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17 luglio 2016 - 11 Tammuz 5776
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il richiamo del primo ministro netanyahu al leader palestinese

"Abbas, basta scuse. Dimostra che vuoi la pace"

img headerIl Cairo del generale Al-Sisi si propone con sempre più forza come mediatore in una possibile ripresa dei negoziati di pace tra israeliani e palestinesi. La visita del ministro degli Esteri egiziano Sameh Shoukry a Gerusalemme della scorsa settimana ne è la dimostrazione. L'ultimo precedente risaliva a 9 anni fa ma la situazione al Cairo è molto cambiata da allora. Oggi Israele è un alleato strategico nella lotta all'Isis nella penisola del Sinai e, con la salita al potere di Al Sisi 3 anni fa, i rapporti tra il governo egiziano e lo Stato ebraico sono diventati sempre più stretti. Per questo il Primo ministro Benjamin Netanyahu, che ha incontrato Shoukry, considera l'Egitto un mediatore affidabile per un possibile riavvio dei colloqui. Ma non si può dire lo stesso di Mahmoud Abbas, il leader palestinese che non gode della fiducia del Premier israeliano e che gli stessi palestinesi, stando ai sondaggi, non gradiscono più. Nonostante questo negli ultimi mesi, Netanyahu ha più volte dichiarato di essere pronto a sedersi al tavolo con Abbas, senza precondizioni, per cercare di riaprire i negoziati. E lo ha fatto nuovamente pochi giorni fa, questa volta attraverso un video su youtube: “Presidente Abbas, dal momento che nel corso degli ultimi anni ha sempre rifiutato di incontrarmi e sedersi a negoziare la pace, spero che ascolti questo messaggio”, le parole del Premier che poi elenca cinque punti con cui il leader palestinese potrebbe dimostrare a Israele la sua buona fede.

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l'editoriale del direttore di pagine ebraiche dopo la strage di nizza

Israele lo sa. La democrazia vince sul terrore

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Si parla molto in queste ore, e giustamente, del modello Israele. Avanguardia tecnologica, nervi saldi, investimenti, preparazione, raccolta professionale delle informazioni. Certo la sicurezza non è un gioco, e non può essere affidata ai dilettanti. Israele lo sa. E ora che appare sempre più chiaro come lo Stato ebraico non sia un altro pianeta, da guardare a distanza e magari talvolta con un imbarazzato fastidio, ma solo l’avamposto di tutto quello che ci è caro, il presidio dei valori di convivenza e di democrazia che accomunano tutti i cittadini di buona volontà, molte cose possono cambiare.
La logica mostruosa del massacro di Nizza è precisamente la stessa che troppe volte ha visto prendere di mira, con il coltello o con autoveicoli trasformati in strumenti di distruzione di massa, civili israeliani inermi che attendevano l’autobus per tornare a casa o che passavano per strada.
Israele lo sa. E ora, chi può ancora fingere di non saperlo? Perché le preoccupazioni e i valori degli ebrei in Israele e nel mondo sono precisamente le stesse e gli attacchi a Israele e al mondo ebraico sono gli stessi rivolti infine anche a tutta la popolazione civile del mondo progredito.
Ma non basta evocare il modello Israele. Bisogna anche conoscerlo, comprenderlo nel suo vero significato. Perché, al di là delle interpretazioni di comodo, Israele non è solo dolorosamente e necessariamente forte in sicurezza. È soprattutto forte in tutto quello che i terroristi, ora accaniti contro la Francia, ci vogliono rubare. L’amore per la vita, per la libera espressione e per la libera stampa, per la tolleranza nei confronti delle altrui opinioni, la gioia di stare insieme, il gusto di ridere, di fare due passi lungo la riva del mare, di portare all’aria aperta i nostri figli, di prendere un gelato, di stare bene assieme, di ammirare le pirotecniche scintille di luce nel buio, di cantare la Marsigliese e gli altri canti che significano fratellanza, pace e pari diritti.
Per questo, certo, “Allons enfants”. E per questo, certo, “Aux armes citoyens”. E anche molta attenzione a non lasciarci suggestionare, perché chi semina morte lungo la sua folle strada non agisce a caso, lavora per conto di chi vorrebbe attuare un progetto ben definito. La predominanza dei movimenti xenofobi e populisti che manderebbe l’Europa in frantumi e ruberebbe ogni speranza di futuro alla nostra gioventù. L’evocazione di una nostra reazione di chiusura, della paura di essere, di esistere così come ci sentiamo di esistere, del piacere di stare assieme. Se questi sentimenti dovessero retrocedere, se cedessimo alla paura, al pregiudizio e alla paranoia, allora nessuna tecnologia, nessun servizio di sicurezza potrebbe salvarci. E la nostra guerra alla barbarie che pretende di trasformarci, sarebbe già perduta.
Israele lo sa. È per questo che dopo sette decenni senza pace risplende ancora incessantemente fra le democrazie. Ora cerchiamo di non dimenticarcene neanche noi.

gv

(
nell’immagine: Nizza 14 luglio 2016, il lungomare visto dal grande vignettista israeliano Michel Kichka)

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il ministro del turismo incentiva le visite nelle comunità del paese

Drusi, la via del cibo per riscoprirne la cultura

img headerPiccole attività domestiche, legate strettamente alla tradizione, dalla cucina ai capi di vestiario tipici. È questa la ricetta di un nuovo turismo che sta lentamente nascendo nei piccoli villaggi drusi in Israele, dove per la prima volta i visitatori si addentrano accolti dalla popolazione locale, con il ruolo delle donne che assume un nuovo rilievo. Un lieve cambiamento che interessa una comunità la quale, sebbene conduca una vita geograficamente circoscritta e con una religione e costumi differenti dal resto della popolazione, si sente pienamente parte della società del paese. A incentivarlo è anche il ministero del Turismo, che li aiuta offrendo corsi di imprenditoria e una mano nella pubblicità. Una situazione dalla quale entrambi traggono vantaggio, come ha sottolineato la portavoce del ministero Anat Shihor-Aronson. "I drusi hanno così tanto da offrire da un punto di vista antropologico, culturale e culinario – ha aggiunto – sono autentici, e vogliamo incoraggiarli".
La comunità drusa in Israele, costituita da circa 130,000 individui, vive per lo più nel nord del paese ed è una delle minoranze religiose ufficialmente riconosciute dallo Stato di Israele. I suoi uomini servono regolarmente nell'esercito e nelle forze dell'ordine, dove spesso svolgono la loro carriera, raggiungendo anche alte cariche, e possono sedere alla Knesset. Ciononostante, essi si distinguono per essere sempre rimasti fortemente attaccati alle loro tradizioni religiose e culturali. Tra queste vi è quella di considerare inappropriato per le donne di lasciare la loro casa per andare al lavoro (ragion per cui sono anche esonerate dal servizio militare). Ma nulla vieta loro di lavorare in casa propria, e così le donne druse hanno cominciato ad aprire piccoli commerci tra le mura domestiche in maniera da non entrare in conflitto con la loro cultura, tanto da diventare in alcuni casi la sola fonte di guadagno di un'intera famiglia
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impressioni di keret sui grillini

Tel Aviv, incontro a 5 Stelle

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La temperatura nel caffè in riva al mare aveva raggiunto i trentadue gradi. Temperatura normalissima per gli umidi mesi estivi a Tel Aviv, ma tutt’altro che normale per il corpo umano. Notoriamente, uno degli effetti del cocente sole di luglio in Israele sono le visioni, perciò quando ho distinto tra il nugolo di bagnanti in costume due uomini di bell’aspetto con indosso completi signorili, ero convinto si trattasse di un’allucinazione se non di una rivelazione divina. I due giovanotti eleganti e la donna sorridente che li accompagnava si sono presentati: Luigi, Manlio e Ornella, del Movimento Cinque Stelle.
Arrivavano all’appuntamento con curiosità vera e molto entusiasmo. Dopo il nostro incontro al caffè, il loro programma prevedeva una visita a Yad Vashem, ma prima speravano di capire le radici del conflitto fra israeliani e palestinesi e, nel caso restasse qualche minuto libero prima di salutare, di risolverlo. Mi è mancato il coraggio di dirgli che avevo già incontrato altri europei convinti di poter influenzare, nel corso di una breve visita in Israele, l’ostinata e sanguinosa realtà del Medio Oriente.

Etgar Keret, Corriere della Sera, 16 luglio 2016
 
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enel sbarca nella start-up nation

Incubatore di energia

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Enel entra nel mercato israeliano utilizzando una formula innovativa rispetto al passato. La società guidata da Francesco Starace ha annunciato ieri il lancio di hub per l’innovazione nel paese attraverso una partnership con Sosa, una delle community per l’innovazione di maggior successo e fondata da Jonathan Saacks, partner del fondo di venture capital Genesis. Israele interessa al gruppo elettrico – che aveva già cominciato a muovere i primi passi nel paese due anni fa -per la forte possibilità di sviluppare idee innovative tramite le start-up ma anche la forte capacità di connettere tra di loro imprese, università, realtà istituzionali e governative e giovani dalle idee brillanti. L’obiettivo è selezionare fino a 20 start-up ad alto potenziale all’anno. A tal proposito Enel ha individuato alcune figure specializzate che entreranno a far parte del gruppo e saranno nella sede di Sosa a Tel Aviv per implementare il piano: tra questi Eran Levy, che ha già lavorato per un progetto analogo per Atet. Il modello che Enel intende sviluppare è già stato sperimentato in Cile e in Brasile. .


Laura Serafini, Il Sole 24 Ore, 12 luglio 2016

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la squadra di arti marziali alle olimpiadi può puntare a medaglia

Il judo, la grande speranza israeliana per Rio

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“Quel giorno sono passata dall'essere una persona che voleva a una che poteva. E quello fece la differenza”. Sono le parole con cui Yael Arad, prima atleta israeliana di sempre a vincere una medaglia alle Olimpiadi, scrisse ricordando quel 30 luglio del 1992, giorno in cui a Barcellona salì sul secondo gradino del podio. La prima medaglia israeliana è stata la sua, quella di Arad, un argento nel judo. La seconda, pochi giorni dopo, sarà un bronzo sempre a Barcellona sempre nel judo. A vincerla, Oren Smadja, oggi allenatore di una delle speranze di Israele per tornare a festeggiare una medaglia olimpica in Brasile per le olimpiadi di agosto, ovvero di Sagi Muki (categoria 73 kg), judoka attualmente terzo nella classifica mondiale della celebre arte marziale giapponese. Con lui a Rio partirà una folta e forte delegazione di colleghi: ci saranno Or Sasson, quinto judoka al mondo nella sua categoria (+100 kg); Yarden Gerbi (63 kg), quarta nel ranking internazionale e nel 2013 campionessa mondiale proprio a Rio; Golan Pollack (66 kg), riuscito nel 2015 a conquistare la medaglia di bronzo a soli 22 anni ai mondiali di Astana, in Kazakhstan, dopo aver battuto il fortissimo ucraino Georguii Zantaraia (Primo nel ranking del judo); e ancora le tre donne Shira Rishony (48 kg), Gili Cohen (52 kg) e Linda Bolder (70 kg). Sette atleti in tutto, con la speranza di ripetere – e magari migliorare – l'esempio di Yael Arad.
“Ci alleniamo 15 volte alla settimana – racconta Sagi Muki, campione europeo in carica dopo la vittoria a Baku dello scorso anno – Devi sempre migliorarti, studiare nuove mosse. Il judo è uno sport in cui non si smette mai di imparare”. “Ora il mondo ci conosce – spiegava Or Sasson, dopo di l'argento conquistato a Baku – Guarderanno le nostre cassette, studieranno le nostre capacità, i punti di forza e quelli deboli, come facciamo noi del resto. E per questo bisogna adottare sempre nuove strategie”. Muki, Sasson e forse più di tutti Yarden Gerbi sono diventati delle vere celebrità in Israele, dove il judo ha prodotto negli anni – grazie anche all'effetto Barcellona 1992 – atleti di altissimo livello.

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