PAGINE EBRAICHE FEBBRAIO 2022 - IL DOSSIER DOCUMENTARE LA MEMORIA
Memoriale della Shoah e Fondazione Cdec,
fianco a fianco nel cuore di Milano

Tra gli elementi più dirompenti del Memoriale della Shoah di Milano c’è un suono che rimbomba appena varcato l’ingresso. “È la cupa colonna sonora di quel luogo”, ricorda la senatrice a vita Liliana Segre. È il rumore dei treni che a pochi metri di distanza, sopra le fredde travi di cemento armato, entrano ed escono dalla Stazione centrale della città. Un rumore che segna come lassù la vita prosegua frenetica, vivace e inconsapevole. Indifferente a quello che accade poco più sotto, dove invece il tempo, appena si varca la soglia, si ferma. Dove il primo passo ti ricorda quanto possa essere pericolosa l’indifferenza.
"Da anni, ogni volta che mi sento chiedere: ‘Come è potuto accadere tutto questo?’, rispondo con una sola parola, sempre la stessa. Indifferenza. Tutto comincia da quella parola. - racconterà Segre nel volume La Memoria rende liberi (Rizzoli) - Gli orrori di ieri, di oggi e di domani fioriscono all’ombra di quella parola. Per questo ho voluto che fosse scritta nell’atrio del Memoriale della Shoah di Milano, quel binario 21 della Stazione Centrale da cui partirono tanti treni diretti ai campi di sterminio, incluso il mio”. Per Segre la chiave “per comprendere le ragioni del male è racchiusa in quelle cinque sillabe, perché quando credi che una cosa non ti tocchi, non ti riguardi, allora non c’è limite all’orrore. È come assistere a un naufragio da una distanza di sicurezza. Non importa quanto grande sia la nave o quante persone abbia a bordo: il mare la inghiotte e, un attimo dopo, tutto torna uguale a prima. Non un’onda in superficie, non un’increspatura. Solo un’immobile distesa d’acqua salata”.
Il Memoriale da lei fortemente voluto rappresenta un argine a questo pericolo di ricadere nell’oblio. Dopo essere stato a lungo dimenticato, negli anni ‘90 questo pezzo di storia tragica di Milano e dell’Italia è tornato alla luce. Grazie a diverse realtà ebraiche e civili del territorio, grazie alla collaborazione delle istituzioni cittadine e delle ferrovie di Stato, è diventato un progetto concreto di Memoria collettiva e consapevole. Nel 2013 ha aperto ufficialmente il suo percorso dedicato a ricostruire i fatti a cui la città nel 1944 decise di non prestare orecchio. La deportazione di centinaia di persone, allora dimenticate nel silenzio complice, oggi ricordate sul Muro dei nomi. Uno degli elementi dell’itinerario museale, ideato dagli architetti Guido Morpurgo e Annalisa de Curtis, a cui si affiancano gli spazi dedicati invece alla funzione di laboratorio e studio, con l’auditorium, la sala didattica e la biblioteca. “Il nostro obiettivo - chiariva sin dall’inizio Roberto Jarach, presidente della Fondazione Memoriale - è offrire non soltanto uno spazio fisico dedicato alla memoria, ma mettere a disposizione un centro di confronto e di conoscenza. Che permetta, attraverso l’elaborazione, di capire i meccanismi alla base dell’antisemitismo e di ogni forma di discriminazione”.
A distanza di nove anni da quelle parole, il Memoriale completa questa sua doppia funzione, inaugurando in primavera la nuova biblioteca e gli spazi didattici. E accogliendo al suo fianco, come raccontiamo nelle pagine del Dossier di Pagine Ebraiche di febbraio intitolato "Documentare la Memoria", una fondamentale novità: l’ingresso nella struttura della Fondazione Centro di Educazione Ebraica Contemporanea - Cdec. “Per noi è una rivoluzione copernicana”, racconta il direttore della Fondazione Cdec Gadi Luzzatto Voghera. Per Milano un’opportunità per avere nel suo cuore pulsante un luogo dove formare le future generazioni a non ricadere nel rumoroso suono dell’indifferenza.
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LA RICERCA SU UN REPERTO OSSEO RISALENTE A 1,5 MILIONI DI ANNI FA
Evoluzione umana e migrazioni,
in Israele una scoperta storica

Nel 1959 Izzy Merimsky, membro del Kibbutz Afikim, a pochi chilometri dal lago di Tiberiade, stava preparando il terreno per la coltivazione. Rigirando la terra si accorse però di qualcosa di strano. Avvicinandosi, si rese conto di aver portato alla luce dei reperti ossei, evidentemente molto antichi. Merimsky avvisò subito le autorità e il sito - noto con il nome di Ubeidiya (nell'immagine) - divenne un luogo di scavi archeologici. Qui è stato scoperto nel 1966 un piccolo osso, una vertebra, che studi recenti indicano come il ritrovamento che potrebbe segnare la storia dell'evoluzione umana. Secondo uno studio di un gruppo di ricercatori israeliani e americani, pubblicato nelle scorse ore sulla rivista Scientific Reports, l'osso risale infatti a 1,5 milioni di anni fa. È la prova più antica di una presenza umana nell'odierna Israele, così come il secondo più antico resto umano trovato fuori dall'Africa. E soprattutto, spiegano i ricercatori, aiuta a dimostrare che l'antica migrazione umana dall'Africa all'Eurasia è avvenuta a ondate e non in un'unica soluzione. La prima ha raggiunto l'area dell'attuale Georgia, nel Caucaso, circa 1,8 milioni di anni fa. La seconda è arrivata ad Ubeidiya, nella Valle del Giordano, 1,5 milioni di anni fa.
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SEGNALIBRO - IL NUOVO SAGGIO DELLO STORICO CLAUDIO VERCELLI
Oltre il pregiudizio, Israele in dieci tappe
“Esistono immagini contrapposte, che si osservano vicendevolmente ma in una sorta di specularità inversa: c’è l’Israele del bene e quella del male. Ovvero, c’è un paese che si racconta, che si interroga, che costruisce una successione di rappresentazioni di sé, non importa quanto aderenti fino in fondo alla realtà poiché comunque tutte rispondenti all’imperativo di trovare delle chiavi di lettura condivise. Così come c’è una raffigurazione demonizzante, fondata sullo ‘scandalo’ dell’esistenza di Israele, un paese che non doveva nascere e che quindi porta su se stesso il marchio indelebile dell’abusivismo storico, che gli deriva dal non avere alcuna legittimazione, basandosi semmai sulla sistematica espropriazione della comunità palestinese. Due estremi, due capi opposti di un medesimo discorso che srotola e poi ricompone la stessa trama, quella che ha come indice la domanda di identità e di significati esistenziali che attraversa prima l’ebraismo e poi il paese degli ebrei: chi siamo, perché esistiamo e cosa significa essere qui e ora?”. È un’analisi equilibrata e non scontata quella che lo storico Claudio Vercelli pone all’inizio di uno dei capitoli del suo ultimo libro, Israele una storia in 10 quadri (Laterza), in libreria dal 3 febbraio. Il capitolo si intitola “Immaginare Israele: raccontarsi ed essere raccontati” e coglie con precisione l’importanza della narrazione attorno all’identità dello Stato ebraico, al suo ruolo nel mondo, al suo divenire. Vercelli ricorda al lettore, sin dalle battute iniziali del libro, quanto il racconto sia strettamente legato all’immagine del paese, alla sua storia e alla tradizione ebraica.
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VENEZIA, IL PERCORSO DIGITALE PROMOSSO DA CA' FOSCARI E COMUNITÀ EBRAICA
Pietre d’inciampo e luoghi della memoria,
un nuovo progetto guarda ai giovani

Le prime pietre d’inciampo sono arrivate a Venezia nel 2014. Da allora, ogni mese di gennaio, la loro posa è diventato un appuntamento imprescindibile per la città. Ventinove quelle collocate negli scorsi giorni. “Un mosaico sempre più ampio per mantenere viva la memoria”, come hanno evidenziato le istituzioni coinvolte (tra cui la Comunità ebraica) in questo itinerario fluido, in divenire. Una nuova iniziativa arriva ora a dare manforte nella sfida educativa correlata. Si tratta di “Pietre d’Inciampo, luoghi della memoria e realtà aumentata”, un progetto di public history sviluppato dall’Università Ca’ Foscari in collaborazione con la Comunità e con il contributo della Regione Veneto. Tra gli obiettivi quello di aumentare il coinvolgimento cognitivo ed emotivo dei cittadini “per promuovere una migliore comprensione della storia”.
Ventidue le pietre, ventidue le figure che si raccontano. Una storia drammatica e quindi “affrontata con tutta la sensibilità che questo tema così delicato richiede” spiega il responsabile scientifico Fabio Pittarello. Ad affiancarlo Alessandra Volo e Alessandro Carrieri, i due “digital humanists” che l’hanno supportato nella realizzazione di un percorso che mette al centro non solo questa selezione di stolpersteine tra le tante che hanno trovato dimora in Laguna ma anche “sei luoghi pubblici di memoria” scelti per la loro valenza.
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IL RICONOSCIMENTO CONFERITO DA YAD VASHEM
Il coraggio di Rita Orlandi, una viterbese tra i Giusti

Nel dicembre 1943 salvò il piccolo Silvano Di Porto, un bambino ebreo, dalla cattura. Lo portò prima in campagna e poi lo accolse in casa sua, proteggendolo da ogni altra insidia, fino alla Liberazione. Per questo gesto di coraggio Rita Orlandi, una cittadina viterbese allora 17enne, è stata proclamata “Giusta tra le Nazioni” dallo Yad Vashem. La cerimonia di assegnazione dell’onorificenza in memoria si è svolta nell’aula magna dell’Università degli studi della Tuscia. A rappresentare l’emozione delle due famiglie Mauro Corbucci, figlio di Rita, e Angelo Di Porto figlio di Silvano. “Lo Stato d’Israele sente il supremo dovere morale di preservare la memoria delle persone che in quegli anni, nel mezzo dell’ora più buia, non sono rimaste indifferenti alla sofferenza umana e al dolore” la gratitudine espressa da Smadar Shapira, Consigliere per gli Affari Pubblici dell’ambasciata israeliana, nel dare lettura delle motivazioni. Non sopravvivranno alla Shoah i genitori di Silvano, Angelo Di Porto e Letizia Anticoli: li ricordano oggi due pietre d’inciampo.
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MEMORIA, LE INIZIATIVE IN TOSCANA CON LA COLLABORAZIONE DEL CDEC
Monte San Savino, i segni della Storia
Cittadinanza e istituzioni protagoniste a Monte San Savino, borgo in provincia di Arezzo che fu segnato dalla violenza antisemita del gruppo sanfedista dei “Viva Maria” (1799), in una serie di iniziative legate al tema della Memoria con il contributo della Fondazione Cdec.
Nel primo, organizzato dal locale Istituto Comprensivo in collaborazione anche con l’amministrazione comunale e l’Associazione Salomon Fiorentino, Stefano Gatti dell’Osservatorio Antisemitismo del Cdec si è confrontato con gli studenti di terza media partendo dal libro di Luciana Laudi “Venezia-Fossoli: destinazione Auschwitz. Lettere di Cesare Carmi: 1943-1944”. Una successiva conferenza, promossa anche dalla Comunità ebraica di Firenze, si è svolta al Teatro Verdi sul tema “Immagini e linguaggi dell’antisemitismo. Passato e presente”.
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L'INTITOLAZIONE NELLA CITTADINA CROATA
Eva Fischer, l’omaggio della sua Daruvar
Una galleria d’arte moderna della città croata di Daruvar in cui nacque porta il nome, da qualche giorno, della pittrice Eva Fischer (1920-2015). Grande protagonista della Scuola Romana del Dopoguerra, Eva era figlia del rabbino Leopold Fischer e di Kornelia Grossmann. Un ambiente familiare dagli enormi stimoli intellettuali: il padre parlava oltre una decina di lingue, traduceva dall’aramaico in ebraico e aveva scambi epistolari con Franz Kafka. Situata nel polo museale nel Castello del conte Janković, la “galleria Eva Fischer” è il risultato dell’iniziativa congiunta del sindaco Vanda Cegledi, del direttore dei musei Goran Jakovljevic e della Fondazione Eva Fischer animata dal figlio Alan David Baumann.
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Ticketless - Leggere Yehoshua
 Studiare la ricezione di uno scrittore in un paese (o in un periodo) diverso dal suo è un genere di ricerca che mi è sempre piaciuto. Leggere Yehoshua s’intitolava un bel volume antologico, curato da Emanuela Trevisan Semi, che però si ferma al 2006. In questo caso la ricezione mi vede in minima parte coinvolto, potendo vantare la primogenitura di una delle prime recensioni apparse in Italia (alla raccolta di racconti Giuntina: Il poeta continua a tacere, 1987!). Primogenitura di cui vado fiero per un’altra ragione: fu la prima che “L’indice dei libri del mese” dedicò alla letteratura israeliana in tempi in cui di Israele si parlava molto, ma nulla si sapeva dei suoi scrittori.
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