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  4 dicembre 2016 - 4 Kislev 5777
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dopo l'ordine di sgombero dell'insediamento deciso dall'alta corte  

Perché Amona divide il governo Netanyahu

img headerMentre le Nazioni Unite continuano nel loro atteggiamento di fatto contro Israele (sei risoluzioni aspramente critiche nei confronti dello Stato ebraico sono state adottate la scorsa settimana; risoluzioni in cui invece non risulta nessuna condanna per il terrorismo di Hamas), il governo di Gerusalemme si divide al suo interno su una questione spinosa: l'evacuazione dell'insediamento di Amona, deciso dalla Corte Suprema israeliana il 25 dicembre del 2014. I giudici hanno infatti definito illegale l'insediamento che sorge nei pressi di Ramallah e in cui vivono 40 famiglie, e ne hanno ordinato lo sgombero entro due anni. La sentenza avrebbe dovuto porre fine a una contesa iniziata nel 1996, anno in cui le prime famiglie iniziarono a costruire l'insediamento. Ma una risoluzione della questione non sembra ancora esserci all'orizzonte.
Il Primo ministro Benjamin Netanyahu sta cercando una soluzione a fronte della scelta dei residenti di Amona di opporsi a ogni costo all'evacuazione. In una riunione di coalizione tenutasi nelle scorse ore il Premier ha annunciato che chiederà alla Corte Suprema di posticipare di 30 giorni la data per lo sgombero, prevista per il 25 dicembre prossimo. “Stiamo lavorando notte e giorno per trovare una soluzione che possa essere accettabile per tutti – ha dichiarato Netanyahu durante la riunione di gabinetto di inizio settimana (in Israele la domenica è il primo giorno settimanale) – e mi aspetto che tutti i ministri e che i membri della Knesset lo rispettino”. Il riferimento del Premier a ministri e parlamentari è dettato da una spaccatura piuttosto profonda maturata all'interno della maggioranza sulla questione Amona: HaBayt HaYehudi, il partito guidato dal ministro all'Educazione Naftali Bennett, ha infatti preso le difese delle persone che vivono nell'insediamento nonché proposto una legge alla Knesset per sanare la loro situazione e ribaltare la decisione dei giudici israeliani. Una mossa che Netanyahu ha cercato di contrastare, raccontano i media locali, e che rischia di spaccare la coalizione.

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un'indagine del pew Research center mette a confronto le due realtà

Americani e israeliani, comunità allo specchio

img headerTra i momenti più intensi di “Eccomi”, la più recente opera dello scrittore Jonathan Safran Foer (Guanda editore), è il racconto/incontro del protagonista Jacob, per molti versi incarnazione dell’ebreo americano medio, con il cugino israeliano Tamir. I loro nonni, fratelli e unici sopravvissuti alla Shoah della loro numerosa famiglia polacca, all’indomani della guerra hanno scelto infatti di ricostruirsi una vita in due luoghi diversi, uno negli Stati Uniti, l’altro in Israele, e così Jacob e Tamir si ritrovano a portare avanti esistenze parallele, uomini simili eppure differenti, che solo il destino ha portato in continenti distanti. A fotografare cosa divide, ma anche cosa unisce, la comunità ebraica degli Stati Uniti con i cittadini ebrei di Israele è uno studio del Pew Research Center, prestigioso istituto apolitico che indaga le tendenze degli USA e nel mondo. Il rapporto con l’osservanza religiosa, il modo di img headerguardare al proprio ruolo nella società, le priorità per il futuro tra gli argomenti al centro del rapporto.
“Il Pew Research Center ha interrogato adulti ebrei di entrambi i paesi, e ha registrato l’esistenza di profondi legami tra essi. Tuttavia, le loro esperienze e prospettive sono molto diverse,” esordisce il documento. Tra i primi esempi citati, quello delle risposte al quesito su quale sia la più grave minaccia per il futuro di Israele. I locali hanno menzionato le difficoltà economiche come principale preoccupazione scelta dal 39% del campione, mentre la questione sicurezza/guerre/terrorismo segue di un soffio segnalata dal 38% degli intervistati (con un ulteriore 14% che ha parlato di problemi politici, religiosi o sociali). In America i temi economici praticamente non compaiono (solo l’1% dei rispondenti ne parla), mentre la sicurezza è vista come fattore principale di apprensione dal 66% e i temi politici, religiosi o sociali dal 18%. D’altro lato, questi ultimi hanno più fiducia nella possibilità per lo Stato ebraico di convivere pacificamente accanto a uno palestinese (61 contro 43), e meno nel contributo dato dagli insediamenti nei Territori alla difesa del paese (17 contro il 42).

Rossella Tercatin  

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proseguono le raccolte fondi dell'ucei e delle altre associazioni   

Dopo i roghi, trent'anni per la ricostruizione
Le mobilitazioni per sostenere Israele 

img headerProsegue l’impegno dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, di raccordo con le altre Associazioni, in stretto contatto con le autorità israeliane e con l’Ambasciata di Israele in Italia, nella mobilitazione a favore dei territori devastati dagli incendi, attraverso la raccolta di fondi da destinare alle famiglie colpite per la ricostruzione delle case e delle sinagoghe distrutte dalle fiamme. Ci vorranno, dicono gli esperti, almeno 30 anni per un completo ricovero del Paese dai danni dovuti agli incendi, molti dei quali dolosi e fomentati dall’odio terrorista. Di fronte alla violenza delle fiamme, dunque, è più che mai importante sostenere Israele con una solidarietà concreta. Tante le associazioni ebraiche impegnate su questo fronte in Italia.

Per sostenere l’iniziativa dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane è possibile donare a
IBAN IT42B0200805205000103538743
causale: “MEDITERRANEO IN FIAMME”

(Nell’immagine, una casa distrutta dalle fiamme a Haifa)

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le nuove forme di Terrorismo

Spegnere il fuoco dell'odio

I fuochi in Israele si sono spenti nel più generale silenzio della stampa. È spaventoso il bilancio dell'ondata di incendi che ha imperversato in Israele per cinque giorni: 180 feriti, 527 case completamente distrutte a Haifa, oltre 1,5 milioni di tonnellate di liquidi e materiali ignifughi impiegati, 13 mila ettari di foreste bruciati, 80 mila israeliani evacuati. Questo nuovo "terrorismo degli incendi" è stato alimentato da una terribile campagna di odio sui social network arabi, pieni di appelli a "bruciare" letteralmente ebrei e sionisti (fra i giornali italiani ne ha parlato soltanto il Foglio sabato). Le forze di sicurezza israeliane hanno arrestato almeno trenta persone sospettate d'aver appiccato gli incendi, in parte palestinesi di Cisgiordania, in parte arabi israeliani. Il ministro della Pubblica sicurezza Gilad Erdan ha parlato di "un nuovo tipo di terrorismo", spiegando che se fino a poco tempo fa i giovani palestinesi "venivano incoraggiati a pugnalare e investire con l'auto gli israeliani, ora vengono incoraggiati a cercare di bruciare persone e intere comunità".
Al fuoco del terrore nelle stesse ore ne seguiva un altro: il boicottaggio. La Francia, infatti, approva la marchiatura dei prodotti ebraici in Cisgiordania.



Il Foglio, 29 novembre 2016

 
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tsahal colpisce i jihadisti in siria 

"L'Isis non si avvicini"

È Primo scontro di Israele con l'Isis sulle alture del Golan. Un incidente che potrebbe portare a una nuova situazione sul confine. Lo scontro, senza vittime israeliane, è avvenuto a ridosso del confine dove ieri un'unità della Brigata Golani è stata presa di mira da colpi sparati da miliziani appartenenti all'«Esercito Khaled ibn al-Walid», in precedenza «Brigata dei Martiri di Yarmulo, formazione affiliata all'Isis. I soldati - secondo la ricostruzione delle forze armate - hanno risposto al fuoco ma conto di loro sono piovuti colpi di mortaio. A difesa dei militari è intervenuta l'aviazione dello stato ebraico che ha centrato un veicolo dotato di mitragliatrice (origine dei colpi) uccidendo quattro miliziani islamici che erano a bordo. Il premier Benyamin Netanyahu da Gerusalemme ha subito ammonito che Israele «non consentirà a elementi dell'Isis o di altre formazioni ostili di mettere radici nella zona sfruttando la guerra civile in Siria". Dopo aver ringraziato i soldati Netanyahu ha ricordato che Israele «è ben dislocato alla frontiera nord» del paese, includendo in questo con tutta probabilità anche il confine con il Libano dove agiscano gli Hezbollah libanesi favoriti dall'Iran e considerati dalla leadership e dall'esercito una minaccia ben più pericolosa dello stato islamico.

Il Mattino, 28 novembre 2015



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