
Elia Richetti,
rabbino
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Il
divieto di imbrogliare è scritto due volte, a distanza di pochissimi
versetti. Nel verso 14 è scritto: “Non imbrogliate ognuno il proprio
fratello”. Leggi
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Sergio
Della Pergola,
Università
Ebraica
di Gerusalemme
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Nel
film Ta’alat Blaumilch (Canale Blaumilch, latte blu, che potrebbe anche
significare Biancoazzurro) di Efraim Kishon (1969), un uomo dal volto
paonazzo e i capelli strani incomincia a scavare con un martello
pneumatico in Rehov Allenby, all’epoca l’arteria principale di Tel
Aviv. Dopo le prime proteste per il rumore, arriva una dritta che pare
si tratti di un progetto, anzi di un importante progetto, un progetto
che cambierà definitivamente la città, che renderà Tel Aviv la nuova
Venezia del Medio Oriente. L’uomo continua a scavare fino al mare e il
canale si riempie d’acqua. Le autorità prima sono contrarie, poi
incerte, poi divise politicamente, infine allineate e in concorrenza
nell’attribuirsi il merito del grande progetto. La polizia mette
transenne protettive, arrivano riflettori, bandiere, si prepara la
grande cerimonia di apertura con la banda. I politici si pavoneggiano
della splendida iniziativa e si suddividono i dividendi dei suoi
benefici. Finalmente un piccolo impiegato municipale scopre che lo
scavatore dal volto paonazzo è solo un pazzo appena evaso dal vicino
ospedale psichiatrico. Corre ad avvertire, ma nessuno gli crede.
Intanto il pazzo, offeso perché non è stato invitato alla cerimonia di
apertura, incomincia un nuovo scavo nella piazza del municipio di Tel
Aviv. Il povero impiegato invece viene spedito in manicomio.
La prossima visita a Gerusalemme del Presidente Trump ricorda vagamente
il precedente copione. Al momento della sua elezione Trump è stato
accolto dagli ambienti governativi come una specie di Messia,
un’occasione storica senza precedenti per far finalmente riconoscere la
giusta causa di Israele e promuovere le sue politiche in Giudea e
Samaria sulla tomba dell’ormai defunto stato palestinese e con
l’ambasciata americana oramai installata a Gerusalemme. Inviati
speciali e messaggeri creano canali speciali di comunicazione col
Presidente per trasmettere le loro richieste messianico-territoriali.
La visita di Trump in Israele è l’apoteosi di una nuova era di fervore
politico e inizierà un abbraccio strettissimo fra Israele e Stati
Uniti. L’euforia è alle stelle. E invece piano piano Trump prima quasi
ignora il giorno della Shoah, poi fa capire che l’ambasciata per il
momento rimarrà a Tel Aviv, poi dice con aria sorniona a Benjamin
Netanyahu che anche lui dovrà fare delle concessioni (“vero, Bibi?”),
poi riceve Abu Mazen, poi lascia dire che il Muro del Pianto fa parte
della Cisgiordania, e infine passa ai russi informazioni riservatissime
dei servizi segreti israeliani. Qualcuno qui comincia a avere dei dubbi
sull’uomo dal volto paonazzo e i capelli strani.
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Mossad, i segreti svelati
"Anni di lavoro buttati"
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“Piani
come quelli per gli attentati sugli aerei con i computer portatili o i
tablet vengono discussi tra i capi dell’organizzazione terroristica.
Adesso staranno già indagando per individuare la talpa, stiamo parlando
di un circolo ristretto. Le rivelazioni hanno messo in pericolo una
fonte che immagino abbia richiesto anni per essere coltivata”. È
l’analisi di Danny Yatom, ex capo del Mossad – i servizi segreti
israeliani – che, intervistato dal Corriere della Sera, commenta il
caso politico nato attorno al colloquio del presidente Usa Donald Trump
con il ministro degli esteri e l’ambasciatore russi. Trump, secondo
quanto riportato dal Washington Post e poi da tutta la stampa
americana, ha informato i diplomatici russi sui dettagli di come gli
Stati Uniti siano venuti a conoscenza di un piano dell’Isis di usare
computer e tablet come ordigni da far esplodere sugli aerei: a fornire
queste informazioni top secret, il Mossad che però non si aspettava che
Trump rivelasse a un Paese terzo le notizie. Un’azione, afferma Yatom,
che mette in pericolo tutto il lavoro fatto dai servizi segreti
israeliani in Siria. “Di sicuro i dirigenti operativi – spiega Yatom,
che ha guidato il Mossad fino al 1998 – stanno rivedendo alcune
procedure. Frustrazione e disappunto sono diffuse. Direi che in molti
sono arrabbiati”.
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pagine ebraiche al salone di torino La fiera dedicata a libri e scrittori
col giornale dell'ebraismo italiano
“Lo
confesso, questa notte non ho chiuso occhio”. È con queste parole che
Massimo Bray questa mattina, prima dell’apertura della trentesima
Edizione del Salone del Libro di Torino, raccontava l’emozione di
un’apertura che è soprattutto in cui saranno messi alla prova dei
numeri e dei visitatori progetti, aspettative e forse anche sogni a
lungo cullati in mesi difficili. Diventato Presidente della Fondazione
per il Libro, la Musica e la Cultura da alcune settimane, dopo una
lunga collaborazione con il presidente ad interim Mario Montalcini –
ora Presidente del consiglio di amministrazione della Fondazione – Bray
può già oggi togliersi una prima soddisfazione: sono più di
cinquantamila i biglietti acquistati tramite i canali di prevendita, e
le code agli ingressi erano lunghe già prima dell’orario di
apertura del Salone. Pagine Ebraiche, che come tutti gli anni dalla
presentazione del numero zero, a maggio 2009, attende i lettori
all’interno del Lingotto, ospite come tradizione della Fondazione per
il Libro, la Musica e la Cultura, che ha messo a disposizione uno
spazio nella Galleria Visitatori, a ridosso del punto informazioni e
dello snodo fra i Padiglioni del Lingotto. E a porte del Lingotto
appena aperte a salutare la redazione di Pagine Ebraiche è passato
Gianluigi Benedetti, attualmente consigliere diplomatico al Ministero
dell’istruzione e già confermato come prossimo Ambasciatore italiano in
Israele, accompagnato dal rabbino capo di Torino rav Ariel Di Porto e
da Claudia De Benedetti, per proseguire poi con una visita alla
Comunità ebraica di Casale. Leggi
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IL FESTIVAL PRESENTATO AL SENATO
A 50 anni dal conflitto, èStoria
racconta la Guerra dei Sei Giorni
La
Storia torna protagonista, per comprendere un’Italia difficile e un
mondo in rapida mutazione, per ritrovare i punti di riferimento, per
definire una nuova volta cosa la nostra società vuole trasmettere alle
nuove generazioni.
Chiamati a raccolta dalla parlamentare isontina Laura Fasiolo, il
presidente della Commissione Esteri del Senato Pier Ferdinando Casini,
il capogruppo Pd Luigi Zanda, lo storico Massimo Teodori e il direttore
del festival Adriano Ossola, hanno presentato, nelle sale del Senato
della Repubblica, la tredicesima edizione del festival èStoria, che
aprirà i battenti a Gorizia la prossima settimana.
Definito da Paolo Mieli "la più grande kermesse italiana dedicata alla
Storia e un luogo di confronto per tutti gli storici più importanti del
Paese e non solo" èStoria continua a vedere anche la presenza della
redazione del giornale dell’ebraismo italiano Pagine Ebraiche.
In questa edizione, fra gli innumerevoli appuntamenti di un programma
che si fa sempre più ricco, anche un’analisi, a 50 anni di distanza,
della storica vittoria israeliana nella Guerra dei Sei giorni che
cambiò il volto del Medio Oriente, con gli esperti Ahron Bregman e
Simon Dunstan presentati da Fabio Romano. Leggi
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qui roma - L'INIZIATIVA DELLA POLIZIA POSTALE Social, istruzioni per l'uso
“Una
vita da social”. La campagna educativa itinerante della Polizia di
Stato sui temi dei social network, del cyberbullismo, dell’adescamento
online e sull’importanza della privacy ha fatto tappa quest’oggi nel
quartiere ebraico di Roma con due diverse postazioni, aperte per molte
ore: su un truck scoperto posto davanti all’ingresso della sinagoga e
con una serie di iniziative intraprese all’interno del cortile della
scuola.
Un’attività, fortemente voluta da Gianni Zarfati (responsabile
operativo per la sicurezza delle comunità ebraiche italiane), che ha
coinvolto tutti gli alunni dell’istituto e inoltre genitori e
insegnanti con molteplici attività di formazione e informazione.
L’avvio di una serie di incontri che, è stato spiegato, è intenzione
portare anche in altre comunità ebraiche locali.
“Si tratta di temi sempre più attuali, di minacce sempre più forte
nella società contemporanea. La giornata odierna è stata quindi pensata
come a un grande momento di raccolta, ma sono numerose le attività
realizzate nel corso dell’anno per sensibilizzare i nostri ragazzi. E
non soltanto loro” riflette Zarfati.
A
fare gli onori di casa la presidente della Comunità ebraica romana Ruth
Dureghello, intervenuta in apertura di giornata insieme al dirigente
della Polizia postale Nicola Zupo. Al centro dell’iniziativa un
progetto che nel corso delle tre edizioni precedenti, osserva Marco
Valerio Cervellini, una delle anime della campagna, ha raccolto un
grande consenso: gli operatori hanno infatti incontrato oltre un
milione di studenti sia nelle piazze che nelle scuole, 106.125
genitori, 59.451 insegnanti per un totale di 8.548 Istituti scolastici,
30.000 chilometri percorsi e 150 città raggiunte sul territorio. E
inoltre, una pagina Facebook con 108.000 like e 12 milioni di utenti
mensili sui temi della sicurezza online.
Successivamente a questi incontri, hanno fatto sapere i protagonisti di
“Una vita da social”, è stato riscontrato un aumento consistente delle
denunce di minori nei confronti di coetanei per episodi di bullismo e
cyberbullismo. Leggi
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JCIAK Nel mare della Diaspora
Una
foto come tante, ritrovata un vecchio album. Gli uomini posano seri in
giacca e cravatte, le signore sorridono allegre e la bambina in basso a
destra sgrana gli occhi e spalanca la bocca come per dire qualcosa.
Sono le famiglie Piperno, Sonnino, Fornari, Bises e Di Segni, riunite
nella casa dei Piperno ad Anzio. Sarebbe una foto come tante se non
fosse che siamo nell’autunno del 1938 e dopo quest’incontro nulla sarà
più come prima.
È la vicenda che, ottant’anni dopo, trova voce e immagini in Diaspora,
ogni fine è un inizio di Marina Piperno (la bimba che nella foto sgrana
gli occhi) che con Luigi Monardo Faccini, compagno di avventure
cinematografiche, per tre anni ne ha seguito le tracce fra gli Stati
Uniti, Israele e l’Italia. Nell’arco di quattro ore e quaranta minuti,
il film – in questi giorni in presentazione al Salone internazionale
del libro di Torino – intreccia storia e memoria famigliare in una saga
che attraversa snodi centrali della nostra storia soffermandosi
sull’identità ebraica e sulle lacerazioni inferte dalle persecuzioni.
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Setirot - Chiusure e aperture
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Un
mondo incomprensibile e alienato che spinge sempre più verso lo
straniamento. A questo tempo appartengono ovviamente anche le nostre
comunità che si dibattono nella ormai vetusta e sbiadita lotta tra
chiusure e aperture. Ed ecco risuonare (in me, e credo non soltanto in
me) l’eco lontana del poeta. «Non invitato sono giunto per caso, / non
sono parte del vostro numero. / Se sarò assente, nessuno lo vedrà, / se
sarò presente non sarò gradito.» (Yehuda HaLevi).
Stefano Jesurum, giornalista
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In ascolto - Cabaret
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C’era
una volta il cabaret. Erano gli anni ’20 -’30 e le grandi città della
Mitteleuropa pullulavano di artisti che, assai più di oggi, mettevano
in dialogo le diverse arti: musica, teatro, arte, letteratura. I
compositori, affascinati dalle rivoluzioni dell’armonia e dalle
correnti come il dadaismo o il surrealismo, creavano nuovi linguaggi e
i letterati volentieri prestavano idee e liriche alla sperimentazione.
C’era il cabaret autentico, che sceglieva piccoli palchi, in sale
relativamente piccole, con il pubblico accomodato intorno a tavolini
rotondi e faceva satira su mode e costumi.
Maria Teresa Milano
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Quelle vecchie domande attuali
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Che
cosa significa essere ebrei? Ebraismo è comunità? Oppure pratica? È
memoria, famiglia, tradizione? Impegno civile? Una costellazione di
valori? Intima credenza?
Libertà e opportunità di esprimere opinion: può esistere un limite
etico? E se c’è, dove porre il confine tra quello che può e non può
essere detto? Ci sono circostanze in cui esprimersi, prendere posizione
è doveroso? Come si coniugano questi interrogativi in relazione
all’informazione su Israele? E’ possibile ipotizzare una responsabilità
collettiva del mondo ebraico a riguardo?
Inclusione ed esclusione: esiste una differenza tra un evento ebraico e uno per ebrei?
Giorgio Berruto
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Le quattro Emilie
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“Così
morì Emilia, che aveva tre anni; poiché ai tedeschi appariva palese la
necessità storica di mettere a morte i bambini degli ebrei. Emilia,
figlia dell’ingegner Aldo Levi di Milano che era una bambina curiosa,
ambiziosa, allegra e intelligente; alla quale, durante il viaggio nel
vagone gremito il padre e la madre erano riusciti a fare il bagno in un
mastello di zinco, in acqua tiepida che il degenere macchinista tedesco
aveva acconsentito a spillare dalla locomotiva che ci trascinava tutti
alla morte” scrive Primo Levi nel capitolo iniziale di Se questo è un
uomo, intitolato Il viaggio.
Sara Valentina Di Palma
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