LA SCOMPARSA DEL GRANDE SCRITTORE E TESTIMONE
Boris Pahor (1913-2022)

Ha concluso la sua lunga vita Boris Pahor, grande scrittore e voce di Memoria, scomparso nelle scorse ore all'età di 108 anni. Testimone della persecuzione fascista e nazista nei confronti della minoranza slovena nelle terre giuliane, era sopravvissuto all'esperienza drammatica del lager e dal suo ritorno a Trieste, fino all'ultimo istante, è stato un attivo protagonista della vita culturale e intellettuale. I suoi libri, tradotti in molte lingue, sono e resteranno tra le pagine più importanti scritte sulle atrocità e le ferite del Novecento. Memorabili tra gli altri "Necropoli", "Il rogo nel porto" e "Qui è proibito parlare". Più volte, non a caso, si è fatto il suo nome come possibile vincitore del Premio Nobel per la Letteratura.
Uno scrittore impegnato e un amico di questa redazione, da lui incontrata in più circostanze anche nell'ambito dei lavori del laboratorio giornalistico Redazione Aperta che ha avuto in Pahor uno dei suoi primi ospiti in assoluto. “Sono nato in via del Monte 13, in una casa alla sommità della salita su cui si trovava anche allora la scuola ebraica, davanti al vecchio cimitero ebraico. La sera mia madre stirava alla luce del lampione appeso a illuminarne l’entrata”, avrebbe raccontato in una intensa intervista con Pagine Ebraiche. “Dei miei anni di ragazzo - avrebbe poi aggiunto - ricordo invece le passeggiate nel ghetto, prima che venisse abbattuto, con le sue piccole rivendite e quell’odore inconfondibile in cui il profumo del caffè si mischiava agli effluvi delle friggitorie di pesce. E poi i libri…”.
Pahor, allora bambino, fu testimone del rogo fascista che il 13 luglio del 1920 incendiò il Narodni dom, la casa della cultura slovena di Trieste oggi sede della prestigiosa scuola interpreti. Uno dei primi atti della barbarie in camicia nera che avrebbe insanguinato il Paese.
Nell'occasione del centenario da quei tragici fatti i Presidenti d'Italia e Slovenia gli avrebbero consegnato il cavalierato di Gran Croce dell'Ordine al merito della Repubblica e l'equivalente sloveno "per i meriti eccezionali" che gli sono stati riconosciuti nel corso di un'esistenza condotta senza mai risparmiarsi nelle battaglie in cui credeva. Una duplice onorificenza da lui dedicata "a tutti i morti che ho conosciuto in campo di concentramento e alle vittime del nazifascismo e della dittatura comunista".
Secondo lo scrittore Mauro Covacich, intervistato da Pagine Ebraiche, poche persone al pari di Pahor sono riuscite ad attraversare il Novecento "con il proprio corpo, oltre che con la propria intelligenza, affrontando ogni avversità". Un uomo dall'eccezionale coraggio e temperamento, talmente convinto della causa slovena "che anche ai tempi della federazione jugoslava era un fervente oppositore del regime comunista". Sia il suo ricordo di benedizione.
(Il disegno è di Giorgio Albertini)
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BORIS PAHOR (1913-2022) - L'INTERVISTA CON PAGINE EBRAICHE
"I giovani devono imparare a pensare"

È nato ai tempi dell’imperatore Francesco Giuseppe per ritrovarsi oggi a fare i conti con le contraddizioni di un mondo sempre più globalizzato. Rimane, alla sua veneranda età, un personaggio scomodo. Che non accenna a deporre le armi e, a torto o ragione, continua a urlare le sue verità con la voce educata e sommessa di chi ha imparato a remare contro il tempo e il silenzio. Lo scrittore Boris Pahor è oggi considerato uno dei massimi testimoni viventi della persecuzione nazifascista. Ha raccontato l’orrore dei lager in Necropoli, ormai un classico della letteratura concentrazionaria, che ha gettato una nuova luce sulla tragedia dei campi. E ha ripercorso con accenti indimenticabili la tragedia del suo popolo, quello sloveno, che dal fascismo nella Venezia Giulia viene privato della lingua e della cultura in un’escalation che culminerà nella brutalità della violenza. Intellettuale profondamente implicato nelle questioni del suo tempo, antifascista, partigiano, cattolico, riferimento per un’intera generazione d’intellettuali sloveni, nel dopoguerra non ha esitato a denunciare il massacro dei prigionieri di guerra anticomunisti e la tragedia delle foibe suscitando un’aspra reazione da parte del regime jugoslavo e pesanti diffidenze da parte italiana. All’inferno dei totalitarismi novecenteschi Boris Pahor ha dedicato articoli, saggi, interviste, romanzi e racconti. E – in una storia editoriale che ha dell’incredibile – ci sono voluti quasi quarant’anni perché le sue opere, scritte in Italia, amatissime in Francia e più volte segnalate per il Nobel, raggiungessero il pubblico italiano. Anche quello della sua Trieste, dove fino a pochi anni fa era un esimio sconosciuto. Oggi, raggiunta la notorietà ed entrato stabilmente nella classifica dei long seller, il professore continua a scrivere dedicandosi con determinazione a quella che considera una vera missione: il dialogo con i giovani. Per far conoscere loro l’abisso in cui sprofondò la civilissima Europa e ricostruire le matrici che ancora potrebbero portarci sull’orlo del baratro. “I ragazzi – dice – devono imparare a pensare. E a non farsi buggerare dai potenti di turno”. Lo incontriamo con la redazione di Pagine Ebraiche, a Trieste, in un’osteria sull’altipiano carsico dove tutti lo conoscono e lo salutano con rispettoso affetto. Il volto eclissato da un paio di enormi occhiali spessi, il fisico minuto, il professore sembra uno dei tanti anziani che trascorrono lì la mattinata tra un calice di vino e una partita a carte. Ma bastano poche battute a svelare una grande capacità di affabulazione che, unita a un’acuta intolleranza per la retorica e a un’ironia affilata, ci terranno avvinti per un paio d’ore in una conversazione non priva di spunti controversi, soprattutto sul tema della Memoria.
Professor Pahor, in Necropoli lei ha ripercorso la vicenda che dal campo di Natzweiler-Struthof nei Vosgi l’ha portata a Dachau e a Bergen Belsen. In che cosa la sua vicenda differisce da quella narrata in tante altre memorie?
Eravamo dei Triangoli rossi: eravamo i cosiddetti antinazisti, militavamo nelle organizzazioni clandestine. Eravamo stati presi per delazione e internati nei campi di concentramento e di lavoro: Buchenwald, Dachau, Dora e le loro dipendenze. Di campi così allora ce n’erano a centinaia in Europa. Quando si entrava chiedevano cosa si sapeva fare. Poi finché ci si reggeva in piedi si doveva lavorare. Di questa realtà si sa ancora molto poco e sono quasi sconosciuti gli episodi di resistenza e di sabotaggio che vi ebbero luogo, penso a quanto accadde a Dachau o a Dora, dove si fabbricavano i missili per il Terzo Reich, e a quanti vennero impiccati per il loro coraggio di disobbedire.
E i prigionieri ebrei?
Nei 14 mesi che trascorsi nei campi ne incontrai uno solo, all’infermeria del campo di Dora. Qualcosa mi suggerì che l’uomo malato nel letto accanto al mio poteva essere ebreo. Glielo domandai e mi rispose semplicemente “sì, purtroppo”. Fu l’unico contatto che ebbi allora con il mondo ebraico. Anche se so che vi furono alcuni ebrei che ebbero la fortuna di venire internati nei campi di lavoro anziché in quelli di sterminio. Ad esempio Imre Kertész, che incontrai molti anni dopo la guerra a Parigi, mi raccontò di essere stato scelto come lavoratore per un campo satellite di Buchenwald.
Da come ne parla sembra che la persecuzione dei politici e quella degli ebrei siano stati due universi paralleli, venuti a contatto solo di rado nell’universo concentrazionario.
In un certo senso è stato così. D’altronde dal punto di vista dei nazisti le motivazioni erano diverse: noi politici eravamo colpevoli di esserci organizzati per lottare contro di loro, gli ebrei erano colpevoli solo di essere tali.
Sembra quasi lei voglia dire che la Shoah non l’ha coinvolta.
Infatti. Perché dovrei sentirmi inglobato nell’Olocausto? Ero stato imprigionato e dovevo lavorare fino alla morte per le mie azioni. Se l’Olocausto è, come penso, la morte degli ebrei innocenti immolati dal nazismo non faccio parte di quella storia. La mia attiene ai campi di lavoro ed è di questo che parlo nei miei scritti: per combattere il pericolo che rinascano i totalitarismi e perché si deve sapere che in quegli anni vi fu chi combatté contro il nazismo per la libertà. Non sto facendo confronti tra le due vicende, ma solo dicendo che sono state differenti.
La Memoria è ormai un argomento che ricorre con grande frequenza nel discorso pubblico. A suo giudizio se ne parla in modo corretto?
Talvolta se ne fa un uso politico. E spesso, nel ricordare la propria tragedia, può accadere che si tenda a dimenticare quanto è stato fatto agli altri. A questo proposito citerei quanto avvenuto con le foibe. Quando se ne cominciò a discutere si trascurò di ripercorrere quanto era accaduto negli anni precedenti agli sloveni, con la politica di snazionalizzazione avviata dal fascismo e le sue dure conseguenze, censurando così una parte di storia e impedendone una piena comprensione. Tornando alla Shoah, spesso ho avuto l’impressione che Primo Levi fosse turbato proprio da quest’aspetto, soprattutto per le ripercussioni che ciò poteva avere nella percezione collettiva del conflitto mediorientale.
Lei incontra tantissimi ragazzi delle scuole per portare la sua testimonianza. Quale significato attribuisce a questo dialogo?
Credo sia molto importante e perciò ho avuto in questi anni centinaia di incontri con studenti. I giovani devono imparare a pensare con la loro testa e a studiare, non solo per essere promossi. E per questo devono leggere libri e accostarsi a esperienze di vita vissuta così da costruirsi una concezione autonoma della vita.
Che riscontro trova nelle scuole?
I ragazzi mostrano grande interesse per la storia. Bisogna raccontare loro quanto è accaduto ed è necessario che siano educati a cogliere i segnali che possono annunciare il pericolo di una dittatura. Per questo parlo loro anche di vicende meno note: dello sterminio degli zingari, dei militari italiani internati nei campi nazisti, delle organizzazioni della Resistenza o degli ebrei che si batterono contro il nazismo. Sia ben chiaro, però, che non si tratta affatto di un atteggiamento revisionista: il mio sforzo è quello di completare un quadro che in parte già conoscono. Per conoscere il passato bisogna essere a conoscenza dei fatti, anche se si continuano a trovare scuse per non dire ciò che davvero è stato.
A cosa si riferisce?
Ad esempio a quanto accadde agli sloveni della Venezia Giulia. In queste terre furono imprigionate centinaia di persone. Vi furono dei processi e alcuni giovani furono fucilati. Ma si stenta ancora a parlarne.
Cosa pensa dei viaggi della Memoria che in questi ultimi anni hanno coinvolto tante scolaresche?
Sono molto importanti per far conoscere ai ragazzi la realtà dei luoghi di sterminio. E non vanno considerati meno efficaci perché i giovani in queste occasioni possono divertirsi, cantare o addirittura andare a ballare: è solo un modo per dare sfogo alla vitalità di quell’età in un contesto che per loro è comunque di grande significato.
Che ricordo ha della realtà ebraica di Trieste, così duramente colpita dalla Shoah?
Una memoria lontanissima e molto tenera. Sono nato in via del Monte 13, in una casa alla sommità della salita su cui si trovava anche allora la scuola ebraica, davanti al vecchio cimitero ebraico. La sera mia madre stirava alla luce del lampione appeso a illuminarne l’entrata. Dei miei anni di ragazzo ricordo invece le passeggiate nel ghetto, prima che venisse abbattuto, con le sue piccole rivendite e quell’odore inconfondibile in cui il profumo del caffè si mischiava agli effluvi delle friggitorie di pesce. E poi i libri…
I libri?
Le botteghe di libri del ghetto erano sempre state molto apprezzate ma lo divennero ancor di più quando, sulla spinta delle persecuzioni, il flusso dei profughi che arrivava a Trieste dalla Germania e dai paesi dell’Est s’ingrossò. I fuggiaschi portavano con sé un vero tesoro di volumi in tutte le lingue che spesso prima della partenza verso la meta definitiva, la Palestina o le Americhe, finivano in vendita proprio lì.
Professore, è ottimista riguardo il futuro?
Sono ottimista per natura. A questo proposito mia sorella, scherzando, domandava sempre quando mi sarei deciso a diventare serio. Ma ci sono assai poche speranze per il domani, se non troviamo la maniera di stare al mondo in un altro modo.
Daniela Gross
(Il disegno è di Giorgio Albertini)
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IL PROGETTO PRESENTATO ALLA FONDAZIONE MUSEO DELLA SHOAH
"Trasmettere la Memoria, contrastare la distorsione:
i social media una possibile opportunità"

Il mondo dei social media è spesso fonte di frustrazione per chi ha a cuore la Memoria e una trasmissione consapevole del ricordo alle nuove generazioni. Ma, al contrario, può anche rappresentare un’occasione per intervenire, disseminare interesse, stimoli, curiosità. Obiettivo non semplice da perseguire, ma forse ineludibile nella nuova era digitale che si sta aprendo.
A questo guarda il progetto “Countering Holocaust distortion on social media. Promoting a positive use of Internet social technologies for teaching and learning about the Holocaust”, risultato vincitore nell’ambito di un bando promosso dall’IHRA e presentato quest’oggi nella sede della Fondazione Museo della Shoah di Roma.
Coordinato da Stefania Manca dell’Istituto di Tecnologie Didattiche del CNR – per ora fruibile in inglese, ma è in arrivo una versione anche in italiano – è incentrato sul lavoro di quattro realtà: la Fondazione Museo della Shoah, per l’appunto, ma anche il Memoriale della Shoah di Milano, il Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah di Ferrara e la Fondazione Fossoli.
“Il primo prodotto di un progetto iniziato due anni fa e che ci ha portato a confronto con un argomento innovativo che richiama aspetti sia culturali che sociali e politici” ha spiegato in apertura d’incontro Silvia Guetta, docente dell’Università di Firenze e tra le animatrici di questa iniziativa. Fondamentale in questo senso le “buone pratiche sviluppate da musei e memoriali, contesti essenziali nell’elaborazione di contenuti adeguati”.
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L'INIZIATIVA UCEI A LIVORNO
Yom Yerushalaim nel segno dell'incontro

La ricorrenza di Yom Yerushalaim festeggiata nelle scorse ore in Israele ma anche in Diaspora al centro del nuovo appuntamento con le domeniche intercomunitarie organizzate dall’area Educazione e Cultura dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. Ripartito di recente dopo l’interruzione causata dalla pandemia, il progetto ha fatto sosta a Livorno, per una giornata ricca di stimoli in collaborazione con la Comunità ebraica locale. Dopo i saluti istituzionali e un davar Torah da parte del rabbino capo rav Avraham Dayan è intervenuto rav Roberto Della Rocca, direttore dell’area Educazione e Cultura UCEI, con una lezione sul 28 di Iyar (la data di Yom Yerushalaim) “e la guerra per la pace”. Sono seguiti il pranzo e un momento di intrattenimento musicale a cura di Clemente Fargion, Alberto Funaro e Loretta Modigliani. Due le conferenze che hanno contraddistinto il pomeriggio. Rav Ariel Di Porto, rabbino capo di Torino, ha parlato dei “dilemmi etici imposti dalla guerra postmoderna”. Mentre lo studioso Davide Assael ha animato una conversazione dal titolo “Chi ha iniziato la guerra? L’origine del conflitto fra ebraismo e filosofia”.
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YOM YERUSHALAIM A LIVORNO - LA RIFLESSIONE
Gerusalemme, città d'armonia
"Yerushalaim è edificata come una città unificata…” (Sal. 122, 3)
Yerushalaim è una città costruita, anche in tempi diversi, in modo uniforme e armonico. Se per i mistici questo passo si riferisce al collegamento tra la Gerusalemme terrestre a quella celeste, per il Talmud significa che Yerushalaim (letteralmente “città della compiutezza”, “città della pace”) è un luogo aggregante e che rende tutti amici. È significativo che il 28 di Yiar sia anche il giorno in cui, secondo una tradizione, è stato perpetrato l’attacco proditorio di Amalek al neonato popolo ebraico all’indomani della sua uscita dall’Egitto. Nella numerazione ebraica 28 è indicato con la parola koach (כח), che significa “forza”, con cui contrapponiamo alla disgregazione rappresentata da Amalek l’aspirazione alla compiutezza e all’armonia rappresentate da Yerushalaim.
Rav Roberto Della Rocca, direttore area Educazione e Cultura UCEI
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IL PROGETTO DI YAIR QEDAR PRESENTATO A TORINO
Letteratura ebraica, il racconto dei protagonisti
Molte le iniziative e gli eventi a margine del Salone del Libro recentemente conclusosi con successo a Torino. Tra questi anche la presentazione di due docufilm del regista israeliano Yair Qedar: il suo recentissimo “L’ultimo capitolo di A.B. Yehoshua”, un documentario biografico dedicato allo scrittore, e “La Quarta Finestra” incentrato su Amos Oz, entrambi realizzati nell’ambito della serie “Ha-ivrim/The Hebrews”, dedicata dal regista ai grandi protagonisti della letteratura ebraica.
“L’ultimo capitolo” è l’unico dedicato a un autore ancora in vita. Nato da un incontro casuale tra il regista e lo scrittore, che Qedar era andato ad intervistare su Amos Oz, racconta in un intenso ritratto cinematografico l’attuale fase dell’esistenza di Yehoshua, segnata dal dolore per la perdita della moglie Rivka. La macchina da presa segue Yehoshua nelle sue attività quotidiane, dalle più banali a incontri importanti che caratterizzano la vita dello scrittore anche in qualità di comunicatore e di interlocutore politico, intento a organizzare incontri in Israele e all’estero.
(Nell'immagine: Yair Qedar insieme ad A.B. Yehoshua)
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AL VIA UN CONVEGNO IN DUE GIORNATE SUL GRANDE FILOSOFO
Tra Alessandria e Roma, la proposta di Filone
Al via quest’oggi a Roma un convegno in due giornate sulla figura di Filone Alessandrino promossa dall’Università La Sapienza insieme alla Pontificia Università Gregoriana, alla Comunità ebraica e alla Fondazione Internazionale del Terzo Pilastro. L’obiettivo che ci si pone è quello di approfondire le “dinamiche religiose” e le “prospettive politiche della proposta culturale” del noto filosofo, oggetto in questi anni di un crescente interesse anche da parte di rabbini e studiosi ebrei.
Partendo dall’ambasceria svolta a Roma in occasione del pogrom alessandrino dell'anno 38, il convegno indagherà in particolare il modo in cui Filone unì, alla sua riflessione etico-teologica applicata alle vicende storiche, “un progetto educativo incentrato sulla pedagogia mosaica alternativo rispetto alla paideia pagana”.
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Non cadiamo nella trappola

No, non chiamiamola una seconda Norimberga. Se lo facciamo, cadiamo nella trappola di Putin che vuole rappresentare la sua guerra di aggressione contro l’Ucraina come il proseguimento della guerra contro Hitler, come una guerra per denazificare. No, non è così. Se delle somiglianze possiamo trovarvi non sono nella guerra contro Hitler, ma in quella di Hitler quando (ahimè allora alleato dell’URSS) attaccò la Polonia e scatenò la seconda guerra mondiale. Se a qualcosa assomiglieranno i processi che i russi intendono mettere in piedi contro i difensori dell’acciaieria di Azov non sarà al processo di Norimberga ma ai processi staliniani degli anni Trenta, a quelli contro Bukharin, Kamenev, Zinoviev e le altre vittime dello stalinismo. No, non chiamiamola una seconda Norimberga.
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Oltremare - Nel frattempo

E mentre noi seguivamo, chi più da vicino chi più da lontano, la vicenda delle bandiere, e ci arrabbiavamo o meno per le intemperanze di questo o di quello e ci preoccupavamo per le possibili violenze, visto che la miccia era accesa ed era solo questione di tempo che raggiugesse la botte con dentro la dinamite; mentre noi al centro-sud, per abitudine più che altro, ci assicuravamo che non ci fossero oggetti ad impedire eventuali corse alla stanza blindata; mentre insomma si stava un po’ con il fiato sospeso in tutta Israele, c’erano ieri decine di migliaia di israeliani vestiti in bianco ma a lutto, che ricordavano i loro nonni, genitori, fratelli, figli, che a Gerusalemme sarebbero venuti anche a piedi fino dall’Etiopia, ma non ce l’hanno fatta ad arrivare e sono caduti lungo il cammino.
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Storie di Libia - Daniele Buaron

Daniele Buaron, ebreo di Libia, nato a Tripoli nel 1950. Con la famiglia abitava in corso Vittorio Emanuele, accanto alla cattedrale.
La relazione con la comunità araba era discreta. La sua era una delle poche famiglie ebraico-tripoline di nazionalità italiana, e quindi non venivano presi di mira dai libici. Daniele frequentava la scuola italiana. Aveva tra i suoi molti amici anche un paio di ragazzi arabi con i quali è ancora in contatto. Anche suo padre aveva tra i suoi dipendenti degli arabi.
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