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6 settembre 2018 - 26 elul 5778
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società

La difficile strada dei diritti umani   

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Un anno fa, nel luglio 2017, la Gazzetta Ufficiale pubblicava la legge n. 110, che introduceva nel nostro ordinamento la legge contro il reato di tortura (art. 613- bis CP), e di istigazione alla tortura (art. 613 CP). Veniva così colmato un vuoto legislativo e mantenuto un impegno internazionale che risaliva a molti anni addietro, e cioè da quando, nel 1984, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite aveva approvato a New York, la convenzione Contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani e degradanti, entrata in vigore tre anni dopo. Il testo della convenzione definiva innanzitutto la «tortura» in un modo molto specifico, che merita di essere riportato per intero. La tortura è dunque (art.1) «qualsiasi atto con il quale sono inflitte a una persona dolore o sofferenze acute, fisiche o psichiche, segnatamente al fine di ottenere da questa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che ella o una terza persona ha commesso o è sospettata di aver commesso, di intimidirla o esercitare pressioni su di lei o di intimidire o esercitare pressioni su una terza persona, o per qualunque altro motivo basato su una qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o tali sofferenze siano inflitte da un funzionario pubblico o da qualsiasi altra persona che agisca a titolo ufficiale, o sotto sua istigazione, oppure con il suo consenso espresso o tacito. Tale termine non si estende al dolore o alle sofferenze derivanti unicamente da sanzioni legittime, ad esse inerenti o da esse provocate». L'approvazione stessa della convenzione aveva costituito un passo avanti di grande rilievo nel complesso panorama internazionale dove molte erano state le opposizioni.

Enzo Campelli, Pagine Ebraiche, agosto 2018


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MACHSHEVET ISRAEL

Martin Buber, filosofo inattuale. O forse no  

img headerVenerato da alcuni come il maggior filosofo ebreo del XX secolo, bistrattato o peggio da altri (che spesso non ne hanno mai letto una riga), Martin Buber resta sempre tra noi: le sue maggiori opere vengono ripubblicate; scritti minori vengono tradotti per la prima volta; si continuano a dare tesi di laurea su di lui, pur nel dubbio che tutto quel che si poteva dire su Buber sia già stato detto. Eppure l’opera di questo poligrafico autore pesa, non solo in se stessa e indipendentemente dal giudizio che ne diamo, ma pesa anche (soprattutto?) per la storia dei suoi effetti, per l’impatto che ha avuto dentro e fuori (soprattutto!) l’ambito ebraico. Uno dei giudizi più duri nei suoi confronti lo ha espresso, più volte, il filosofo e rabbino americano Richard Rubenstein shlità. Conobbi di persona Rubenstein alla fine degli anni Novanta, a Washington: per un breve periodo restammo in più che amichevoli contatti, ma non condividevo le sue diagnosi politiche sull’Europa in procinto di diventare Eurabia (avendo lui abbracciato le tesi di Gisèle Littman, in arte Bat Ye’or). Nonostante la mia grande stima per questo decano dei pensatori della Shoà, i nostri contatti finirono. A Buber Rubenstein non fa sconti, sebbene premetta, a mo’ di attenuante, che non sempre i protagonisti di un’epoca di crisi sono anche i suoi migliori interpreti.

Massimo Giuliani, docente al Diploma Studi Ebraici, UCEI 

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RELIGIONE      

I numeri danno valore
alle parole  

La Bibbia è essenzialmente un libro di storie sacre e di insegnamenti morali Non è certo un libro di matematica, e la matematica non dovrebbe far parte di un codice morale. La prima affermazione è vera, la seconda no. In realtà, la matematica, i numeri, stanno un po' dappertutto nella Bibbia e rappresentano uno dei suoi modi fondamentali per trasmettere messaggi. Qualche volta sono chiari ed espliciti, altre volte rilevabili con facilità, altre volte nascosti e da cercare con attenzione. Non bisogna essere matematici per leggere e capire la Bibbia, ma gli strumenti matematici fanno parte del suo linguaggio. Un intero libro della Bibbia, il quarto, è chiamato il libro dei Numeri. Si tratta essenzialmente, ma non solo, di censimenti (gli ebrei usciti dall'Egitto divisi in tribù), uno all'inizio e un altro alla fine del libro.Che noia, si penserà, e il comune lettore sorvola sulle cifre e passa oltre. Ma un lettore più attento si ferma su quelle cifre, sui singoli numeri e sui totali, sulle differenze tra il primo e secondo conto, oggi si può divertire a fare in pochi secondi dei diagrammi su Excel, ed ecco che quelle cifre "aride" cominciano a parlare, a proporre problemi e suggerire spiegazioni.

Riccardo Di Segni, La Stampa Origami,
6 settembre 2018


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società 

Il virus dell'intolleranza
 

Un parrucchiere di Roma, particolarmente loquace, conversa con le clienti. «A me piace Matteo Salvini e poi, vi confesso, in fondo sono sempre stato razzista». Davanti allo sguardo sorpreso di chi ascolta, l'uomo continua a lavorare all'acconciatura come se avesse detto la cosa più banale del mondo. A oltre 600 km di distanza, in un ristorante vicino a Belluno un imprenditore locale spiega ai commensali: «Sono in disaccordo su tutto con questo governo, tranne su un tema, i migranti, perché violentano le nostre donne, ci costano tanti soldi e generano ogni sorta di malaffare». Fra i presenti c'è chi obietta che in realtà molti migranti vengono impiegati in lavori che gli italiani non vogliono più fare ma l'imprenditore è perentorio: «Ne abbiamo troppi». Courmayeur è in un altro angolo di Italia, la piazzetta nella zona pedonale è un luogo di incontri ed un quarantenne in vacanza pone pubblicamente il dubbio se non ci sia «il mondialismo» all'origine «di tutti i nostri problemi» perché «il multiculturalismo oramai è fallito». In un Autogrill vicino Bologna due giovani davanti ad un caffè descrivono i migranti in arrivo dal Nordafrica: «Altro che poveretti denutriti, hai visto che muscoli?».

Maurizio Molinari, La Stampa,
2 settembre 2018 


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