OMAR YAGHI, UN NOBILE NOBEL

Un Nobel senza pregiudizi

Un pregevole articolo di Alessandra Coppola su La Lettura del Corriere della Sera del 24 maggio 2026 racconta i meritati successi del Nobel per la chimica Omar Yaghi, «cresciuto ai margini di un campo profughi palestinese». Nel Banquet speech, Yaghi si è così descritto: «Il mio percorso è iniziato ben lontano da qualsiasi laboratorio. Sono cresciuto ad Amman, in Giordania, in una famiglia di rifugiati con dieci figli, in una casa senza acqua corrente né elettricità, condividendo lo spazio con il bestiame, fonte di sostentamento per la nostra famiglia. Le difficoltà erano ovunque. Le mie possibilità di successo erano scarse, fatta eccezione per i modi sorprendenti in cui la natura si rivela e ci aiuta a superare gli ostacoli». Nell’articolo, Yaghi attribuisce ai genitori la sana abitudine di insegnargli «a mettere tutto in discussione, a non percorrere sentieri prestabiliti» così come a pesare le conseguenze delle proprie azioni, ad essere onesti e dediti a un lavoro serio.

Nell’intervista della Coppola, Yaghi riferisce che nel corso del dottorato negli Usa, incontra il chimico Walter Klemperer, del quali dice che «ha avuto un impatto importante nella mia vita. Mi ha scolpito il cervello… da lui ho imparato il rigore, la verifica delle prove raccolte. E l’emozione della scoperta». Giustamente, Yaghi sottolinea l’importanza della mescolanza fra persone di diversa origine, il melting pot americano. Di nostro diremmo, che il melting pot esiste in Israele, e non costituisce una novità, visto che sia nel Levitico che nel Deuteronomio si ordina: «Avrai una stessa legge per il nativo e per lo straniero». L’apartheid, soggiungo, non esiste in Israele, dove non vige la dhimma, e sono tutti uguali.

Yaghi è nato ad Amman (Giordania) ed è cittadino giordano, per nascita, e cittadino USA e dell’Arabia saudita, per richiesta nel primo caso e per decreto reale nel secondo. Di mio, soggiungerei che in Giordania non abita nemmeno un ebreo. Nonostante gli accordi di armistizio del 1949 prevedessero il libero accesso ai luoghi di culto, la Giordania vietò l’ingresso a tutti i cittadini israeliani e a qualsiasi persona di fede ebraica (a prescindere dalla nazionalità). Il divieto vigeva però dal 1922, ossia, dalla creazione della Transgiordania. Per entrare a Gerusalemme Est o nei territori controllati dai giordani, i turisti stranieri dovevano esibire un certificato di battesimo o altre prove documentali che attestassero che non erano ebrei. La discriminazione divenne legge dello Stato con la Legge sulla cittadinanza giordana n. 6 del 1954. Il testo stabiliva che potevano ottenere la cittadinanza giordana tutti gli ex residenti della Palestina mandataria, a esclusione esplicita degli ebrei («Any person who, not being Jewish…»). Tale clausola escludeva gli ebrei dal diritto di risiedere e possedere beni nel Paese. Anche adesso, è vietato accedervi con qualsiasi oggetto che identifichi il soggetto come ebreo. Per sicurezza.

Soggiungo, pure, che Klemperer, il mentore di Yaghi, è ebreo. Soggiungo anche (ed è la terza volta che soggiungo) che Omar Yaghi è una persona straordinaria. Mi pare che il Corriere non abbia mai menzionato che Yaghi è stato insignito del prestigioso Premio Wolf per la Chimica nel 2018 e delle sue conseguenze. Rileva dirlo, perché questo riconoscimento internazionale, assegnato dall’omonima fondazione con sede in Israele, ha rappresentato storicamente la rampa di lancio definitiva che lo ha poi portato a vincere il Premio Nobel per la Chimica nel 2025. Diverse organizzazioni propalestinesi, tra cui il movimento PACBI, esercitarono forti pressioni affinché il professore rifiutasse il premio in segno di protesta contro lo Stato di Israele. Lo scienziato decise comunque di recarsi di persona in Israele per ritirare il premio alla Knesset a Gerusalemme, dichiarandosi onorato del riconoscimento scientifico. Durante lo stesso viaggio in Israele nel 2018 per ritirare il Premio Wolf, Yaghi ne approfittò per compiere un gesto dal forte valore personale: visitò le rovine di Masmiya, il villaggio storico da cui i suoi genitori erano dovuti fuggire durante la guerra del 1948. In quell’occasione scattò una foto ai campi di grano circostanti che, come ha raccontato lui stesso, tiene ancora appesa sopra il tavolo da pranzo della sua casa a Berkeley. Nel “New Arab” del novembre 2025 si legge che «molti palestinesi e altri arabi hanno affermato che la sua vittoria del Premio Nobel non era nulla da festeggiare». Oserei ipotizzare che Yaghi abbia avuto successo (anche) perché è una persona libera, positiva, priva di rancori, che considera uguali ebrei ed islamici, e che dimostra come sia facile addivenire alla pace quando si è in pace con sé stessi.

Emanuele Calò

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