
Elia Richetti,
rabbino
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Questa
Parashà contiene settantaquattro mitzvot, la maggior parte delle quali
riguarda i rapporti interpersonali. Una mitzvah è però di dubbia
attribuzione: c’è chi la considera – appunto – interpersonale, e chi la
vede come appartenente a quelle mitzvot che riguardano i nostri
rapporti con Ha-Qadòsh Barùkh Hu’. Il versetto che ne parla dice così:
“Ciò che esce dalle tue labbra ossservalo e mettilo in pratica, quando
hai promesso al Signore tuo D. un dono di cui hai parlato con la tua
bocca”. Dal testo sembrerebbe abbastanza chiaro che si parla di voti e
promesse fatte a D. Chi fa un voto fa sì che quell’oggetto, o quel
denaro, o quell’azione, escano dalla propria giurisdizione per entrare
in quella divina; pertanto, una non osservanza del voto è
un’appropriazione indebita di qualcosa di destinato a D.
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Sergio
Della Pergola,
Università
Ebraica
di Gerusalemme
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Sento
dire alla televisione da un analista: “Il 1971 è stato un anno
complesso” e mi domando se la complessità sia stata una prerogativa
esclusiva del 1971 o si possa applicare anche agli anni precedenti e a
quelli successivi. Nell’ottica ebraica del mese di Elul, l’ultimo mese
del calendario lunare in cui ci troviamo, e in vista dell’inizio del
nuovo anno ebraico il primo del mese di Tishri (13-14 settembre),
sappiamo bene che il 5775 è stato un anno complesso, così come tutti
gli anni precedenti. E ci chiediamo: sarà il 5776 più, meno, o
ugualmente complesso?
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Arriva Netanyahu,
massima allerta
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“Probabile
che non ci sarà un incontro pubblico con la comunità, ma è tutto
coperto dal massimo riserbo”, afferma la presidente Sara Cividalli.
“Fa assolutamente piacere che arrivi il premier israeliano ma è un
arrivo che non c’entra tanto con la comunità, nel senso che non la
coinvolge più di tanto”, sottolinea l’assessore alla cultura Enrico
Fink.
“Mi va bene la sua visita, ma voglio sapere se è per due popoli e due
stati, del resto non mi interessa nulla. Io credo che la Toscana e
Firenze possano essere il luogo adatto per firmare un vero e proprio
accordo di pace”, commenta l’antropologo Ugo Caffaz.
Per Tomas Jelinek, ristoratore, “non si può nemmeno più di tanto giudicare la figura di Netanyahu se non si vive in Israele”.
Mediterraneo di sangue.
Cinquantuno migranti morti soffocati nella stiva di un barcone, questo
il bilancio dell’ultima tragedia del Mediterraneo. A stabilire chi
finisce sottocoperta sono gli scafisti, racconta La Stampa, in base ai
soldi ma anche a criteri razzisti: sopra tunisini, egiziani, siriani;
sotto chi arriva dall’Africa nera.
“Contro il razzismo tolleranza zero”.
Tolleranza zero per gli “atti di abietta xenofobia, per quelle persone
che offendono la dignità degli altri, e per quelli che non vogliono
dare una mano quando aiuto legale e umano è richiesto”. Sono parole
chiare quelle pronunciate dalla cancelliera tedesca Angela Merkel
(citate da Repubblica) in visita al centro di accoglienza per rifugiati
di Heidenau, vicino a Dresda, preso di mira nei giorni scorsi da
estremisti di destra. Una visita che alcuni residenti hanno accolto
esponendo slogan che recitavano “Traditrice”, mentre la tensione nel
paese resta molto alta per il moltiplicarsi delle offensive violente
della destra xenofoba contro gli immigrati. In risposta, Merkel
sottolinea il suo impegno a combattere l’emergenza razzismo, attraverso
la decisione di sospendere la convenzione di Dublino per i profughi
siriani (concedendo loro asilo senza considerare se prima abbiano
attraversato uno Stato sicuro, come ad esempio l’Italia).
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in libreria il grande lavoro di marco belpoliti
Primo Levi, di fronte e di profilo
La
risposta più determinata arriva da Manuela Consonni (docente
all’Università Ebraica di Gerusalemme, dove ha appena assunto la guida
del Centro studi sull’antisemitismo Vidal Sassoon, è autrice di
L'eclisse dell'antifascismo. Resistenza, questione ebraica e cultura
politica in Italia dal 1943 al 1989): “È evidente che l’autore vuole
stabilirsi come il biografo in senso assoluto di Primo Levi. Penso che
in effetti Marco Belpoliti sia unico, ha avuto il coraggio di rompersi
i denti su Levi; credo non ci sia nulla di Levi che non abbia letto,
tentato di analizzare e comprendere nel suo insieme”. Meno netta
l’opinione di Anna Foa (autorevole storica italiana, recentemente
autrice di Portico d’Ottavia 13. Una casa del ghetto nel lungo inverno
del ‘43): “Si tratta certamente di un libro molto importante che si
pone come opera definitiva. Per ora. Belpoliti è diventato l’esegeta di
Primo Levi, o perlomeno lui così si pone, ma questo enorme volume mi ha
dato l’impressione di essere anche, in un certo senso, l’autobiografia
di Belpoliti stesso. Come se Levi avesse condizionato la sua vita, e la
sua storia”.
L’arrivo in queste ore in libreria dell’ingombrante e importante
monografia che Marco Belpoliti dedica a Primo Levi, intitolata Primo
Levi di fronte e di profilo (Guanda editore) suscita grande interesse,
ma anche alcuni interrogativi fra le voci che spesso si esprimono su
Pagine Ebraiche, il giornale dell’ebraismo italiano. Tra le loro prime
impressioni, raccolte a caldo, l’aspetto autobiografico del libro torna
nelle parole di Alberto Cavaglion (Università di Firenze, fra i massimi
esperti di Levi e curatore fra l’altro dell’edizione commentata di Se
questo è un uomo), che nota come il volume sia un tentativo di
risistemare e organizzare quanto scritto in anni di ricerche: “Pare una
specie di bilancio, in cui Belpoliti ha rielaborato tutto quello che ha
scritto in quasi trent’anni, e lo dichiara lui stesso
nell’introduzione. Ma mi ha un po’ rattristato verificare come si
tratti alla fine di un esercizio impietoso, che evidenzia una grande
trasformazione: i suoi primi contributi sono stati veramente
importanti. All’inizio delle sue ricerche toccava problemi molto
profondi, ha avuto intuizioni notevoli, mentre ora è diventato più
minimalista, quasi leggero, e io preferivo il primo Belpoliti”.
Cavaglion, che conosce bene sia l’autore del libro che tutti i suoi
scritti, ritiene che Primo Levi di fronte e di profilo non sia un’opera
definitiva. “Non esisterà mai, non può esistere. Questo volume è ‘il
Belpoliti su Levi’, è definitivo in questo senso. È forse anche un suo
modo per chiudere il discorso, per fare i conti con il suo rapporto con
Levi, in un senso quasi autobiografico. Ma non è una pietra miliare”.
La sensazione di un certo fare i conti è espressa anche dallo storico
Claudio Vercelli (autore fra l’altro di Il negazionismo. Storia di una
menzogna), il cui primo dubbio è se un volume "così enciclopedico da
rasentare l’elefantiasi” - sono 736 pagine - abbia una spendibilità
editoriale. “La qualità è indiscutibile, il libro è una sorta di
vademecum che ripercorre tutta la vita di Levi attraverso le sue opere,
e viceversa. Ma mi pare si tratti soprattutto di un testo che è anche
una resa dei conti generazionale, una verifica sulle mutevoli
percezioni del lavoro di Levi. Belpoliti vuole porre in rilievo
l’elemento letterario, il valore dello scrittore, in quello che è anche
una sorta di omaggio postumo a una persona che come tale sempre si è
posta. È evidente quanto Belpoliti si rispecchi nel Levi letterato”. E
sono molte le domande che pone Vercelli, che chiede “A chi compete di
più, poi, Levi?” Ai letterati, appunto, oppure agli storici, o alle
arti figurative, oppure alle scienze esatte? “Belpoliti adotta per Levi
un paradigma letterario che è eminentemente chimico, con una continua
composizione e scomposizione molecolare. Dubito che si tratti
dell’opera definitiva, anche se l’autore chiaramente vi aspira, ma Levi
ha rilevanza e impatto diversi nelle diverse stagioni.” Continua
spiegando che è forse presto per affermarlo con certezza ma siamo
probabilmente giunti a una svolta in quella stagione culturale che
comprende la Shoah nel suo tessuto costitutivo. In questo senso, anche,
il recupero di Levi come scrittore ha il senso di una sensibilità
trasposta in altri discorsi: nell’epoca in cui la testimonianza si
esaurisce si procede sempre più verso un orizzonte in cui la Memoria
diventa un oggetto da immaginare, in cui subentra una distanza che
impone una elaborazione, anche narrativa. “In questo senso va ricordato
che Levi è per definizione un oggetto che viene rigenerato nel corso
del tempo, per cui quella di Belpoliti è un’operazione più che
legittima, così come legittima è la pretesa, evidente nel testo, che si
tratti di un’opera importante. È peraltro frequente, in questo tipo di
registri così ampi, che il biografo parli di se stesso attraverso il
biografato”.
Su registro e struttura del libro si sofferma Cavaglion: “Si tratta di
una specie di enciclopedia con lemmi e parole chiave, in cui Belpoliti
ha utilizzato una struttura che è una sua virtù da sempre. Del resto
già in una collana che dirigeva per la Bruno Mondadori, la Biblioteca
degli scrittori, aveva curato un Levi così”. E l’archivio storico del
Corriere della Sera restituisce un articolo del 1998 di Corrado Stajano
che spiega: “Che cosa ha di nuovo la ‘Biblioteca degli scrittori’? Una
struttura razionale, con una divisione in sezioni di utile
consultazione e una trovata che rappresenta un efficace strumento per
il lettore sia che conosca sia che non conosca lo scrittore
protagonista del libro. Quello che purtroppo viene definito
nell'avvertenza del volume una sorta di ipertesto cartaceo inizia con
una breve biografia bene documentata. Nelle pagine di questa biografia,
quella di Primo Levi, per esempio, certe parole sono scritte in
neretto: antisemitismo, chimica, zona grigia, oltre ai titoli dei libri
di Primo Levi, da Se questo è un uomo alla Tregua a I sommersi e i
salvati alle altre opere. La seconda parte, la più nutrita, è un vero e
proprio dizionario dove il lettore trova facilmente quelle voci
indicate in neretto, coi diversi temi analizzati con cura. La terza
parte è una bibliografia ragionata con le opere dell'autore, una scelta
dei libri, dei saggi e degli articoli scritti su di lui e l'elenco
delle opere citate nel testo. Libri utili, insomma, non solo per gli
studenti, ma anche per chi sa e per chi non sa.” Si tratta di una
descrizione che, a parte per le scelte grafiche differenti e una
maggiore dimensione e articolazione del lavoro, spiega anche come sono
organizzate le pagine del volume di Guanda.
Aggiunge Claudio Vercelli: “Le enciclopedie che funzionano bene sono
quelle aperte, e anche se sono sicuro che l’idea a Belpoliti non
piacerebbe, il suo lavoro propende all’ipertesto, quasi una
metawikipedia”. È Cavaglion a confermare l’importanza e l’utilità del
volume soprattutto per studenti e insegnanti, come lo stesso autore
scrive nell’introduzione: “Ho infatti pensato non solo a un lettore da
poltrona o divano, che legge di seguito le pagine, comodamente seduto,
ma a chi insegna o studia le opere di Levi; questi lettori potranno
trovare le informazioni che servono consultando il sommario e l’indice
dei nomi e delle opere.” E non solo, perché il volume comprende insieme
alle dieci fotografie che vogliono raccontare per immagini alcuni
aspetti della personalità umana e intellettuale di Levi, la storia dei
libri e di come sono stati scritti, numerosi lemmi - scritti a volte
come voci di enciclopedia e a volte invece come brevi saggi - alcuni
studi veri e propri dedicati a specifici aspetti dell’opera di Levi,
una bibliografia divisa in sezioni con indicazioni su cosa leggere
utili per chi vuole proseguire lo studio di Levi, una bibliografia vera
e propria dei testi di Levi, intesa come strumento d’orientamento, la
bibliografia dei testi critici citati nel volume e gli indici, sia
delle opere di Levi che dei nomi citati nel volume.
È Anna Foa a sottolineare la grande importanza che potrebbe avere il
grande lavoro di Belpoliti per la percezione di Levi diffusa in Italia:
“So bene che già i suoi primi lavori avevano il grande pregio di
sottolineare il valore letterario di Levi, ma in Italia si parla
tutt’ora di lui prevalentemente come testimone. In America, ma anche
nel resto d’Europa e in Israele il suo valore in quanto scrittore è
riconosciuto da tempo, è considerato uno dei grandissimi del Novecento.
Se questo lavoro riuscirà a influenzare la percezione e l’immagine di
Levi sarà un grande risultato.” Continua Anna Foa: “Personalmente non
sono così convinta che sia giusto fare un’analisi così esclusivamente
centrata sull’aspetto letterario. Ho trovato molto bello il registro di
scrittura, col suo tono letterario, romanziero, interessantissima la
struttura e belle le pagine su Corso Re Umberto, anche se forse avrebbe
potuto riempirle di personaggi. Dei vuoti ci sono: ho avuto la
sensazione che proprio la parte su Torino, sulla Torino ebraica e
antifascista, intendo, sia molto poco approfondita. Lo capirei in un
volume di duecento pagine, forse, ma in oltre settecento mi pare una
mancanza importante. Belpoliti ha su quell’aspetto uno sguardo esterno,
come se si trattasse di qualcosa che non conosce. Potrebbe essere una
scelta consapevole, per concentrarsi solo sul Levi scrittore, ma
davvero manca nel libro tutto il background torinese.” Molto simili le
parole di Manuela Consonni: “Il libro, sin dal titolo, porta a pensare
che Belpoliti voglia occuparsi di tutti gli aspetti di Levi, e di
stabilire la sua autorità in materia, quasi cercasse di ‘impossessarsi’
di Levi. Ma questo è normale, lo fanno tutti. Io ero incuriosita dalla
parte su Torino, ma ho avuto l’impressione netta che non abbia colto
per nulla l’ambiente ebraico della città. Che è strano, anche perché
negli anni ha sviluppato una tale immedesimazione in Levi che è quasi
come se fosse lui. In un certo senso è come se parlasse da dentro Levi.
Belpoliti in realtà con questo libro ha scritto la sua autobiografia
intellettuale.”
Ada Treves twitter @atrevesmoked
(Il disegno è di Giorgio Albertini)
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un ritratto dell'autore
Belpoliti, il saggista pop
In
origine fu il conflitto tra accademia e militanza. La palpitante
critica letteraria contrapposta ai rigidi dettami della tradizione aprì
dibattiti all'ultimo sangue e vanificò litri di inchiostro.
Dopo decenni, l'ultimo dilemma per un intellettuale del nuovo millennio
è diventato poi questo: essere o non essere social? Insegnare il
piacere della lettura ai ragazzi dei talent show e aggiornare Twitter o
esimersi dal ruolo educativo 2.0 e rifugiarsi, seduto alla propria
scrivania dell'università, non alzando il naso dagli scartafacci? Marco
Belpoliti, del quale oggi esce l'ultimo libro “Primo Levi di fronte e
di profilo” (ed. Guanda), sembra aver scelto entrambe le cose ed è
diventato un saggista social. Un saggista pop. Sessant'anni o poco più,
si è laureato alla fine degli anni '70 in Lettere all'Università di
Bologna discutendo una tesi di Semiotica con il professore per
eccellenza: Umberto Eco. Dopo aver insegnato per vent'anni nelle
scuole, è diventato professore universitario tenendo corsi di
Letterature comparate, Letteratura italiana e Sociologia della
letteratura all'Università di Bergamo dove attualmente impartisce
lezioni di Critica letteraria. Ha collaborato con la rivista letteraria
Nuovi Argomenti e scritto di libri sul Manifesto, La Stampa e
l'Espresso. Studioso di Primo Levi, ha curato l'edizione critica delle
sue opere per Einaudi occupandosi inoltre di Pierpaolo Pasolini, Italo
Calvino e Alberto Arbasino.
Fino a qui la strada sembrerebbe piuttosto piana, priva di grandi frenate, curve pericolose o percorsi sterrati.
Ma per quanto Belpoliti ami le Lettere, la tradizione italiana e i suoi
venerati maestri, non può fare a meno di cedere ad una tentazione:
quella dell'attualità.
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voci a confronto
"Un'enciclopedia degli ideali"
Chimica
e testimonianza della deportazione, scienza e antropologia, biologia ed
etologia, ebraismo e idee politiche, e poi tutte le più diverse forme
letterarie, dall’autobiografia al romanzo, dal saggio alla poesia. Non
manca niente di tutto questo nell’opera e nella persona di Primo Levi,
la cui figura viene analizzata da ognuno di tali punti di vista nel
lavoro di Belpoliti. Un’uscita molto attesa:
Claudio Gallo sulla Stampa ha pubblicato alcuni stralci significativi
da cui emerge la poliedricità della figura di Levi attraverso la
descrizione di alcune fotografie presenti nel libro, mentre sull’Espresso
Wlodek Goldkorn ha effettuato un’approfondita analisi dei contenuti in
un certo senso rivoluzionari dell’opera di Belpoliti. Il quale, per
citare proprio le parole di Goldkorn, “usa le oltre settecentotrenta
pagine e il suo bagaglio pluridecennale di studioso di letteratura per
dire una cosa semplice: Levi prima di tutto è stato un grande
scrittore; uno dei più grandi del secolo scorso, non solo tra gli
italiani ma in assoluto”.
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mostre
Le Alpi e la libertà di sbagliare
“Non
sono mai stato un grande alpinista, un grande sciatore, però si andava
in montagna”. Sono parole di Primo Levi, raccolte da Giovanni Tesio in
una intervista inedita e riprese da una mostra organizzata dal Centro
di studi Primo Levi di Torino in collaborazione con la cooperativa
Mines de Cogne e il Comune di Cogne. “Le Alpi di Primo Levi. La mia
trasgressione era la montagna” raccoglie testi e fotografie che
ricostruiscono lo storico rapporto dello scrittore con le Alpi. In
mostra compaiono anche alcuni brani di una intervista fatta a Levi da
Alberto Papuzzi nel ‘66 e apparsa sulla Rivista della Montagna, che qui
riproponiamo integralmente.
La salita alla Torre del Gran San Pietro per la cresta sud ovest
prevede una variante, tuttora citata nella Guida del Gran Paradiso di
Andreis, Chabod, Santi: la variante percorsa da Alessandro Delmastro,
con la sorella Gabriella, l’11 luglio 1938. Delmastro è quel Sandro al
quale Primo Levi ha dedicato il capitolo del ferro nel suo libro Il
sistema periodico.
«Era un ragazzo di statura media, magro ma muscoloso, che neanche nei
giorni più freddi portava mai il cappotto. Aveva grandi mani callose,
un profilo ossuto e scabro, il viso cotto dal sole». Sandro, racconta
Levi, sembrava fatto di ferro, ed è con lui che ha vissuto le più belle
avventure di montagna e di arrampicata. Allora Primo Levi era uno
studente di chimica, che il sabato e la domenica sgambava sulle cime
del Gran Paradiso, d’inverno s’inzuppava di neve con gli sci, e nelle
mezze stagioni si cimentava con le rocce dei Picchi del Pagliaio, dei
Denti di Cumiana, di Rocca Patanüa, del Plü e della Sbarüa, palestre
torinesi alcune diventate classiche altre ormai dimenticate, a quel
tempo frequentate da pochi coraggiosi o stravaganti, in calzoni alla
zuava e vecchi scarponi.
Alberto Papuzzi
da Pagine Ebraiche, settembre 2015
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firenze e i suoi ponti - renzo funaro "Quel patrimonio di tutti"
Torna
domenica 6 settembre l’appuntamento con la Giornata Europea della
Cultura Ebraica, dedicata a “Ponti e AttraversaMenti” e con Firenze
città capofila. Abbiamo chiesto di declinare il concetto ad alcuni
fiorentini noti per il loro impegno in questo campo. Ecco cosa ci ha
risposto Renzo Funaro, architetto e vicepresidente della Fondazione
Beni Culturali Ebraici in Italia.
“Con il tempo Firenze ha un po’ perso la sua centralità. Ma i segnali
di questi mesi sono positivi, penso in particolare all’invito rivolto
ai sindaci di tutto il mondo per un incontro in riva all’Arno.
Un’occasione di rilancio”. Architetto, presidente dell’Opera del Tempio
ebraico di Firenze e vicepresidente della Fondazione Beni Culturali
Ebraici in Italia, Renzo Funaro i ponti li costruisce anche fisicamente.
“Lo stand della Fondazione – spiega – sarà dedicato a una sfida:
valorizzare il patrimonio culturale comune alle religioni abramitiche,
partendo dai beni martoriati dall’Isis in Siria. Non tutti sanno ad
esempio che in alcune zone del paese si parla aramaico, un linguaggio
che è prova della comunanza di origine, linguaggio e tradizione”.
Anche la sinagoga fiorentina, aggiunge Funaro, rappresenta un simbolo.
“Basti pensare ai riferimenti all’architettura moresca, un chiaro
segno”.
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Ponti e muri |
Domenica
6 settembre sarà la Giornata europea della cultura ebraica. Fin qui
benissimo. Ogni anno la manifestazione ha un titolo, che viene deciso
dall’organismo europeo di coordinamento, e che quest’anno è: “Ponti
& AttraversaMenti”. Credo che qui ci sia un problema, di simboli,
di lingue e di culture. E prima che si sollevi un’ondata di protesta
per quanto scriverò qui di seguito, venendo accusato di ottusità e di
chiusura, preciso che auguro tutto il successo alla giornata alla quale
parteciperò (e spero parli poco di ponti) e che ho rispetto per l’idea
dell’attraversamento (ma da dove e verso dove?); ma questa, quella dei
‘ponti’, non è la nostra lingua. Non è un caso che la parola ebraica
per ponte, ghèsher, non compaia mai nella Bibbia.
Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma
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Setirot - Il sindaco |
Non
gli piacciono “i comunisti”, ha amici e collaboratori di estrema
destra, non gli piacciono i libri sul gender, non gli piacciono le
immagini sui “mostri del mare” e forse farà saltare la mostra sulle
‘grandi navi’ del fotografo Berengo Gardin, detesta gli intellettuali
da strapazzo, giura che mai nella sua città (“che è etero”) avrà luogo
un gay pride perché è una buffonata (“vadano a farla a Milano!”),
ovviamente non accetta più neanche un solo migrante. E l’anno prossimo
sarà lui, Luigi Brugnaro, il sindaco che benedirà le celebrazioni per i
500 anni del Ghetto di Venezia…
Stefano Jesurum, giornalista
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Time out - Boicottaggi
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È
incomprensibile l’attrazione che provoca il tentativo di boicottaggio
dei prodotti israeliani su alcuni esponenti dell’ebraismo progressista
italiano. Per qualcuno non sono neanche antisemiti o odiatori
d’Israele, mentre dovremmo essere felici perché hanno smesso di essere
terroristi e tirare missili (non ce ne eravamo accorti). Per altri
invece il senso di colpa è talmente alto da proporre il boicottaggio
dei prodotti israeliani certificati da rabbini che incoraggiano o
difendono la violenza. Premesso che la violenza non piace a nessuno,
sarebbe bene definire cosa significhi difendere la violenza.
Daniel Funaro
Leggi
Ricordare il passato
Yosef
Hayim Yerushalmi z.l., Alfredo e io abbiamo da qualche anno frequenti e
accesi dibattiti su un tema che presumo stia molto a cuore a tutti e
tre, altrimenti la questione sarebbe già chiusa. Che poi Yerushalmi,
purtroppo, ci abbia lasciati da quasi sei anni, e che comunque
difficilmente lo avrei potuto incontrare di persona, poco conta.
Alfredo invece lo vedo abbastanza spesso al Tempio, e forse proprio per
l’affetto che mi unisce alla sua famiglia da anni (i bambini ed io
abbiamo sempre preso la Berachah sotto il Tallit suo e del figlio
Alessandro) vengo da lui chiamata di sovente a discorrere animatamente
e nelle circostanze più svariate, compreso una volta alla fermata
dell’autobus, tra la curiosità dei pendolari in attesa, anche perché
vuoi il fatto che ahimè Alfredo non sente bene, vuoi che gli animi
accesi dalla conversazione innalzavano il nostro tono di voce, non
passavamo tanto inosservati.
Sara Valentina Di Palma, ricercatrice Leggi
Madri d'Israele - Ghefen
Chiudete
per un attimo gli occhi e provate ad immaginare un soldato, una
soldatessa dell’esercito israeliano. Divisa, fucile sotto la spalla
destra, volto serio, impassibile. Ora aprite gli occhi. Vi presento
Ghefen Stolero. Vent’anni, originaria di Netanya. Niente fucile sotto
la spalla, il viso costantemente illuminato da un meraviglioso sorriso.
Solo la divisa verdognola ci pone un grande interrogativo sulla sua
persona. “Faccio parte di un’unità molto speciale”, mi accenna con uno
sguardo complice. Madre di Israele, serve lo Stato con amore e
dedizione, con una passione che la contraddistingue. Il ruolo di Ghefen
all’interno dell’esercito è, infatti, davvero singolare.
David Zebuloni Leggi
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