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Narrativa – Quei segreti svelati in un amore al buio

Kent Haruf, Le nostre anime di notte, NNEditoreKENT HARUF, LE NOSTRE ANIME DI NOTTE, NNEDITORE

Quando Paolo Conte divenne PAOLO CONTE io lo conoscevo già – anche personalmente. Avevo ascoltato i suoi primissimi dischi, ero andato a trovarlo a Asti per un’intervista (innamorandomi all’istante di Egle) ,avevo organizzato il suo primo concerto a Trieste.
Non so dire quanto fui felice del suo successo, per lui ma soprattutto per tutti quanti i molti che potevano finalmente conoscere, ascoltare e canticchiare uno dei migliori chansonnier ( e non solo ) italiani di sempre. Altri ammiratori del primo Conte non lo erano, e criticavano i tardivi e pure lui: “Non è più lo stesso…”, dicevano, come capita spesso quando un autore sconosciuto ai più diventa popolare, e i ‘fini conoscitori’ perdono l’aura di cui si ammantano – spesso non potendo vestirsi d’altro.
Potete però capire la mia contentezza, adesso che Kent Haruf sta diventando KENT HARUF. C’è già qualcuno che dice che questo suo ultimo “Le nostre anime di notte” ( NNEditore, traduzione di Fabio Cremonesi, Euro 17 ) “non è all’altezza degli altri…”, e forse non ha del tutto torto, ma solo perché la “Trilogia di Holt” è straordinaria. Prima di dirvi perché mi è piaciuto anche questo, ricordo allora a chi scoprisse Kent Haruf in questi ultimi giorni di febbraio 2017 i suoi titoli precedenti, che andrebbero letti in ordine: “Benedizione” – “Canto della Pianura” – “Crepuscolo”, tutti editi dalla benemerita NNEditore.

La storia di “Le nostre anime di notte” è semplice: una donna anziana e ancora bella invita un uomo della sua stessa età a dormire da lei, per parlarsi al buio mentre la notte avanza e mette paura a chi è rimasto solo come loro, che hanno perso il coniuge. Lui accetta. Addie e Louis si raccontano gioie e dolori, tragedie e tradimenti. Un bambino e un cane entrano in questa storia d’amore, cui pochi amici sorridono complici e che molti criticano. Poi succede che…

Già, cosa succede ? La vita, succede.
Che è semplice se lo sono le parole che ci scambiamo, e complicata quanto meno lo sono. Alla fine, questa mi pare sia la Lezione di Haruf: parlarsi chiaro funziona, sia nella partita del vivere sia in quella del raccontare. Certo, si potrebbe osservare che la cittadina di Holt non esiste, che è inventata – e che la possibilità stessa di vivere gestendo con pazienza, coraggio e responsabilità i conflitti e le tragedie che ci toccano e abbattono è impedita ormai nella nostra società urbana e spaventata, virtuale anche quando non lo è. Ma è altrettanto vero però che di una personal Holt sentiamo con urgenza il desiderio, e con disperazione il bisogno. Certo, il successo dei romanzi di questo Čechov del Colorado fonda le sue ragioni nella consapevolezza che le nostre radici un po’ marce hanno bisogno di respirare, e il vento leggero ma non consolatorio delle parole di Haruf rinfresca le nostre fronde, suggerendoci di provare a guarire la nostra vita con la cura delle parole chiare. Come quelle che usano in “Le nostre anime nella notte” Addie e Louis – silenzi e delicate omissioni comprese – per rispettare se stessi e gli altri, per aiutarsi e aiutare a vivere.

Perché Holt non è La La Land, non è Hollywood – dove la magia non basta anche se allevia e fa sognare, finché dura il film.
Holt assomiglia a Paterson, o a Manchester by the Sea, o persino alla New York di This Is Us – che sono i titoli di due film e di una serie televisiva, ma anche luoghi fisici; città che troviamo sulle Carte Geografiche, e dove abita gente come noi. Persone che lottano, soffrono, gioiscono, vincono e perdono; che vivono come anche noi potremmo almeno un poco, se solo ci provassimo abbastanza.
Dopo aver letto questo romanzo estremo e incompiuto, come ben scrive Fabio Cremonesi nella sua Nota di Traduzione; o quando, fra pochi mesi, vedremo al cinema Jane Fonda e Robert Redford interpretare Addie e Louis – con qualche apprensione, perché pochi film sanno essere i libri da cui sono tratti – forse sogneremo di voler restare ancora a Holt fra le pagine o sullo schermo. Proviamo invece a viverci, comunque si chiami il luogo dove abitiamo: Holt è ‘solo’ un nome, quel che conta è come ci parliamo, come ce la raccontiamo.

Valerio Fiandra