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27 marzo 2015 - 7 Nissan 5775
PAGINE EBRAICHE 24

ALEF / TAV DAVAR PILPUL

alef/tav

Pierpaolo Pinhas Punturello, rabbino
Rabbi Bunam di Pzhysha (1765 – 1827), grande maestro chassidico polacco, disse: “Mangiamo il pasto del Seder di Pesach nel seguente ordine: prima la matzah e poi le erbe amare, sebbene l’opposto sembrerebbe logico, visto che prima abbiamo sofferto e solo dopo siamo stati liberati.
 
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Gadi
Luzzatto
Voghera,
storico
Uno dei più interessanti documenti di “resistenza civile” al fascismo è costituito da una lettera personale indirizzata nel 1932 dall’allora presidente della comunità israelitica di Padova a suo cognato Emilio Bodrero, giornalista e docente universitario, poi rettore dell’università, e soprattutto esponente di spicco del fascismo patavino.
Questi aveva invitato il presidente a prendere la tessera del PNF, ricevendo una risposta cortese di diniego che contiene espressioni di grande valore etico: “Carissimo Emilio – scriveva il Romanin Jacur – l’unito articolo del ‘Tevere’ (giornale diretto da Interlandi, poi editore de ‘La Difesa della Razza’ Ndr) di cui ti faccio omaggio, mi rende sempre più persuaso di non chiedere la tessera per entrare nel Partito fascista. Le invettive, insulti, denigrazioni contro gli ebrei vi sono sempre state e sempre vi saranno in tutti i paesi e con tutti i partiti, e ciò, finché non assume l’importanza di progrom, ha per noi poca importanza. Dove l’articolo del ‘Tevere’ colpisce nel vero si è quando scrive che: ‘il movimento fascista è immune dalla peste ebraica’. Poiché questo (veste a parte) risponde a verità, non mi sento, sia pure in minima misura, di aumentare il contagio, specialmente all’alba dell’anno XI° della rivoluzione fascista. Sono convinto di rimanere più rispettato dalle persone serie fasciste, senza chiedere la tessera, di quello che lo sarei munendomi di lasciapassare. Non rispondermi, ma pensa che ho ragione”. In epoca di consenso, di appiattimento ideologico, si poteva dire di no, con fermezza, mantenendo la schiena dritta.
 
 
 
Nello Yemen è guerra
In Yemen è guerra per il controllo del Medio Oriente tra Arabia Saudita e Iran, tra sunniti e sciiti (La Stampa). Da Riad è partita l’offensiva su il territorio yemenita per sconfiggere i ribelli sciiti houthi, sostenuti da Teheran. L’Arabia Saudita, come racconta Molinari su La Stampa, può contare sull’appoggio di paesi come l’Egitto, Pakistan, Giordania, Qatar, Marocco, tutti preoccupati dalle mire espansionistiche iraniane. Lo Yemen, inoltre – spiega Repubblica – è una zona vitale per l’economia dell’area, essendo uno snodo chiave per il traffico del petrolio: “Nello Yemen si gioca una partita decisiva per gli assetti del mondo, in un conflitto niente affatto locale”.

Da Torino a Tunisi contro il terrorismo. Il sindaco del capoluogo torinese Piero Fassino parteciperà domenica alla manifestazione indetta contro il terrorismo nella Capitale tunisina, ancora scossa dall’attentato al Museo del Bardo in cui sono morte oltre 20 persone, tra cui quattro italiani, due dei quali – ricorda La Stampa – legati al Comune di Torino.
 
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  davar
israele
Bennett, l'alleato perplesso
Gli unici che ne parlano sono Naftali Bennett e i suoi uomini di HaBayt HaYehudì. Dicono di essere pronti a fare l'opposizione visto che Benjamin Netanyahu preferisce un governo di unità nazionale con i laburisti e il partito di centro di Hatnuah.

Eppure questa opzione non sembra affatto sul tavolo. Perché Netanyahu dovrebbe decidere di formare un esecutivo con la coppia Isaac Herzog – Tzipi Livni, quando può tranquillamente costruirsi una maggioranza di destra? E infatti dal Likud smentiscono questa idea: lo ha fatto ieri Netanyahu, lo ha ribadito questa mattina Yarin Levin, membro della delegazione del premier che si occupa di discutere con HaBayt HaYehudì i punti dell'accordo per la creazione della coalizione di governo. Così lo spauracchio “governo d'unità nazionale” appare più come una mossa di Bennett per forzare la mano a Netanyahu, per ottenere il tanto desiderato ministero degli Esteri (o della Difesa, che sembra poco plausibile) e altre posizioni di rilievo all'interno dell'esecutivo.
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milano - fondazione scuola ebraica
Giannini: Le scuole ebraiche

sono un nostro modello educativo
“So che per voi la scuola è al centro della comunità, e che ritenete che la scuola debba essere al centro di quell’identità che la vostra comunità esprime. E sono proprio questi i principi che più ammiro e apprezzo, e che abbiamo voluto fossero alla base della nostra idea di modello educativo”. Con queste parole Stefania Giannini, ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, ha salutato le centinaia di persone raccoltesi ieri sera nella palestra della scuola ebraica di Milano, trasformata per l’occasione in una location perfetta per la cena di Gala della “Fondazione per la scuola della comunità ebraica di Milano”. Centinaia di ospiti, accolti dagli allievi più grandi che si sono spesi con entusiasmo per far sì che tutto funzionasse al meglio, che hanno risposto con generosità all’appello di Marco Grego, presidente della Fondazione, per continuare a sostenere le iniziative che quest’anno cadono sotto lo slogan “Più Fondazione, più scuola”. L’apprezzamento del ministro, che ha mostrato di conoscere bene la realtà delle scuole ebraiche italiane è andato alla passione e alla competenza con cui in ognuna di esse si lavora per educare e far crescere bambini e ragazzi con i principi dell’ebraismo e con quei valori della democrazia che, ha ricordato, “mai come oggi in Europa abbiamo sentito così necessari”. Presenti in sala, il vicepre‎sidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Roberto Jarach, i Consiglieri UCEI Noemi Di Segni e Guido Osimo, assieme alla nuova dirigenza comunitaria milanese (eletta lo scorso 22 marzo), al rabbino capo di Milano rav Alfonso Arbib e al direttore del Dipartimento Educazione e cultura dell’Unione rav Roberto Della Rocca. Tra gli ospiti, il vicesindaco di Milano Ada Lucia De Cesaris e Ruggero Gabbai, consigliere comunale e presidente della Commissione Expo, assieme al direttore del Corriere della Sera Ferruccio De Bortoli.


(Nell'immagine il ministro dell'Istruzione Stefania Giannini) .
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qui torino - judaica pedemontana
Libri ebraici, patrimonio di tutti
“Con il convegno di oggi siamo giunti alla terza fase del progetto Judaica Pedemontana, che dopo il restauro dei volumi ebraici del fondo della Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino e l’averli resi per la prima volta fruibili non solo dagli studiosi ma dalla cittadinanza e dai visitatori, offre un’occasione di ricerca e approfondimento”. Così il presidente della Fondazione per i Beni Culturali Ebraici in Italia Dario Disegni ha introdotto il convegno internazionale “Il collezionismo di libri ebraici in Europa tra XVII e XIX secolo”, svoltosi questa mattina a Torino presso la sala della Fondazione Luigi Firpo. Il convegno è stato organizzato dalla Fbcei nell’ambito della mostra Judaica Pedemontana, in corso alla Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino fino al 6 aprile, con il sostegno della Fondazione San Paolo e in collaborazione con la Fondazione Luigi Firpo.
Ad aprire i lavori un ricordo del professor Bruno Chiesa, docente di lingua e letteratura ebraica all’Università di Torino, recentemente scomparso, che avrebbe dovuto partecipare all'incontro. “Era una persona schiva, non amava parlare molto, ma sapeva cogliere l’essenza sia delle cose nei suoi studi, sia nelle persone”, ha ricordato Chiara Pilocane, allieva di Chiesa e membro del comitato scientifico di Judaica Pedemontana . Il convegno ha visto gli interventi di  Enzo Ferrone, presidente della Fondazione Luigi Firpo, Isabella Massabò Ricci della Compagnia di San Paolo, Micaela Procaccia, direttrice della Direzione Generale degli Archivi del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, Andrea De Pasquale, direttore della Biblioteca Nazionale, Margherita Palumbo, direttrice della Biblioteca Casanatense a Roma, del sofer Amedeo Spagnoletto, Frédéric Barbier, ricercatore presso il Centre national de la recherche scientifique (CNRS) e insegnante all’École pratique des hautes études (EPHE) di Parigi; Yann Sordet, direttore della Bibliothèque Mazarine; Maria Luisa Lopez-Vidriero, direttrice della Biblioteca Reale di Madrid. A completare le loro riflessioni il contributo di Mauro Perani, ordinario di ebraico all’Università di Bologna, che analizza l’importanza della tipografia ebraica in Italia e come i libri qui stampati siano stati protagonisti di una vera e propria diaspora nelle biblioteche d’Europa.


Francesca Matalon
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crisi in medio oriente
Il futuro degli ebrei nello Yemen
Sono circa un centinaio e un mese fa hanno dichiarato di non aver alcuna intenzione di lasciare le loro case e scappare in un luogo più sicuro.
Sono gli ebrei dello Yemen, fortemente legati all’identità ebraica ma con un sentimento di appartenenza yemenita assai radicato. Una comunità il cui futuro desta grande preoccupazione nello Stato di Israele e all’Agenzia Ebraica (pronta da anni a organizzare la loro fuga e a portarli in salvo) e pericolosamente esposta di fronte alla crisi del paese che è giunta al suo apice.
Di due giorni fa infatti la notizia della fuga del presidente Abd Rabbuh Mansur Hadi dopo la presa della città di Aden da parte dei ribelli Huoithi sostenuti dall’Iran il cui motto è “morte all’America, morte a Israele, siano maledetti gli ebrei, vittoria all’Islam”. Mentre Mansur Hadi scappava a bordo di una piccola imbarcazione ha lanciato ‘un appello disperato’ all’Onu per ottenere l’autorizzazione di un intervento militare internazionale; immediata a questo punto la reazione dell’Arabia Saudita che, attraverso raid aerei, vuole fermare i ribelli.
Un conflitto che dimostra essere manovrato dunque da iraniani sciiti e sauditi sunniti le cui motivazioni vanno ben oltre il campo di battaglia. Campo di battaglia che si concentra drammaticamente nella città di Sanaa (verso la quale sono indirizzati i raid per fermare gli Houithi), centro nel quale si ritrovava la comunità ebraica yemenita.
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italia ebraica di aprile
Un nuovo museo per Padova
Il patrimonio filmico delle famiglie ebraiche italiane prima della seconda guerra mondiale si arricchisce di un nuovo ritrovamento: 36 bobine 16mm, per almeno cento ore di girato complessivo, rinvenute a Buenos Aires dal giornalista romano Claudio Della Seta. Tutte etichettate con luogo e data delle riprese, le bobine si collocano nel decennio fra l’estate del 1928 e il 1937. Questa la notizia con cui si apre il numero di aprile del giornale di cronache comunitarie Italia ebraica in distribuzione. In prima pagina anche un richiamo alle nuove sfide culturali della Padova e della Trieste ebraica, con l’apertura – nella città veneta – di un museo ebraico che racconterà oltre sette secoli di storia avvalendosi degli spazi dell’ex sinagoga tedesca; e con l’inaugurazione – nella città giuliana – di un nuovo allestimento che ricostruisce anche la storia degli ebrei di Fiume e del Quarnero.
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qui roma - presentato il libro di giulia mafai
"Mia madre, Antonietta Raphael"
Il racconto di un’epoca, le correnti artistiche, i salotti letterari, la figura indimenticabile della madre – Antonietta Raphaël – grande protagonista del libro. Un’opera che si legge tutto d’un fiato, “La ragazza con il violino” (ed. Skira), e che Giulia Mafai ha voluto dedicare agli affetti di una vita ponendo al centro l’amore tra Antonietta, artista di fama e donna profondamente attaccata alle proprie radici ebraiche, e il pittore Mario Mafai. Dalla loro unione sarebbero nate Miriam, Simona e appunto Giulia: tutte e tre, come noto, avrebbero lasciato un segno nel proprio campo di attività.
Tanti i ricordi a fluire nel corso della presentazione dell’opera al Museo ebraico di Roma. Al fianco della Mafai i docenti universitari Paolo Coen e Lorenzo Canova.
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pilpul
Israele e i secondi fini
Si sa che gli ebrei hanno opinioni diverse su qualunque argomento, e Israele non può certo fare eccezione: è inevitabile che l’ampia gamma di posizioni circa il futuro dello Stato ebraico di cui abbiamo avuto prova nelle recenti elezioni israeliane si rifletta anche tra gli ebrei della diaspora, in qualunque Paese essi vivano. Mi chiedo, però, se sia una specificità italiana la pessima abitudine di attribuire a chi ha opinioni diverse dalle proprie secondi fini, per esempio l’intenzione di fare bella figura di fronte al mondo non ebraico allo scopo di facilitare la propria carriera politica o professionale. Inutile dire che si tratta quasi sempre di accuse totalmente infondate. Trovo veramente insopportabile questa incapacità di ammettere anche solo la possibilità teorica che qualcuno possa avere in buona fede opinioni diverse. Personalmente, per quanto mi risulti incomprensibile come si possa difendere l’ebraicità di Israele mentre si fa di tutto perché lo Stato cessi di avere una maggioranza ebraica, non mi sono mai sognata di mettere in dubbio la buona fede di chi esprime tali opinioni, anche se non riesco a capirne la logica. Perché invece queste persone sembrano così incapaci di riconoscere la buona fede di chi non la pensa come loro?

Anna Segre, insegnante
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Israele e la sfida della sicurezza
Nel libro “My Promised Land” (Spiegel and Grau, 2013), Ari Shavit ha ripercorso con amore ed al di là delle classiche posizioni storiche e politiche, il sogno sionista dalle origini ai giorni nostri. Ritraendo l’odierna Israele come una società con al suo interno un’identità frastagliata senza più propri modelli di riferimento, e circondata all’esterno, da stati nemici che fin dalla sua fondazione ne hanno minato l’esistenza. Con il risultato di un paese inevitabilmente fortificato, incompreso, e per questo sempre più isolato internazionalmente.

Francesco Moises Bassano, studente
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Vita e Compromessi
Pablo Neruda scriveva: “È proibito avere paura della vita e dei suoi compromessi”. Il compromesso – in ambito sociale, comunitario, famigliare e personale – sarà il tema principale del Moked di quest’anno: quali sono i compromessi necessari alla vita e quali invece, semplicemente, la compromettono?

Ilana Bahbout




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