, sviluppo e finanziamento a produzione e distribuzione.

(Nell’immagine una scena di Recollection, pellicola che racconta Giaffa attraverso i film israeliani e americani che hanno immortalato la città tra gli anni Sessanta e Novanta)
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il matrimonio che ha commosso israelE
"La vita vince sempre sull'odio"
Forse non sono arrivati tutti gli israeliani, ma c’è stato davvero tutto Israele. Sono state infatti centinaia le persone che ieri hanno partecipato al matrimonio di Sarah Litman e di Ariel Biegel, due giovani sposi che si sono promessi amore eterno in una grande cerimonia celebrata a Gerusalemme. Solo due settimane fa Sarah, 21 anni, ha perso suo padre, il rabbino Yaakov Litman, e suo fratello Netanel, appena diciottenne. I due viaggiavano con il resto della famiglia a bordo di un camioncino quando sono stati freddati da un terrorista palestinese nei pressi di Hebron. Una vicenda che ha preso tinte ancora più fosche dal momento che l’ambulanza della Mezzaluna Rossa palestinese, arrivata sul luogo del delitto non si sarebbe fermata, non prestando dunque soccorso. Quel venerdì la famiglia Litman era diretta proprio da Sarah, la figlia maggiore, per festeggiare insieme lo Shabbat prima del il suo imminente matrimonio. “Pensavo sarei stata occupata ad organizzare le nozze, non una shivah – ha mormorato la ragazza – ora chi mi accompagnerà in chuppah?”. Durante i sette giorni di lutto la giovane coppia non si è fatta però piegare dal terrore o dal dolore e ha annunciato che le nozze sarebbero state solo rinviate dal 19 al 26 novembre, aggiungendo che avrebbero dato una grande festa a cui era invitato tutto Israele. Un appello a cui il Paese ha risposto con entusiasmo.
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pilpul
Sicurezza
D’ora in poi la porta della scuola si chiuderà poco dopo l’inizio della prima ora e dopo si potrà entrare solo suonando il campanello. Questa volta dai ragazzi non arrivano il borbottio e il sarcasmo che normalmente accompagnano le circolari del preside: le ragioni di questa nuova disposizione sono evidenti e nessuno ha troppa voglia di scherzarci sopra. Finora l’attenzione alla sicurezza sembrava una delle tante peculiarità che distinguono il mondo ebraico, e a volte ho avuto la sensazione che dall’esterno fosse percepita come una delle nostre solite bizzarrie, come la casherut o lo Shabbat. Oggi non siamo più soli in queste preoccupazioni, ma naturalmente non è affatto una buona notizia. La sicurezza impone disciplina. Finora nella mia scuola c’era chi entrava cinque, dieci, quindici minuti dopo l’inizio della lezione. E il preside ha approfittato della necessità di chiudere la scuola per ragioni di sicurezza per dare una stretta sulle regole relative ai ritardi. Giustamente: arrivare abitualmente in ritardo è una mancanza di rispetto nei confronti degli insegnanti e dei compagni e imparare la puntualità ha un innegabile valore educativo. È triste, però, essere obbligati a fare una cosa giusta per ragioni che preferiremmo non esistessero.

Anna Segre, insegnante
La risposta al fanatismo
La risposta al fanatismo, secondo Edgar Morin – citato in una recente intervista sul quotidiano La Stampa – non è la dolcezza, ma “la conoscenza, e precisamente la conoscenza della complessità”. Da ciò se ne deduce naturalmente, che l’arma privilegiata del fanatismo non sono le cinture esplosive o i kalashnikov, ma non altro che l’ignoranza. La divampante xenofobia, sorta come risposta immediata all’Islamismo degli ultimi anni, è uno dei modi più efficaci per rifornire questo arsenale.

Francesco Moises Bassano, studente
Il nostro nemico
Guerre tra civiltà o guerra di civiltà? In un mondo globalizzato come il nostro come possiamo pensare che esista davvero una linea di demarcazione tra noi e gli altri, tra oriente e occidente, tra nord e sud? Seppure il nemico ha un nome ed è fuori di noi, eliminarlo non basta. Risorgerebbe. Potrebbe essere più efficace capire meglio come esso sorge e cosa ci lega ad esso, nostro malgrado. Mi chiedo se in fondo non sia un po' come capire chi sia veramente Esaù.

Ilana Bahbout

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