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  4 dicembre 2016 - 4 Kislev 5777
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secondo il procuratore dello stato la legge È incostituzionale  

Prima lo Stato o prima la terra? L'interrogativo
aperto dalla nuova legge sugli insediamenti

img headerLunedì scorso la Knesset, il parlamento d'Israele, ha votato in prima lettura una legge considerata controversa: la Legge di Regolamentazione, ovvero un provvedimento che permetterebbe al governo di Gerusalemme di riconoscere retroattivamente le costruzioni realizzate su terreni palestinesi in Cisgiordania e dunque di legalizzarli. La norma – passata lunedì con 60 voti favorevoli e 49 contrari e che ora prima di essere promulgata dovrà passare altre due letture – stabilisce che se chi ha costruito non era al corrente di averlo fatto su terreni privati e se lo Stato, direttamente o indirettamente (ad esempio procurando elettricità alle abitazioni), ha riconosciuto le costruzioni, allora si applica la sanatoria ex post. La norma prevede anche una compensazione finanziaria per chi dimostri di essere proprietario dei terreni su cui sono stati costruiti gli insediamenti.
La legge, fortemente sostenuta dai partiti della destra israeliana ma che ha ricevuto critiche anche da membri del Likud (il partito del Primo ministro Benjamin Netanyahu), è talmente problematica che lo stesso procuratore dello Stato Avichai Mandelblit ha ripetutamente chiesto al governo e al parlamento di bloccarla. Mandelblit ha esplicitamente detto ai membri della Knesset e dell'esecutivo che la norma viola il diritto internazionale e che non sarebbe stato in grado di difenderla davanti alla Corte Costituzionale.

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come incidono i problemi di viabilità sull'economia israeliana

Le strade da seguire per uscire dal traffico

img headerA conferma della sua fama di paese dalle mille contraddizioni, nei mesi scorsi la stampa internazionale ha assegnato a Israele due primati in campo automobilistico, uno positivo e uno negativo. Cominciamo da quello positivo. Israele è tra i “primi della classe” nello sviluppo delle tecnologie utilizzate per progettare e costruire le automobili “che si guidano da sole”. Come è noto, le principali case automobilistiche stanno effettuando grossi investimenti per metter in commercio, tra pochi anni, autovetture che al pari dei droni (aerei senza pilota) possono viaggiare senza conducente, grazie a sofisticate tecnologie che consentono di raggiungere la destinazione nella corsia giusta, rispettando i semafori ed evitando collisioni. La casa automobilistica più avanti nel settore è l’americana Tesla ma ci sono numerosi inseguitori. Società israeliane del settore high tech sono in prima linea nel fornire software e hardware per queste automobili del futuro: Israele primeggia infatti in quei tre settori che costituiscono gli ingredienti essenziali per questa rivoluzione automobilistica, ossia l’intelligenza artificiale, la “cyber-sicurezza” e img header“l’apprendimento automatico” (“machine learning”, ossia la capacità di apprendere dall’esperienza, senza essere stati esplicitamente programmati). Non è un caso che Israele è uno dei leader mondiali nel campo dei droni. È opinione condivisa che le automobili “senza conducente” rivoluzioneranno il settore e creeranno nuove opportunità in numerosi campi. Passando alle dolenti note, Israele è stato di recente classificato dall’OCSE, ossia il forum dei paesi industrializzati (di cui Israele fa parte da una decina d’anni), come il paese dalla rete stradale più congestionata. Il grado di congestionamento, che è misurato rapportando il numero di autovetture ai chilometri di strade statali e autostrade, è il più elevato per una serie di motivi, alcuni più recenti, altri più strutturali. Fra i fattori strutturali vi è il ritardo drammatico con cui Israele ha deciso di dotarsi di una rete ferroviaria: a oggi Israele dispone di poche decine di chilometri di rete e di fatto solo la tratta Haifa-Tel Aviv è ben collegata.

Aviram Levy, economista  

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in 50 anni quasi tutti gli ebrei yemeniti sono emigrati in israele 

Dallo Yemen a Eretz Israel, la grande aliyah

img headerLa comunità ebraica dello Yemen non c’è più. Tra i molti conflitti mediorientali, quello yemenita è sicuramente il più trascurato dai media: ma la vicenda degli ebrei di Yemen, dove storia e cronaca politica si intrecciano, sembra addirittura caduta nell’oblio.
La guerra civile e l’ascesa militare degli huthi, i ribelli sciiti zaiditi del nord da sempre ostili verso gli ebrei e Israele, hanno accelerato l’eclissi della presenza ebraica in Yemen: negli ultimi anni, almeno 200 ebrei yemeniti hanno raggiunto Israele, oppure gli Stati Uniti, grazie al coordinamento della Jewish Agency. L’ultima aliyah è avvenuta, nella consueta riservatezza, il 20 marzo 2016, quando 19 ebrei yemeniti sono atterrati a Tel Aviv: secondo l’organizzazione, non vi saranno più viaggi per Israele. Infatti, i rimanenti 50 ebrei di Yemen hanno scelto di restare: di questi, 40 vivono dal 2007 nell’enclave blindata di Sana’a, a due passi dall’ambasciata degli Stati Uniti (chiusa da tempo per ragioni di sicurezza), sotto protezione del governo yemenita fino al golpe del gennaio 2015. La storia degli ebrei locali, soprattutto ortodossi e dediti allo studio dei testi sacri, è da sempre quella dello Yemen. Eppure, non vi è più traccia delle quasi quaranta sinagoghe che negli anni Trenta si ergevano nella capitale, descritte con minuzia dai viaggiatori dell’epoca.
Non vi sono certezze storiche che stabiliscano quando gli ebrei comparvero nel paese, ma numerosi miti e leggende capaci di restituirci frammenti di storia. Nei racconti tramandati per secoli, Re Salomone avrebbe inviato i suoi mercanti in Yemen alla ricerca di oro e argento per le decorazioni del Tempio di Gerusalemme, così come la regina di Saba, la leggendaria e ancora misteriosa Bilqis, avrebbe chiamato a corte proprio un artigiano ebreo, incantata dalla sua sapienza orafa. Abili commercianti, artigiani, gioiellieri, gli ebrei di Sana’a erano maestri nella fabbricazione della janbiyya (il pugnale che ogni yemenita è solito portare alla cintura), ma non potevano girare per la città armati, un paradosso in un paese dove la diffusione delle armi personali è altissima e rappresenta un fenomeno di costume e di rango sociale.

Eleonora Ardemagni

(Nell'immagine alcuni dei 19 ebrei yemeniti sbarcati a Tel Aviv lo scorso marzo. Nel Paese rimangono solo più una cinquantina di membri della Comunità) 

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la commissione che indaga sulla sorte di decine di bimbi misrahi 

Quei figli scomparsi cinquant’anni fa

img headerNello Yemen viveva una volta una delle più antiche comunità ebraiche del mondo, fondata duemila anni fa, arrivata a contare più di 50 mila membri. Ma negli anni della fondazione dello Stato di Israele, i gruppi religiosi musulmani più radicali e una parte delle autorità yemenite divennero sempre più intolleranti alla loro presenza. Ci furono massacri e saccheggi nel 1947 e nel 1948, e decine di ebrei yemeniti furono uccisi. Tra il giugno del 1949 e il settembre del 1950 il governo israeliano decise di riportare in Israele tutti quegli ebrei che non si sentivano più al sicuro nel paese. Nel corso dell’operazione, denominata “Tappeto magico”, 380 voli aerei segreti, compiuti dall’aviazione americana e britannica, trasportarono in Israele più di 49 mila persone. “Come immaginavate Israele?”, la domanda posta dal giornalista del Financial Times John Reed a Naomi Giat, ebrea yemenita sbarcata in Israele nel 1949 assieme al marito Yehiel e il piccolo Yosef, il figlio neonato. “Il paradiso”, la risposta di Naomi, che oggi ha 92 anni, al giornalista. Dopo i pericoli vissuti in Yemen, l'aliyah significava per queste migliaia di ebrei yemeniti la salvezza e la costruzione di una nuova vita. Il racconto di Naomi prosegue e racconta di come una volta sbarcati dall'aereo un'infermiera le disse che doveva prendere in custodia il figlio. La madre protestò ma l'infermiera insistette, dicendo che il bambino era malato e bisognava sottoporlo ad alcuni test. Poco dopo l'infermiera si ripresentò ai coniugi Giat, spiegando che Yosef doveva essere portato in un altro campo di transito. A distanza di due mesi, ai genitori arrivò infine la notizia della morte del figlio.

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le rivelazioni di arutz 10

Arafat, ucciso dai suoi

I fuochi in Israele si sono spenti nel più generale silenzio della stampa. È spaventoso il bilancio dell'ondata di incendi che ha imperversato in IsYasser Arafat sarebbe stato ucciso. E il suo assassino avrebbe un nome: quello di Mohammed Dahlan, leader a Gaza del movimento al Fatah, espulso dall'organizzazione per accuse di corruzione. A sostenerlo - «con certezza» - è la tv israeliana Channel 10 che afferma di aver visionato il rapporto della commissione d'indagine istituita dalle autorità palestinesi sulla misteriosa scomparsa del suo leader nel 2004. «Il leader espulso del movimento al Fatah, Mohammed Dahlan, è il responsabile diretto della morte del presidente dell'ex Autorità Nazionale palestinese Yasser Arafat», ha detto l'emittente israeliana spiegando di aver «visionato un documento redatto da una commissione d'inchiesta sulla morte di Arafat che conferma in modo assoluto che il deputato del Consigli Legislativo palestinese Mohammed Dahlan è stat colui che ha cambiato una medicina che prendeva Arafat con un'altra tossica».


Avvenire, 8 dicembre 2016

 
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il germe anti-israeliano 

Venti cupi dal Nord Europa

È Lo scorso luglio, il premier israeliano Benjamin Netanyahu è andato alla Knesset, il parlamento di Gerusalemme, a presentare la mappa aggiornata degli stati amici e nemici di Israele. Soltanto cinque paesi sono apertamente ostili allo stato ebraico: Iran, Iraq, Siria, Afghanistan e Corea del Nord. Poi ci sono i paesi amici, sempre di più, compresi tanti stati africani che un tempo non avevano relazioni diplomatiche con Israele. Ma guardando bene la mappa si vede come una regione in Europa per la prima volta è passata dal colore blu dell'amicizia al grigio dell'inimicizia. È la Scandinavia. Le volte che si cita la Norvegia nei media internazionali è per dire che i suoi abitanti e il suo governo rappresentano gran parte di ciò che vi è di buono al mondo. Il Global Peace Index la colloca fra i paesi più pacifici del mondo. E' al vertice della libertà di stampa secondo Giornalisti senza frontiere. E' uno dei paesi meno corrotti del mondo secondo Transparency International. È al quarto posto per l'impegno negli indici di sviluppo. Ma c'è un numero che è come una macchia nella storia della Norvegia. Soltanto venticinque ebrei ritornarono dai campi di sterminio. .

Giulio Meotti, 3 dicembre 2016


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