Narrativa
Un ultimo testimone per salvare la Memoria
Massimiliano Boni / IL MUSEO DELLE PENULTIME COSE / 66thT and 2nd
“Prima di raccontare, i sopravvissuti si prendevano sempre quella pausa
[…]. Come se sapessero che, una volta cominciato, non si sarebbe più
potuti tornare indietro: come se fosse l’ultimo momento di quiete prima
che tutti i fantasmi, tutti i dolori, tutti i ricordi del male provato
laggiù tornassero alla vita dopo tanto silenzio.”
“… avevo paura come se i ricordi potessero contaminarmi. Come se
rievocare il passato potesse rendere possibile che tutto accada di
nuovo… come se i miei incubi fossero diventati realtà…”
Non è possibile accostarsi alla Shoah, provare a parlarne e nemmeno
farne la storia, senza ricorrere al “come se”: ponte tra il passato e
il presente, tra l’immaginazione e il reale inimmaginabile, tra
l’esperienza di altri e il nostro vissuto. Ponte immaginativo che
diventa ancor più necessario quanto più ci si allontana dall’evento e
dalla sua esperienza diretta. Ma il “come se” è anche una
“contaminazione” senza riparo, per la quale ancora le nuove generazioni
di ebrei si identificano con quel passato, come se fosse un vissuto e
una minaccia sempre presente (cfr. Raffaella Di Castro, Testimoni del
non-provato. Ricordare, pensare, immaginare la Shoah nella terza
generazione, Carocci 2008).
Al “come se” – come leggiamo nei brani sopra citati - ricorre
continuamente Pacifico Lattes, protagonista del romanzo di Massimiliano
Boni, Il museo delle penultime cose (66th and 2nd, Roma 2017, pp.373).
Storico, vicedirettore del Museo della Shoah di Roma che Boni immagina
finalmente realizzato, Pacifico è testimone in un futuro prossimo - il
romanzo è ambientato nel 2031 - del passaggio cruciale dalla memoria
alla postmemoria, all’epoca cioè in cui gli ultimi sopravvissuti allo
sterminio saranno scomparsi.
Raffaella Di Castro
Leggi
tutto
|