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21 febbraio 2017 - 25 shevat 5777
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Narrativa

Un ultimo testimone per salvare la Memoria

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Massimiliano Boni / IL MUSEO DELLE PENULTIME COSE / 66thT and 2nd

“Prima di raccontare, i sopravvissuti si prendevano sempre quella pausa […]. Come se sapessero che, una volta cominciato, non si sarebbe più potuti tornare indietro: come se fosse l’ultimo momento di quiete prima che tutti i fantasmi, tutti i dolori, tutti i ricordi del male provato laggiù tornassero alla vita dopo tanto silenzio.”
“… avevo paura come se i ricordi potessero contaminarmi. Come se rievocare il passato potesse rendere possibile che tutto accada di nuovo… come se i miei incubi fossero diventati realtà…”

img header Non è possibile accostarsi alla Shoah, provare a parlarne e nemmeno farne la storia, senza ricorrere al “come se”: ponte tra il passato e il presente, tra l’immaginazione e il reale inimmaginabile, tra l’esperienza di altri e il nostro vissuto. Ponte immaginativo che diventa ancor più necessario quanto più ci si allontana dall’evento e dalla sua esperienza diretta. Ma il “come se” è anche una “contaminazione” senza riparo, per la quale ancora le nuove generazioni di ebrei si identificano con quel passato, come se fosse un vissuto e una minaccia sempre presente (cfr. Raffaella Di Castro, Testimoni del non-provato. Ricordare, pensare, immaginare la Shoah nella terza generazione, Carocci 2008). 
Al “come se” – come leggiamo nei brani sopra citati - ricorre continuamente Pacifico Lattes, protagonista del romanzo di Massimiliano Boni, Il museo delle penultime cose (66th and 2nd, Roma 2017, pp.373). Storico, vicedirettore del Museo della Shoah di Roma che Boni immagina finalmente realizzato, Pacifico è testimone in un futuro prossimo - il romanzo è ambientato nel 2031 - del passaggio cruciale dalla memoria alla postmemoria, all’epoca cioè in cui gli ultimi sopravvissuti allo sterminio saranno scomparsi.

Raffaella Di Castro

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HUMOR E IDENTITà

C'è poco da ridere. Eppure dovremmo

img headerHershey H Friedman, Linda Weiser Friedman / GOD LAUGHED / Transaction Publishers

C’è chi assicura che, fra tutti gli ebrei, quelli italiani siano i meno dotati di senso dell’umorismo. Molti segnali di vita quotidiana portano purtroppo a pensare che questa considerazione non cada poi tanto lontana dal vero.
Ragione di più per non perdersi d’animo e leggere qualcosa di serio sull’argomento.
Nel documentatissimo “God Laughed. Sources of Jewish Humor” (Transaction Publishers) i docenti universitari americani Hershey H. Friedman et Linda Weiser Friedman spiegano molto chiaramente come il senso dell’umorismo sia qualcosa da prendere molto sul serio, anzi, costituisca un elemento essenziale di ogni possibile identità ebraica.
Si tratta di un saggio rigoroso e appassionante al tempo stesso, ma soprattutto di uno studio documentatissimo che consente di ricondurre alle origini, ai Testi sacri, gli enzimi del senso dello spirito che gli ebrei si trasmettono, o ci si attenderebbe si trasmettessero, di generazione in generazione.
Per farla breve, e senza alcuna pretesa di semplificare un’analisi necessaria e notevolmente complessa, la tesi prevalente è che il senso dell’umorismo ebraico sia una risorsa fondamentale per superare le difficoltà e la chiave interpretativa della sopravvivenza ebraica attraverso i millenni.
Quello che ne costituisce la specificità, è soprattutto la capacità di rovesciare le situazioni, di ribaltare il senso apparente delle cose, di cogliere l’assurdo in ogni accadimento, e soprattutto nelle tragedie.
Sia chiaro, non si tratta di barzellette, più o meno ben raccontate. Ma di una capacità meravigliosa, che dovrebbe tenerci al riparo dalle spirali repressive / depressive innescate ad arte di ha fatto della propaganda e della falsificazione il proprio tornaconto. Dovrebbe. Ma non sempre avviene. E anche di questa sciagura sarebbe meglio, di tanto in tanto, imparare a ridere.

gv

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BIBLIOTECHe - il progetto sefaria

Il Talmud di Rav Steinsaltz sul web per tutti

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Nel 2011 due amici di infanzia, Joshua Foer, giornalista, e Brett Lockspeiser, sviluppatore per Google, si rincontrano per caso. Chiacchierando, scoprono come entrambi provino una certa dose di frustrazione per il fatto che, nell’epoca in cui su internet sembra trovarsi la conoscenza universale, non altrettanto si possa dire dei testi cardine della tradizione ebraica. Così nasceva l’idea di Sefaria, una vera e propria biblioteca ebraica virtuale, come raccontato da Ada Treves nel dossier Lingue e Linguaggi pubblicato su Pagine Ebraiche nel maggio 2016. Sei anni dopo la creazione di Foer e Lockspeiser, ha conquistato i titoli dei più importanti media ebraici del mondo con il suo annuncio che nel giro di qualche mese l’intero Talmud babilonese sarà disponibile online, con traduzione in inglese ed ebraico moderno. E gratuitamente, così come tutte le altre opere offerte.

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Storia

Il secolo breve nella casa dell'ebraismo

memoria

L’altra Anne, il suo diario finalmente ritrovato

Angelina Procaccia, Sandra Terracina, Ambra Tedeschi, curato da Micaela Procaccia /
UNA STORIA
NEL SECOLO BREVE
/ Giuntina

Un libro di oltre 700 pagine per raccontare 115 anni di storia del Pitigliani, il più importante centro di cultura ebraica della capitale. «Per realizzare il volume - racconta Anna Tedeschi, 62 anni, che dirige la struttura di via Arco de' Tolomei - sono stati necessari 15 anni: l'idea nacque nel 2002 per il centenario, e ne è venuta fuori una delle grandi raccolte di storia orale mai fatte a Roma, con oltre cento interviste».

Gabriele Isman
La Repubblica Roma
19 febbraio 2017

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Eva Heyman / IO VOGLIO VIVERE / Giuntina






Un diario ritrovato. La sofferenza di un’adolescente. La testimonianza di un’altra Anne che viene alla luce. “Ha vissuto appena tredici anni Éva Heyman, scrive Andrea Rényi nella postfazione di Io voglio vivere (Giuntina editore) «la ragazzina con quel meraviglioso visino da mela, con la sua avida curiosità, l’ambizione, la vanità, gli occhi luminosi che sprizzavano energia».


Pagine Ebraiche
febbraio 2017


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narrativa

Quei segreti svelati in un amore al buio

img headerKent Haruf / LE NOSTRE ANIME DI NOTTE / NNEditore

Quando Paolo Conte divenne PAOLO CONTE io lo conoscevo già - anche personalmente. Avevo ascoltato i suoi primissimi dischi, ero andato a trovarlo a Asti per un’intervista (innamorandomi all’istante di Egle) ,avevo organizzato il suo primo concerto a Trieste.
Non so dire quanto fui felice del suo successo, per lui ma soprattutto per tutti quanti i molti che potevano finalmente conoscere, ascoltare e canticchiare uno dei migliori chansonnier ( e non solo ) italiani di sempre. Altri ammiratori  del primo Conte non lo erano, e criticavano i tardivi e pure lui: “Non è più lo stesso...”, dicevano, come capita spesso quando un autore sconosciuto ai più diventa popolare, e i ‘fini conoscitori’ perdono l’aura di cui si ammantano -  spesso non potendo vestirsi d’altro.
Potete però capire la mia contentezza, adesso che Kent Haruf sta diventando KENT HARUF. C’è già qualcuno che dice che questo suo ultimo “Le nostre anime di notte” ( NNEditore, traduzione di Fabio Cremonesi, Euro 17 ) “non è all’altezza degli altri...”, e forse non ha del tutto torto, ma solo perché la “Trilogia di Holt” è straordinaria. Prima di dirvi perché mi è piaciuto anche questo, ricordo allora a chi scoprisse Kent Haruf in questi ultimi giorni di febbraio 2017 i suoi titoli precedenti, che andrebbero letti in ordine: “Benedizione” - “Canto della Pianura” - “Crepuscolo”, tutti editi dalla benemerita NNEditore
.

Valerio Fiandra

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