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Memoria – L’altra Anne, il suo diario ritrovato

IO VOGLIO VIVEREEva Heyman, Io voglio vivere, Giuntina

Un diario ritrovato. La sofferenza di un’adolescente. La testimonianza di un’altra Anne che viene alla luce. “Ha vissuto appena tredici anni Éva Heyman, scrive Andrea Rényi nella postfazione di Io voglio vivere (Giuntina editore) «la ragazzina con quel meraviglioso visino da mela, con la sua avida curiosità, l’ambizione, la vanità, gli occhi luminosi che sprizzavano energia», come la definiva il suo patrigno, lo scrittore ungherese Béla Zsolt (1895-1949), nel suo mirabile libro autobiografico Le nove valigie. Éva Heyman nasce il 13 febbraio 1931 a Nagyvárad, l’attuale Oradea in Romania, e termina la sua breve esistenza il 17 ottobre 1944 nel campo di concentramento di Auschwitz- Birkenau. Dal suo tredicesimo compleanno, il 13 febbraio 1944, e fino al 30 maggio, data dell’ultima annotazione, tiene un diario in cui descrive le condizioni di vita sempre più difficili degli ebrei di Nagyvárad. Dalle lettere riportate in questo libro risulta che prima di essere spedita al campo di concentramento Éva Heyman affida il diario a una fedele domestica cattolica della famiglia, la quale al termine della guerra lo restituisce alla madre, la giornalista Ágnes Zsolt, unica sopravvissuta di tutta la famiglia. Ágnes è morta suicida nel 1951. Ecco uno stralcio di un suo testo. “Ho trovato il diario di Eva nel 1945 a Nagyvárad. L’aveva in custodia Mariska Szabób, la nostra fedele cuoca. Sono la mamma di Eva, lei mi chiamava semplicemente Ági. Nel 1944 la cattiveria e la crudeltà umana ci avevano separate in quell’inferno sulla terra che era il ghetto di Nagyvárad. Io sono stata deportata a Bergen- Belsen ma in seguito ho avuto fortuna e sono riuscita a emigrare in Svizzera. Éva ha perso la vita il 17 ottobre 1944 ad Auschwitz. Da quando la sua amica, la piccola Márta Münczer, nel 1941 era stata portata via mentre era davanti a una ciotola di fragole con panna e messa su un vagone, Eva era molto cambiata. Aveva l’idea che lei e tutti quelli ai quali voleva bene avrebbero fatto la stessa fine. Eva era sensibile ed estremamente intelligente, ed era molto difficile persuaderla che le sue paure, che sfioravano l’ossessione, fossero ingiusticate. Come risulta dal suo diario eravamo riusciti a tranquillizzarla in qualche modo con spiegazioni apparentemente logiche. Ma il dolore per il destino di Márta aveva lasciato tracce profonde e quando il 19 marzo 1944 i tedeschi hanno invaso anche l’Ungheria le è tornata in mente, come fosse una visione, la graziosa figura di ballerina della sua amica, e fino al 3 giugno, quando è stata deportata anche lei in Polonia, scoppiava a piangere più volte al giorno parlando sempre di Márta. Il destino di Éva si è compiuto il 17 ottobre 1944. Era arrivata ad Auschwitz il 6 giugno, mentre gli Alleati stavano sbarcando in Europa per la prima volta. Éva ha avuto la sua parte di orrori al pari di altri milioni. Secondo testimoni sopravvissuti, nonostante le pene fisiche e psichiche il suo istinto di sopravvivenza non l’ha mai tradita e l’ha conservata fino all’ultimo in condizioni fisiche sufficientemente buone rispetto agli altri. Sempre secondo le testimonianze di sopravvissuti, la sua cugina e amica, Marica Kecskeméti – di lei parla anche nel diario – è morta letteralmente fra le sue braccia, eppure Éva non ha perso la voglia di vivere. Ha fatto tutto quello che è stato possibile ai suoi tredici anni per arrivare viva nel mondo che lei e il suo ambiente sognavano nei tempi oscuri del fascismo. Éva a tredici anni lottava per la sua vita contro i boia feroci del Terzo Reich, ma la belva tedesca ha avuto la meglio. La bestia feroce che è stata la causa diretta della sua morte si chiamava Mengele. Non occorre presentarlo, non credo al mondo ci sia una sola persona che non rabbrividisca sentendo il suo nome. Per la vergogna dell’umanità intera era laureato in medicina e in base alle testimonianze la sua voce vibrava come l’organo. Sembrava un dio mitologico. Fra centinaia di migliaia di deportati Mengele sceglieva chi doveva morire subito nella camera a gas e chi invece era stato condannato a vivere (…)”.

Pagine Ebraiche, febbraio 2017