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Il judo, la grande speranza israeliana per Rio

rivlin olimpiadi“Quel giorno sono passata dall’essere una persona che voleva a una che poteva. E quello fece la differenza”. Sono le parole con cui Yael Arad, prima atleta israeliana di sempre a vincere una medaglia alle Olimpiadi, scrisse ricordando quel 30 luglio del 1992, giorno in cui a Barcellona salì sul secondo gradino del podio. La prima medaglia israeliana è stata la sua, quella di Arad, un argento nel judo. La seconda, pochi giorni dopo, sarà un bronzo sempre a Barcellona sempre nel judo. A vincerla, Oren Smadja, oggi allenatore di una delle speranze di Israele per tornare a festeggiare una medaglia olimpica in Brasile per le olimpiadi di agosto, ovvero di Sagi Muki (categoria 73 kg), judoka attualmente terzo nella classifica mondiale della celebre arte marziale giapponese. Con lui a Rio partirà una folta e forte delegazione di colleghi: ci saranno Or Sasson, quinto judoka al mondo nella sua categoria (+100 kg); Yarden Gerbi (63 kg), quarta nel ranking internazionale e nel 2013 campionessa mondiale proprio a Rio; Golan Pollack (66 kg), riuscito nel 2015 a conquistare la medaglia di bronzo a soli 22 anni ai mondiali di Astana, in Kazakhstan, dopo aver battuto il fortissimo ucraino Georguii Zantaraia (Primo nel ranking del judo); e ancora le tre donne Shira Rishony (48 kg), Gili Cohen (52 kg) e Linda Bolder (70 kg). Sette atleti in tutto, con la speranza di ripetere – e magari migliorare – l’esempio di Yael Arad.
“Ci alleniamo 15 volte alla settimana – racconta Sagi Muki, campione europeo in carica dopo la vittoria a Baku dello scorso anno – Devi sempre migliorarti, studiare nuove mosse. Il judo è uno sport in cui non si smette mai di imparare”. “Ora il mondo ci conosce – spiegava Or Sasson, dopo di l’argento conquistato a Baku – Guarderanno le nostre cassette, studieranno le nostre capacità, i punti di forza e quelli deboli, come facciamo noi del resto. E per questo bisogna adottare sempre nuove strategie”. Muki, Sasson e forse più di tutti Yarden Gerbi sono diventati delle vere celebrità in Israele, dove il judo ha prodotto negli anni – grazie anche all’effetto Barcellona 1992 – atleti di altissimo livello. “Il bello di questo sport e che sul tatami tutto può cambiare nell’arco di un secondo. Per vincere può bastarti un attimo. Ma per arrivare in alto devi allenarti, tutta la settimana, due volte al giorno”, racconta Gerbi, che poi spiega la sua filosofia di vita, condivisa dagli altri judoka: “devi sognare di raggiungere il risultato. Più sogni più lo raggiungi. Più sogni in alto più andrai in alto”. “Io voglio portare la medaglia d’oro al collo. Questo è il mio obiettivo”, continua Gerbi per cui “non c’è niente di più bello di sentire l’inno israeliano suonare mentre sei in cima al podio”. Tutta la selezione di judo è molto fiera della propria identità israeliana, ogni vittoria sul tatami è condita con un indice al petto che mostra a onor di telecamera la bandiera cucita sul petto. La stessa che avrebbe voluto avere Alice Schlesinger che a Rio invece rappresenterà la Gran Bretagna. La sua storia è l’unica nota stonata della realtà del judo israeliano: stesso peso della Gerbi, aveva rappresentato Israele alle Olimpiadi di Londra, non riuscendo però ad andare a medaglia. Da lì è iniziato quello che ha definito il suo calvario. La federazione le ha preferito la Gerbi, senza possibilità di invertire la gerarchia, anche in caso di piazzamenti migliori. Il suo è diventato un vero caso nazionale e, dopo diverse ostruzioni, è riuscita a ottenere di combattere per la Gran Bretagna, avendo Schlesinger la doppia cittadinanza. “Il mio sogno era vincere la medaglia d’oro per Israele. Ora sul mio petto c’è la bandiera che rappresenta un’altra parte della mia famiglia ma non per questo sono meno israeliana”. In ogni caso lei, come Gerbi, Muki, e gli altri judoka a Rio vogliono, come Arad prima di loro, passare “dall’essere una persona che voleva a una che poteva”.

Daniel Reichel

(17 luglio 2016)