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Pierpaolo Pinhas Punturello, rabbino
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I
have a dream. Non uno così grande come quello di M. L. King ma uno più
piccolo e, volendo, anche più modesto. Vorrei che le giuste e quanto
mai documentate analisi politiche del dopo voto fossero scevre da
offese, da insulti, da giudizi beceri e da approssimazioni piene di
pregiudizi, così come vuote di intelletto. E vorrei che queste analisi,
qualora scritte da mano ebraica, fossero prive di frasi quali:
“Terronazzi, parassiti, meridionali.” Lì dove l’ultimo aggettivo non è
usato in senso geografico, bensì dispregiativo e sprezzante. Verrebbe
poi da chiedersi con quale e quanta autorità morale quelle stesse mani
ebraiche che hanno usato quei toni e quegli epiteti si alzeranno a
denunciare l’antisemitismo contenuto in un’analisi politica del governo
Netanyahu o le critiche per l’articolo di un qualsiasi giornalista
ebreo o i pensieri di un filosofo ebreo o le azioni di un qualunque
ebreo che siano definiti: “Ebreazzi, usurai e parassiti.” Perché spesso
si è vittime degli stessi pregiudizi e della stessa immondizia umana
che rivolge le stesse offese indifferentemente a gruppi umani diversi a
seconda dei tempi, dei luoghi e dei giorni: non comprendere tutto
questo, significa essere profondamente in malafede o profondamente
stupidi. Mi rifugio nel libro dei Proverbi: “Non rispondere allo
stupido secondo la sua stupidità, per non sembrare stupido anche tu.”
(Proverbi 26,4)
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Francesco Moises
Bassano
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“Nell’Italia gioconda d’oggi, per fascismo la morte non la rischia nessuno, se non qualche immigrato, […]”.
Forse Mattia Feltri nel suo Buongiorno sulla Stampa della scorsa
settimana non voleva scrivere esattamente questo, e se qualcuno glielo
facesse notare basterebbe la solita smentita per dichiarare di essere
stato “mal interpretato”, tanto le parole non hanno più rilevanza né
significato. In fondo poi, si tratta di un’affermazione in linea con il
pensiero soggiacente di molti discorsi quotidiani dove “se l’obiettivo
non sono io ma gli altri, perché mai la cosa dovrebbe interessarmi o
intimorirmi?”. Sostanzialmente la pensavano con lo stesso disinteresse
anche molti tedeschi o italiani ariani negli anni ’40 del secolo
scorso, o penso troppo in continuazione al passato? Oggi non c’è nessun
genocidio in corso, se qualche “irregolare” sarà espulso verrà spedito
al massimo nei campi di prigionia in Libia, e chi si è visto, si è
visto. La Libia del resto è un po’ come Marte, da qualche parte c’è ma
fortunatamente non la vediamo, se non in TV.
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"Termine 'razza'
non venga tolto"
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Il
magistrato romano Giorgio Lattanzi, 79 anni, è il nuovo presidente
della Corte Costituzionale. Dodici i voti a favore all’interno del
collegio dei giudici, una la scheda bianca. Appena eletto, Lattanzi ha
detto che il termine razza deve restare nella Costituzione. “Non perché
ci sono le razze, ma perché c’è il razzismo e la Costituzione deve
affermare che è intollerabile” (Corriere, tra gli altri)
Secondo il New York Times la sede della nuova ambasciata americana a
Gerusalemme potrebbe occupare una porzione di No Man’s Land, con il
rischio di nuove tensioni con la dirigenza palestinese. Scrive al
riguardo La Stampa: “L’inaugurazione dell’ambasciata è prevista per il
14 maggio, ottantesimo anniversario della fondazione di Israele.
Potrebbe esserci anche il presidente americano Donald Trump, che ha
fatto del riconoscimento di Gerusalemme come capitale dello Stato
ebraico una delle sue bandiere nella politica estera. Ma il pezzo di
‘terra di nessuno’ contesa potrebbe guastare la festa”.
Repubblica pubblica l’intervento tenuto ieri a Varsavia
dell’intellettuale Adam Michnik in occasione del raduno organizzato
mezzo secolo dopo la purga antisemita del ’68. “L’ultimo scandalo sulla
legge sulla Shoah – le sue parole – mostra che noi allora lottavamo per
il meglio e invece ancora oggi come allora l’abitudine si ripete”.
Rispetto al ’68 la situazione è completamente differente, ha
sottolineato l’intellettuale, “eppure viviamo la mutazione della
purga”. Non c’è la dittatura di un partito unico, secondo Michnik, “ma
alcuni stereotipi mentali sono divenuti molto forti”.
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qui firenze - la cerimonia Carlo Levi, inaugurata la piazza
"Nel suo nome contro l'odio"
Un
luogo di incontro e aggregazione, ma anche lo spazio ideale, nel cuore
di Firenze, per dire con forza no al fascismo e a ogni forma di
violenza e sopraffazione.
L’intitolazione di una piazza è un atto formale, ma se ad accompagnarlo
sono ricordi e testimonianze ecco che le emozioni finiscono
inevitabilmente per prendere il sopravvento. È andata così stamane in
riva all’Arno, con la cerimonia di svelamento della targa che pone
l’intellettuale e pittore torinese Carlo Levi (e insieme a lui Anna
Maria Ichino, omaggiata con lo stesso onore) tra i massima custodi
della Memoria fiorentina e della sua vocazione antifascista.
A pochi metri dal luogo in cui in clandestinità scrisse la sua più
celebre opera, Cristo si è fermato a Eboli, quella targa chiude un
percorso di riscoperta e impegno che ha visto al fianco amministrazione
comunale e la massima espressione culturale di questa città, gli Uffizi.
“Un gesto simbolico per mantenere viva la memoria del ruolo di Levi e
Ichino nella lotta antifascista, ma anche il valore evocativo di un
luogo come piazza Pitti e della casa che in quella piazza fu rifugio di
molti antifascisti” avevano annuncio in gennaio, in occasione del
Giorno della Memoria, il sindaco Dario Nardella e il direttore degli
Uffizi Eike Schmidt. Un messaggio che oggi i diretti protagonisti hanno
voluto confermare, insieme tra gli altri all’assessore comunale alla
toponomastica Andrea Vannucci, al responsabile della Divisione
Collezioni e servizi degli Uffizi Claudio Di Benedetto, al presidente
del Consiglio regionale Eugenio Giani, al sindaco di Aliano Luigi De
Lorenzo, a Stefano Levi Della Torre (nipote di Carlo Levi) e ad
Alessandro Ichino (figlio di Anna Maria).
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La legge della maggioranza
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Sappiamo
che durerà poco ma intanto è bello godersi questo momento di
tranquillità e pacatezza dopo la violentissima campagna elettorale.
Tutti smorzano i toni. I Cinquestelle lanciano segnali di moderazione e
disponibilità al dialogo e, tra le altre cose, si preoccupano di non
apparire troppo antisraeliani (che è un buon segno). La Lega, altro
buon segno, dà improvvisamente grande visibilità al neoeletto senatore
nero (ma dove lo avevano nascosto?). Ho seguito la campagna elettorale
troppo distrattamente o gli hanno fatto tenere volutamente un basso
profilo nel timore che la sua candidatura avrebbe fatto perdere voti?
Di colpo gli insulti sembrano magicamente spariti dalla scena politica
italiana e i vincitori esitano ad infierire contro gli sconfitti che
potrebbero rivelarsi necessari per la formazione di un governo. Si
cerca di mettere in evidenza le possibili convergenze più delle
differenze. La parola “inciucio” è miracolosamente scomparsa e al suo
posto la parola “responsabilità” è saltata fuori dal dimenticatoio in
cui era stata relegata.
Poi, certo, quando nascerà un governo e le cose andranno meno che
splendidamente saranno subito tutti prontissimi a scaricare le colpe
sugli alleati. Ma intanto l’atmosfera di questa settimana, per quanto
effimera, ci dimostra che un altro clima politico è possibile. È
possibile mediare, scendere a compromessi, cercare soluzioni concrete.
È possibile parlarsi senza insultarsi a vicenda.
Non so se questo si dimostrerà sufficiente. E non mi azzardo a
discutere sui pregi e sui difetti di questa legge elettorale. Intanto
vale la pena di riflettere su cosa significhi davvero il principio
secondo cui bisogna seguire la maggioranza. A mio parere non si tratta
di un semplice gioco, di una sorta di gara che termina con vincitori e
vinti. Anche nella vita di tutti i giorni sono frequenti le situazioni
in cui le posizioni sono più di due, e la maggioranza si ottiene solo
tramite l’accordo tra due o più parti, tramite compromessi in cui
ciascuno è costretto a rinunciare a qualcosa. La legge della
maggioranza premia non solo chi sa essere più convincente, ma anche chi
si dimostra più capace di dialogare, di accettare punti di vista
diversi dal proprio, di capire le ragioni altrui.
Anna Segre, insegnante
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