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3 febbraio 2019 - 28 Shevat 5779
PAGINE EBRAICHE 24


ALEF / TAV DAVAR PILPUL
alef/tav
Ephraim Mirvis, rabbino capo di Gran Bretagna
Lo studioso del XIX secolo, il rabbino Yisrael Salanter ci ha insegnato che "non tutto quello che penso dovrebbe essere detto, non tutto quello che dico dovrebbe essere scritto e non tutto quello che scrivo dovrebbe essere pubblicato". Ma oggi, con la semplice pressione di un pulsante, vengono pubblicati innumerevoli pensieri senza preoccuparsi delle conseguenze.
 
David Bidussa,
storico sociale
delle idee
Perché il Giorno del Ricordo, quel 10 febbraio data in cui fu firmato il Trattato di Parigi, dopo circa 15 anni di pratica non riesce a entrare nella coscienza civile? Perché quella storia di dolore e anche di violenza subita non riesce a essere storia pubblica? Perché, al contrario, pur con molte criticità, il Giorno della Memoria ha uno spazio pubblico? Meglio provare a riflettervi, prima che il complottismo (che nel nostro paese ha sempre maggiori spazi di cittadinanza) pensi che anche questa è l’ennesima dimostrazione della potenza dell’”internazionale ebraica”.
 
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Decreto sicurezza,
proteste nelle città
Da Nord a Sud, in quasi trecento Comuni sono stati organizzate ieri manifestazioni per contestare le politiche del governo sui migranti: dal decreto sicurezza, alla chiusura dei porti, ma anche contro gli episodi di razzismo che si sono moltiplicati negli ultimi mesi. L’appuntamento, in tutte le città italiane, è stato davanti ai municipi (Repubblica). Approfondimenti sulle manifestazioni, nelle cronache locali dei quotidiani (ad esempio, Torino, Milano, Firenze, Bologna, Trento) mentre, a proposito di migranti, riguardo al dibattito sulla Sea Watch la Procura di Catania ha affermato che non c’è nessun rilievo penale a carico dell’organizzazione: nel soccorrere i 47 migranti al largo della Libia la ong ha agito correttamente (La Stampa).

Ricordando Arpad Weisz. Si svolge oggi a San Siro, in occasione della gara tra Inter e Bologna, la cerimonia in memoria di Arpad Weisz, uno dei più grandi tecnici degli anni ’30, che vinse con entrambe le squadre per poi essere costretto a fuggire dall’Italia a causa delle Leggi razziste. Figlio di ebrei ungheresi, fu assassinato ad Auschwitz nel 1944. Inter e Bologna scambieranno due maglie con scritto il suo nome, accompagnato dal numero 18, numero che nell’alfabeto ebraico rappresenta la “vita”.A San Siro verrà proiettato pure un video sulla mostra “Arpad Weisz. Se il razzismo entra in campo”, ricorda la Gazzetta dello Sport, parlando dell’esposizione che sarà protagonista al Memoriale della Shoah di Milano.

Pubblica amministrazione e Memoria. Ritratto sul Sole 24 Ore di Luca Attias, Commissario straordinario per l’attuazione dell’Agenda digitale. Nell’articolo si ricorda come al momento di prendere l’incarico, il 16 ottobre scorso, Attias abbia “dedicato le sue parole alla memoria degli eventi che 75 anni prima avevano portato alla deportazione degli ebrei di Roma. Sua madre, del resto, si era salvata scappando con una parte della sua famiglia a Velletri. Le ferite di quella tragedia assoluta – scrive il Sole – rendono probabilmente tutto il resto relativo. Compresi i rischi che ha scelto di correre, combattendo la sua battaglia ventennale per spingere la Pubblica amministrazione ad affrontare l’emergenza digitale”.

Il liceo Tasso oggi e nel ’38. Sul Corriere, Walter Veltroni racconta di essere tornato oggi al suo liceo, il Tasso di Roma, e aver frequentato per qualche giorno le lezioni. Tra le altre cose ricorda il lavoro fatto dall’istituto per recuperare i nomi dei ragazzi che subirono la discriminazione delle Leggi razziste nel 1938.
 
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  davar
a cento anni dalla nascita
Il segno indelebile di Tullia Zevi,
signora dell’ebraismo italiano 

La signora dell’ebraismo italiano. Prima donna e guidare l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, la protagonista della stagione delle Intese che segnarono l’inizio di un nuovo capitolo nei rapporti con lo Stato, l’ambasciatrice di 21 Comunità e migliaia di anni di storia, cultura e progresso durante la storica visita di Wojtyla al Tempio Maggiore di Roma, ma anche la giornalista che fu testimone del Processo di Norimberga e di quello al criminale nazista Adolf Eichmann e che intervistò i più grandi del suo tempo. Esperienze diverse, che anche nel segno dello straordinario sodalizio formato con il marito Bruno, sposato negli anni newyorkesi, ha saputo elaborare nel modo più efficace e incisivo.
Tullia Calabi Zevi, a cento anni dalla nascita, resta una figura indelebile. Nata a Milano nel 1919, con la promulgazione delle Leggi razziste che la colpirono mentre si trovava in Svizzera, inizia un graduale percorso di consapevolezza e di impegno antifascista che da Lugano la porta a Parigi e da Parigi a New York. Un impegno declinato nel segno del Partito d’Azione, le cui idee furono un costante punto di riferimento in casa Calabi, e che si affianca a una maturazione pure sul fronte artistico con le collaborazioni con mostri sacri come Sinatra e Bernstein che rappresentano una delle pagine più affascinanti degli anni nella Grande Mela. Il 1946 è però l’anno del ritorno a casa: c’è un paese da ricostruire, e lei non si sottrae.
Ricordando quei giorni, in occasione di un convegno fiorentino organizzato per i 100 anni dalla nascita di Carlo Rosselli, Zevi scrive: “Perché siamo tornati in Italia così in fretta? Per loro c’erano dei richiami fortissimi e molto comprensibili. E per me? Si erano scoperti da poco gli orrori della guerra, lo sterminio di massa di ebrei, di zingari e di oppositori politici, la devastazione delle comunità ebraiche. E mi sembrava giusto, avendo avuto la ventura di essere sopravvissuta, tornare e partecipare alla ricostruzione di queste comunità allo sbando, traumatizzate, ed anche di partecipare, sconfitto il fascismo, alla rinascita della democrazia in Italia”.

(Ritratto di Giorgio Albertini)
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a cento anni dalla nascita di tullia zevi
“Donna, ebrea, antifascista:
un contributo fondamentale”

La scomparsa di Tullia Zevi, avvenuta il 22 gennaio del 2011, aveva suscitato molte reazioni dentro e fuori l’ebraismo italiano. Sottolineava in una nota l’allora Presidente UCEI Renzo Gattegna: “Tutti ricordiamo la profondità e la dignità di tanti interventi che furono da lei compiuti in difesa dei diritti degli ebrei e di tutte le minoranze e che le valsero il generale rispetto e la stima in particolare di coloro che poterono conoscerla personalmente”. Temi e argomentazioni ricorrenti nei messaggi che erano seguiti, a partire da quello del Capo dello Stato Giorgio Napolitano: “Il rapporto che ho potuto intrattenere con lei personalmente e poi sviluppare negli anni della sua presidenza della Unione delle Comunità Ebraiche Italiane – affermava – mi ha permesso di apprezzare profondamente la limpida e ferma consapevolezza storica e posizione ideale, l’alto impegno civile e la squisita umanità e cultura”. Napolitano definiva inoltre la Zevi “donna di grande personalità antifascista e democratica”.
Rifletteva allora David Bidussa, storico sociale delle idee, su Pagine Ebraiche: “Chi se ne va lascia un vuoto, non sempre un’eredità. Non so se nell’immediato ci sia un futuro per l’ebraismo laico in Italia. Forse non dipende solo dai singoli individui, ma anche dai cicli storici in cui si vive. Indubbiamente chi resta ha il diritto di tentare. A tutti coloro che restano, invece, compete l’onere di trovare le parole migliori nel momento dell’addio. Condizione imprescindibile per trovarle è essere consapevoli dei propri limiti. Quando non accade si recitano addii dettati dall’orgoglio o dalla presunzione. Di solito sono i più rancorosi”.
“Con Tullia Zevi il Medio Oriente ha perso una grande giornalista. L’ebraismo una regina scomoda per chi non era d’accordo con lei, ma sempre regina. Ha lasciato un vuoto in ambo i campi, chi sarà capace di riempirlo?” si chiedeva invece un’altra colonna dell’ebraismo italiano, Vittorio Dan Segre.
Per lo storico Gadi Luzzatto Voghera questi i concetti chiave legati alla figura della Zevi: “Essere donna, antifascismo, ebraismo plurale, rinnovamento, tradizione, partecipazione. E, naturalmente e prima di tutto, rappresentanza”. L’ebraismo italiano, rifletteva, “è stato guidato e per l’appunto rappresentato per oltre tre lustri in un momento di passaggio cruciale nella recente storia italiana da una donna che ha saputo trasformare la stessa immagine pubblica degli ebrei in Italia”. In un paese che su diversi piani (culturale, religioso, politico e giuridico) cominciava a chiedere con sempre maggior insistenza alle comunità ebraiche di aprirsi e di riconnettere finalmente un filo che poteva apparire spezzato e lacerato in più punti dopo le Leggi razziste, “Tullia Zevi è sembrata a molti e per lungo tratto la figura ideale per ricucire quel filo”. In lei, sottolineava Luzzatto Voghera, si concentravano infatti caratteristiche rare e irripetibili. “Intanto per il suo essere donna e leader di una comunità religiosa, un binomio di assoluta novità in un paese come l’Italia dove la leadership femminile, per di più di una comunità religiosa, è merce rara quando non introvabile. Poi perché la sua storia personale e famigliare l’avevano portata a contatto diretto con l’intellighentia antifascista che attraverso il Partito d’Azione aveva costituito una delle anime fondative della nostra repubblica costituzionale, e aveva deciso nel 1946 di tornare in Italia per aiutare la comunità a rinascere e per testimoniare come giornalista e come persona”.

(Nei disegni di Giorgio Albertini, in alto: la firma dell’Intesa, il 27 febbraio del 1987, da parte della Presidente dell’allora Unione delle Comunità Israelitiche Italiane Tullia Zevi e del Presidente del Consiglio Bettino Craxi. Nella seconda immagine, Zevi con il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi)
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a cento anni dalla nascita di tullia zevi
"Le minoranze di un Paese
sono il sale della democrazia"

"La famiglia è l’ubi consistam, ti dà lo spessore, ti dà il senso di appartenenza, ti dà un senso di dare e ricevere, ti dà tutto la famiglia… Con i nipoti ho un rapporto meraviglioso, sono la vita che continua, l’allegria, con il loro interesse per tutte le cose”.
Così si raccontava Tullia Zevi in un servizio di Sorgente di vita del 2006.
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a cento anni dalla nascita di tullia zevi
Il Quirinale e l'omaggio in note
Negli anni newyorkesi Tullia Zevi lavorò come arpista nelle fila tanto di orchestre classiche, come la New York City Symphony e la Boston Symphony, quanto di formazioni leggere, come l’orchestra che accompagnava Frank Sinatra. Nel centenario dalla nascita, il Quirinale ha voluto ricordarla proprio a partire dai suoi incontri e dalle sue esperienze artistiche di altissimo livello con un concerto che si è svolto quest’oggi alla presenza del Capo dello Stato Sergio Mattarella.
Ad interpretare i sei brani proposti alla platea Riccardo Joshua Moretti al pianoforte ed Elena Zaniboni all’arpa, in un itinerario musicale segnato dalle composizioni di Gabriel Faurè, Giacomo Puccini, Claude Debussy, Carlos Salzedo e dello stesso Moretti.
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pilpul

Alterità e alterazione
Perché contro gli ebrei e non nei confronti degli “altri”? Dopo avere spiegato la traiettoria della storia nostrana - che trascinò l’Italia intera, in un drammatico susseguirsi di radicalizzazioni, verso il razzismo di Stato prima, la legislazione antisemitica poi, la sua applicazione, le discriminazioni e le persecuzioni successivamente, fino all’annientamento delle vite durante l’occupazione nazista della parte di Penisola non liberata - la domanda viene formulata dal pubblico con la naturalità di chi chiede un legittimo supplemento di conoscenza. Poiché se è perlopiù accetto il fatto che l’ebraismo italiano, allora come oggi, costituisca parte integrante del tessuto nazionale, di cui ne è per più aspetti fedele specchio, è allora difficile, per il comune interlocutore, comprendere l’accanirsi del fascismo contro una minoranza di italiani che raccoglie in sé più aspetti dell’identità della maggioranza dei connazionali (ma non necessariamente vale l’inverso).

Claudio Vercelli
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