Ephraim Mirvis, rabbino capo di Gran Bretagna
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studioso del XIX secolo, il rabbino Yisrael Salanter ci ha insegnato
che "non tutto quello che penso dovrebbe essere detto, non tutto quello
che dico dovrebbe essere scritto e non tutto quello che scrivo dovrebbe
essere pubblicato". Ma oggi, con la semplice pressione di un pulsante,
vengono pubblicati innumerevoli pensieri senza preoccuparsi delle
conseguenze.
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David
Bidussa,
storico sociale
delle idee | Perché
il Giorno del Ricordo, quel 10 febbraio data in cui fu firmato il
Trattato di Parigi, dopo circa 15 anni di pratica non riesce a entrare
nella coscienza civile? Perché quella storia di dolore e anche di
violenza subita non riesce a essere storia pubblica? Perché, al
contrario, pur con molte criticità, il Giorno della Memoria ha uno
spazio pubblico? Meglio provare a riflettervi, prima che il
complottismo (che nel nostro paese ha sempre maggiori spazi di
cittadinanza) pensi che anche questa è l’ennesima dimostrazione della
potenza dell’”internazionale ebraica”.
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Decreto sicurezza,
proteste nelle città
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Da
Nord a Sud, in quasi trecento Comuni sono stati organizzate ieri
manifestazioni per contestare le politiche del governo sui migranti:
dal decreto sicurezza, alla chiusura dei porti, ma anche contro gli
episodi di razzismo che si sono moltiplicati negli ultimi mesi.
L’appuntamento, in tutte le città italiane, è stato davanti ai municipi
(Repubblica). Approfondimenti sulle manifestazioni, nelle cronache
locali dei quotidiani (ad esempio, Torino, Milano, Firenze, Bologna,
Trento) mentre, a proposito di migranti, riguardo al dibattito sulla
Sea Watch la Procura di Catania ha affermato che non c’è nessun rilievo
penale a carico dell’organizzazione: nel soccorrere i 47 migranti al
largo della Libia la ong ha agito correttamente (La Stampa).
Ricordando Arpad Weisz. Si svolge oggi a San Siro, in occasione della
gara tra Inter e Bologna, la cerimonia in memoria di Arpad Weisz, uno
dei più grandi tecnici degli anni ’30, che vinse con entrambe le
squadre per poi essere costretto a fuggire dall’Italia a causa delle
Leggi razziste. Figlio di ebrei ungheresi, fu assassinato ad Auschwitz
nel 1944. Inter e Bologna scambieranno due maglie con scritto il suo
nome, accompagnato dal numero 18, numero che nell’alfabeto ebraico
rappresenta la “vita”.A San Siro verrà proiettato pure un video sulla
mostra “Arpad Weisz. Se il razzismo entra in campo”, ricorda la
Gazzetta dello Sport, parlando dell’esposizione che sarà protagonista
al Memoriale della Shoah di Milano.
Pubblica amministrazione e Memoria. Ritratto sul Sole 24 Ore di Luca
Attias, Commissario straordinario per l’attuazione dell’Agenda
digitale. Nell’articolo si ricorda come al momento di prendere
l’incarico, il 16 ottobre scorso, Attias abbia “dedicato le sue parole
alla memoria degli eventi che 75 anni prima avevano portato alla
deportazione degli ebrei di Roma. Sua madre, del resto, si era salvata
scappando con una parte della sua famiglia a Velletri. Le ferite di
quella tragedia assoluta – scrive il Sole – rendono probabilmente tutto
il resto relativo. Compresi i rischi che ha scelto di correre,
combattendo la sua battaglia ventennale per spingere la Pubblica
amministrazione ad affrontare l’emergenza digitale”.
Il liceo Tasso oggi e nel ’38. Sul Corriere, Walter Veltroni racconta
di essere tornato oggi al suo liceo, il Tasso di Roma, e aver
frequentato per qualche giorno le lezioni. Tra le altre cose ricorda il
lavoro fatto dall’istituto per recuperare i nomi dei ragazzi che
subirono la discriminazione delle Leggi razziste nel 1938.
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a cento anni dalla nascita
Il segno indelebile di Tullia Zevi,
signora dell’ebraismo italiano
La
signora dell’ebraismo italiano. Prima donna e guidare l’Unione delle
Comunità Ebraiche Italiane, la protagonista della stagione delle Intese
che segnarono l’inizio di un nuovo capitolo nei rapporti con lo Stato,
l’ambasciatrice di 21 Comunità e migliaia di anni di storia, cultura e
progresso durante la storica visita di Wojtyla al Tempio Maggiore di
Roma, ma anche la giornalista che fu testimone del Processo di
Norimberga e di quello al criminale nazista Adolf Eichmann e che
intervistò i più grandi del suo tempo. Esperienze diverse, che anche
nel segno dello straordinario sodalizio formato con il marito Bruno,
sposato negli anni newyorkesi, ha saputo elaborare nel modo più
efficace e incisivo.
Tullia Calabi Zevi, a cento anni dalla nascita, resta una figura
indelebile. Nata a Milano nel 1919, con la promulgazione delle Leggi
razziste che la colpirono mentre si trovava in Svizzera, inizia un
graduale percorso di consapevolezza e di impegno antifascista che da
Lugano la porta a Parigi e da Parigi a New York. Un impegno declinato
nel segno del Partito d’Azione, le cui idee furono un costante punto di
riferimento in casa Calabi, e che si affianca a una maturazione pure
sul fronte artistico con le collaborazioni con mostri sacri come
Sinatra e Bernstein che rappresentano una delle pagine più affascinanti
degli anni nella Grande Mela. Il 1946 è però l’anno del ritorno a casa:
c’è un paese da ricostruire, e lei non si sottrae.
Ricordando quei giorni, in occasione di un convegno fiorentino
organizzato per i 100 anni dalla nascita di Carlo Rosselli, Zevi
scrive: “Perché siamo tornati in Italia così in fretta? Per loro
c’erano dei richiami fortissimi e molto comprensibili. E per me? Si
erano scoperti da poco gli orrori della guerra, lo sterminio di massa
di ebrei, di zingari e di oppositori politici, la devastazione delle
comunità ebraiche. E mi sembrava giusto, avendo avuto la ventura di
essere sopravvissuta, tornare e partecipare alla ricostruzione di
queste comunità allo sbando, traumatizzate, ed anche di partecipare,
sconfitto il fascismo, alla rinascita della democrazia in Italia”.
(Ritratto di Giorgio Albertini) Leggi
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a cento anni dalla nascita di tullia zevi
“Donna, ebrea, antifascista:
un contributo fondamentale”
La
scomparsa di Tullia Zevi, avvenuta il 22 gennaio del 2011, aveva
suscitato molte reazioni dentro e fuori l’ebraismo italiano.
Sottolineava in una nota l’allora Presidente UCEI Renzo Gattegna:
“Tutti ricordiamo la profondità e la dignità di tanti interventi che
furono da lei compiuti in difesa dei diritti degli ebrei e di tutte le
minoranze e che le valsero il generale rispetto e la stima in
particolare di coloro che poterono conoscerla personalmente”. Temi e
argomentazioni ricorrenti nei messaggi che erano seguiti, a partire da
quello del Capo dello Stato Giorgio Napolitano: “Il rapporto che ho
potuto intrattenere con lei personalmente e poi sviluppare negli anni
della sua presidenza della Unione delle Comunità Ebraiche Italiane –
affermava – mi ha permesso di apprezzare profondamente la limpida e
ferma consapevolezza storica e posizione ideale, l’alto impegno civile
e la squisita umanità e cultura”. Napolitano definiva inoltre la Zevi
“donna di grande personalità antifascista e democratica”.
Rifletteva allora David Bidussa, storico sociale delle idee, su Pagine
Ebraiche: “Chi se ne va lascia un vuoto, non sempre un’eredità. Non so
se nell’immediato ci sia un futuro per l’ebraismo laico in Italia.
Forse non dipende solo dai singoli individui, ma anche dai cicli
storici in cui si vive. Indubbiamente chi resta ha il diritto di
tentare. A tutti coloro che restano, invece, compete l’onere di trovare
le parole migliori nel momento dell’addio. Condizione imprescindibile
per trovarle è essere consapevoli dei propri limiti. Quando non accade
si recitano addii dettati dall’orgoglio o dalla presunzione. Di solito
sono i più rancorosi”.
“Con
Tullia Zevi il Medio Oriente ha perso una grande giornalista.
L’ebraismo una regina scomoda per chi non era d’accordo con lei, ma
sempre regina. Ha lasciato un vuoto in ambo i campi, chi sarà capace di
riempirlo?” si chiedeva invece un’altra colonna dell’ebraismo italiano,
Vittorio Dan Segre.
Per
lo storico Gadi Luzzatto Voghera questi i concetti chiave legati alla
figura della Zevi: “Essere donna, antifascismo, ebraismo plurale,
rinnovamento, tradizione, partecipazione. E, naturalmente e prima di
tutto, rappresentanza”. L’ebraismo italiano, rifletteva, “è stato
guidato e per l’appunto rappresentato per oltre tre lustri in un
momento di passaggio cruciale nella recente storia italiana da una
donna che ha saputo trasformare la stessa immagine pubblica degli ebrei
in Italia”. In un paese che su diversi piani (culturale, religioso,
politico e giuridico) cominciava a chiedere con sempre maggior
insistenza alle comunità ebraiche di aprirsi e di riconnettere
finalmente un filo che poteva apparire spezzato e lacerato in più punti
dopo le Leggi razziste, “Tullia Zevi è sembrata a molti e per lungo
tratto la figura ideale per ricucire quel filo”. In lei, sottolineava
Luzzatto Voghera, si concentravano infatti caratteristiche rare e
irripetibili. “Intanto per il suo essere donna e leader di una comunità
religiosa, un binomio di assoluta novità in un paese come l’Italia dove
la leadership femminile, per di più di una comunità religiosa, è merce
rara quando non introvabile. Poi perché la sua storia personale e
famigliare l’avevano portata a contatto diretto con l’intellighentia
antifascista che attraverso il Partito d’Azione aveva costituito una
delle anime fondative della nostra repubblica costituzionale, e aveva
deciso nel 1946 di tornare in Italia per aiutare la comunità a
rinascere e per testimoniare come giornalista e come persona”.
(Nei disegni di Giorgio Albertini, in alto: la firma dell’Intesa, il 27
febbraio del 1987, da parte della Presidente dell’allora Unione delle
Comunità Israelitiche Italiane Tullia Zevi e del Presidente del
Consiglio Bettino Craxi. Nella seconda immagine, Zevi con il Presidente
della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi) Leggi
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Alterità e alterazione |
Perché
contro gli ebrei e non nei confronti degli “altri”? Dopo avere spiegato
la traiettoria della storia nostrana - che trascinò l’Italia intera, in
un drammatico susseguirsi di radicalizzazioni, verso il razzismo di
Stato prima, la legislazione antisemitica poi, la sua applicazione, le
discriminazioni e le persecuzioni successivamente, fino
all’annientamento delle vite durante l’occupazione nazista della parte
di Penisola non liberata - la domanda viene formulata dal pubblico con
la naturalità di chi chiede un legittimo supplemento di conoscenza.
Poiché se è perlopiù accetto il fatto che l’ebraismo italiano, allora
come oggi, costituisca parte integrante del tessuto nazionale, di cui
ne è per più aspetti fedele specchio, è allora difficile, per il comune
interlocutore, comprendere l’accanirsi del fascismo contro una
minoranza di italiani che raccoglie in sé più aspetti dell’identità
della maggioranza dei connazionali (ma non necessariamente vale
l’inverso).
Claudio Vercelli
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