IL RICORDO DELLA DEPORTAZIONE AL MEMORIALE DELLA SHOAH DI MILANO
“I libri, la nostra salvezza”
Il Memoriale della Shoah di Milano per la senatrice a vita Liliana Segre rappresenta il ricordo di fatti terribili e dolorosi. “È storicamente un luogo orribile nel centro di Milano. Qui nell’indifferenza generale le persone venivano fatte uscire dai camion, picchiate, sputate, violate nella loro dignità quando ancora avevano un nome. Messe sui vagoni e fatte partire per ignota destinazione”. Come accadde a lei e al padre il 30 gennaio del 1944, deportati a Auschwitz dai nazifascisti dai sotterranei della stazione centrale. Da quello che un tempo era il binario 21. Ricordi orribili, ha raccontato proprio dal Memoriale la senatrice Segre nel corso della cerimonia organizzata dalla Comunità di Sant’Egidio assieme alla Comunità ebraica di Milano e allo stesso Memoriale. Ricordi a cui con il tempo se ne sono aggiunti altri. “Per me ora non è solo quel passato tragico. È anche un luogo visitato dai ragazzi e dove si fa ricerca sulla Memoria”. Dove ha trovato casa “una bellissima biblioteca. Aperta a tutti” che parla di “speranza, di cultura, di lettura. Anche se io sono pessimista sul futuro della Memoria della Shoah, quando ho visto qui la biblioteca (della Fondazione Cdec) ho pensato che una volta di più la salvezza sia nel libro”. Davanti al numeroso pubblico presente - tra cui Vera Vigevani Jarach, madre di Plaza de Mayo - il presidente della Fondazione Memoriale della Shoah Roberto Jarach ha tenuto a evidenziare come il luogo sia sempre più un punto di riferimento a livello cittadino e nazionale. “Siamo al traguardo dei 50mila studenti in visita in un solo anno scolastico. Merito di Liliana che ricorda ogni volta, anche al sindaco, il dovere di fare di più perché sia conosciuto”, le parole di Jarach. Non basta ricordare il passato, ha sottolineato poi rav Alfonso Arbib, rabbino capo della città. Tracciando un parallelo con Pesach e il ricordo della schiavitù in Egitto e della conquista della libertà, il rav ha ricordato come per il mondo ebraico sia fondamentale ricordare entrambi gli aspetti. E come lo sia, con le dovute attenzioni, anche in riferimento alla Shoah. “Dobbiamo, seppur sia un tentativo fallimentare, provare a identificarci con la sofferenza di quel passato, ma anche ricordare come da quella tragedia il popolo ebraico sia uscito vivo”. E debba essere difeso oggi. Rispettare quel passato significa, la riflessione del rav, “rispettare e dare la possibilità di preservare il popolo ebraico per quel che è oggi con la sua identità storica, politica e religiosa”.
LA TESTIMONIANZA AL MEMORIALE DELLA SHOAH DI MILANO
“Qui grazie all'aiuto di Sant'Egidio e dell'UCEI,
vi chiedo di non dimenticare il mio Afghanistan”
Come segno di attenzione e di lotta contro l’indifferenza nella cerimonia dedicata alla commemorazione della deportazione milanese – organizzata dalla Comunità di Sant’Egidio con il Memoriale della Shoah e la Comunità ebraica di Milano – è intervenuto Ghulam Abbas, rifugiato dall’Afghanistan e membro della comunità hazara. Arrivato in Italia grazie ai corridoi umanitari di Sant’Egidio, Abbas ha raccontato di come stia studiando grazie a una borsa di studio dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e ha lanciato un appello a non dimenticare il suo paese in mano ai talebani. Di seguito la sua testimonianza al Memoriale della Shoah.
Mi chiamo Ghulam Abbas, sono hazara e sono arrivato dall’Afghanistan attraverso un corridoio umanitario organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio; qui sono sostenuto da una borsa di studio universitaria dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane.
Da più di un secolo, in periodi diversi, gli hazara subiscono la pulizia etnica, la schiavitù, la confisca della terra, tasse ingiuste, furti e saccheggi delle proprie case, il che li ha sistematicamente esclusi dal governo, da opportunità economiche e di aiuti sociali.
La discriminazione contro questo gruppo etnico continua da secoli. Si stima che più della metà dell’intera popolazione hazara sia stata cacciata dai propri villaggi, compresi molti che sono stati massacrati.
Prima del ritorno dei talebani lavoravo per il precedente governo afgano in diversi dipartimenti; per il Ministero organizzavo visite in carcere per verificare le condizioni di detenzione.
Quando il 16 agosto 2021 i talebani hanno occupato Kabul, tutto è cambiato per noi
Anche io ho provato a fuggire ma senza successo. Era una situazione drammatica, forse ricorderete la gente all’aeroporto di Kabul che supplicava di essere salvata. Purtroppo nel 2021 non sono riuscito a scappare e a mettere la mia famiglia su un aereo.
Molto presto sono iniziate operazioni di massa, casa per casa, per trovare coloro che avevano collaborato con il governo precedente, con gli stranieri e le ONG.
Il regime talebano non ha nessuna considerazione per la vita umana. A causa del nostro precedente lavoro le nostre vite erano estremamente a rischio.
Abbiamo chiesto alla Comunità di Sant’Egidio di darci l’opportunità di essere evacuati il prima possibile. Fortunatamente, dopo mesi di attesa pieni d’angoscia, la risposta è stata positiva e il 28 luglio 2022 siamo arrivati in Italia.
Scuola negata, il Visconti fa Memoria
“Si rafforzi la ricerca storica”
Cinquantotto studenti e una docente furono espulsi dal liceo Visconti di Roma in seguito all’applicazione delle leggi razziste.
A raccontare le loro storie Scuola negata. Le leggi razziali e il Liceo E. Q. Visconti (ed. Biblion), approfondimento a cura della professoressa Romana Bogliaccino che, anche avvalendosi della collaborazione dei propri alunni, è andata a fondo delle singole vicende umane e percorsi di vita. Ricevendo tra gli altri l’apprezzamento delle numerose istituzioni, ebraiche e non, accorse lo scorso febbraio a un evento tenutosi nella Sala della Protomoteca in Campidoglio.
Un’opera di ricerca meritoria cui lo stesso liceo ha voluto dare risonanza accogliendone la presentazione, in queste ore, in un’aula magna gremita. Presenti in sala non pochi familiari e discendenti. A intervenire in apertura la preside Rita Pappalardo, che ha coordinato l’incontro, con a seguire i saluti del capo dipartimento del ministero dell’Istruzione Jacopo Greco. Nelle loro relazioni il rabbino capo di Roma rav Riccardo Di Segni e il giornalista Gad Lerner hanno sottolineato il concetto che le leggi razziste non furono provvedimenti improvvisi e imprevedibili da parte del regime. Il razzismo, è stato spiegato, era anzi profondamente radicato nell’ideologia fascista. La storica Alessandra Tarquini ha quindi auspicato un rafforzamento d’impegno in Italia sul fronte della conoscenza storica, per comprendere le radici dei fenomeni “che portano a discriminazioni e genocidi” e per imparare “a combatterli in tempo”. Il suo collega Daniele Fiorentino, figlio di uno studente espulso, ha posto invece l’accento sul trauma subito dai ragazzi allontanati dalle aule e sulla loro difficoltà a ricordare e a raccontare la persecuzione subita anche in età adulta. Il presidente emerito della Corte costituzionale Giovanni Maria Flick dal suo canto ha messo in rilievo la necessità di difendere e preservare la cultura e le tante diversità culturali (oltre che religiose) esistenti tra gli esseri umani.
Voci dal buio, il destino di quattro amici
negli anni della guerra e persecuzione
“Terribile fu la reazione nervosa di noi tutti sfogata, dall’impotenza di difendersi, in tremito e pianto. Quasi nessuno di noi poté cenare; grazie a Dio le persone che ci circondano in casa ed i loro parenti sono misericordiosi e cercano di confortarci e provvederanno alla nostra sistemazione per l’avvenire onde cercare di salvarci la vita, per la qual cosa saremo loro riconoscenti per sempre…”. È il primo dicembre del 1943, un mercoledì, quando il giovane Alessandro Smulevich prende carta e penna per descrivere lo stato d’angoscia che lo sovrasta, ma anche il senso di gratitudine che prova per chi lo sta aiutando in quell’ora durissima. Rifugiato insieme alla sua famiglia nel comune appenninico di Firenzuola, dove due famiglie del posto stanno offrendo soccorso e accoglienza, ha appena appreso della circolare della Repubblica di Salò che impegna alla caccia all’uomo contro gli ebrei. È una delle pagine più drammatiche del suo diario in clandestinità, diventato da poco un libro con il titolo Matti e Angeli. Una famiglia ebraica nel cuore della Linea Gotica (ed. Pendragon): a curarlo il figlio Ermanno, chirurgo in pensione, e gli studiosi di storia locale Luciano Ardiccioni e Rosanna Marcato, con prefazione della storica Anna Foa.
Il ritrovamento del manoscritto, rinvenuto nel 2017, si è rivelato decisivo per l’assegnazione del titolo di “Giusto tra le Nazioni” ad Armando e Clementina Matti, Pietro e Dina Angeli, i quattro protagonisti dell’opera di salvataggio insieme a figli e conoscenti. Ma ha anche ricomposto ulteriori tasselli, innescando nuovi incontri e nuovi progetti rivolti al futuro.
“Voci dal buio”, un format specificamente pensato per il Teatro Metastasio di Prato e per gli studenti delle scuole, è stata l’occasione per raccontare alcune vicende intrecciatesi nel territorio toscano in quel periodo. Accanto a quella di Alessandro a risaltare sono state infatti anche le storie di Lia Sara Millul, Goffredo Paggi e Anna Caterina Dini. Quattro amici (i primi tre ebrei) frequentatisi nelle strade di Prato nella primavera del ’43. Dei tre, Alessandro sarà l’unico a salvarsi.
LA NUOVA ATLETA DELLA SQUADRA ISRAELIANA DI CICLISMO
Campionessa in bici e di equazioni:
l’oro olimpico di Tokyo sceglie Israele
Ricercatrice post-dottorato presso la Scuola politecnica federale di Losanna, dove il suo compito è quello di occuparsi di “equazioni differenziali alle derivate parziali non lineari in fisica matematica”. Una grande passione per il ciclismo, che ha sempre praticato a livello dilettantistico. Ciò non le ha impedito di laurearsi campionessa olimpica nella prova in linea dei Giochi di Tokyo, realizzando un’impresa storica e del tutto imprevista. Solo allora il mondo iniziò a conoscere la tempra e la storia davvero speciale di Anna Kiesenhofer, 30enne austriaca nota fino ad allora assai più negli ambienti scientifici rispetto a quelli sportivi. “Qualche settimana prima la ciclista Kiesenhofer aveva misurato dislivelli ed energie mostrando la sua propensione al calcolo. Poi ha semplificato l’equazione: oro”, chiosava la Gazzetta dello Sport nel dedicarle uno dei tanti ritratti apparsi in quei giorni anche sulla stampa italiana. A quasi 32 anni (li farà il 14 febbraio) arriva ora per lei l’occasione di misurarsi con il professionismo. A offrigliela la Israel Premier Tech Roland, la squadra israeliana che sarà protagonista anche quest’anno nei principali eventi e nelle principali corse a tappe e che proprio stamane ne ha annunciato l’ingaggio per la nuova stagione agonistica.