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27 agosto 2015 - 12 Elul 5775
PAGINE EBRAICHE 24

ALEF / TAV DAVAR PILPUL

alef/tav


Elia Richetti,
rabbino
Questa Parashà contiene settantaquattro mitzvot, la maggior parte delle quali riguarda i rapporti interpersonali. Una mitzvah è però di dubbia attribuzione: c’è chi la considera – appunto – interpersonale, e chi la vede come appartenente a quelle mitzvot che riguardano i nostri rapporti con Ha-Qadòsh Barùkh Hu’. Il versetto che ne parla dice così: “Ciò che esce dalle tue labbra ossservalo e mettilo in pratica, quando hai promesso al Signore tuo D. un dono di cui hai parlato con la tua bocca”. Dal testo sembrerebbe abbastanza chiaro che si parla di voti e promesse fatte a D. Chi fa un voto fa sì che quell’oggetto, o quel denaro, o quell’azione, escano dalla propria giurisdizione per entrare in quella divina; pertanto, una non osservanza del voto è un’appropriazione indebita di qualcosa di destinato a D.
 
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Sergio
Della Pergola,
Università
Ebraica
di Gerusalemme
Sento dire alla televisione da un analista: “Il 1971 è stato un anno complesso” e mi domando se la complessità sia stata una prerogativa esclusiva del 1971 o si possa applicare anche agli anni precedenti e a quelli successivi. Nell’ottica ebraica del mese di Elul, l’ultimo mese del calendario lunare in cui ci troviamo, e in vista dell’inizio del nuovo anno ebraico il primo del mese di Tishri (13-14 settembre), sappiamo bene che il 5775 è stato un anno complesso, così come tutti gli anni precedenti. E ci chiediamo: sarà il 5776 più, meno, o ugualmente complesso?
Arriva Netanyahu,
massima allerta
“Probabile che non ci sarà un incontro pubblico con la comunità, ma è tutto coperto dal massimo riserbo”, afferma la presidente Sara Cividalli.
“Fa assolutamente piacere che arrivi il premier israeliano ma è un arrivo che non c’entra tanto con la comunità, nel senso che non la coinvolge più di tanto”, sottolinea l’assessore alla cultura Enrico Fink.
“Mi va bene la sua visita, ma voglio sapere se è per due popoli e due stati, del resto non mi interessa nulla. Io credo che la Toscana e Firenze possano essere il luogo adatto per firmare un vero e proprio accordo di pace”, commenta l’antropologo Ugo Caffaz.
Per Tomas Jelinek, ristoratore, “non si può nemmeno più di tanto giudicare la figura di Netanyahu se non si vive in Israele”.

Mediterraneo di sangue. Cinquantuno migranti morti soffocati nella stiva di un barcone, questo il bilancio dell’ultima tragedia del Mediterraneo. A stabilire chi finisce sottocoperta sono gli scafisti, racconta La Stampa, in base ai soldi ma anche a criteri razzisti: sopra tunisini, egiziani, siriani; sotto chi arriva dall’Africa nera.

“Contro il razzismo tolleranza zero”. Tolleranza zero per gli “atti di abietta xenofobia, per quelle persone che offendono la dignità degli altri, e per quelli che non vogliono dare una mano quando aiuto legale e umano è richiesto”. Sono parole chiare quelle pronunciate dalla cancelliera tedesca Angela Merkel (citate da Repubblica) in visita al centro di accoglienza per rifugiati di Heidenau, vicino a Dresda, preso di mira nei giorni scorsi da estremisti di destra. Una visita che alcuni residenti hanno accolto esponendo slogan che recitavano “Traditrice”, mentre la tensione nel paese resta molto alta per il moltiplicarsi delle offensive violente della destra xenofoba contro gli immigrati. In risposta, Merkel sottolinea il suo impegno a combattere l’emergenza razzismo, attraverso la decisione di sospendere la convenzione di Dublino per i profughi siriani (concedendo loro asilo senza considerare se prima abbiano attraversato uno Stato sicuro, come ad esempio l’Italia).
 
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  davar
in libreria il grande lavoro di marco belpoliti
Primo Levi, di fronte e di profilo
La risposta più determinata arriva da Manuela Consonni (docente all’Università Ebraica di Gerusalemme, dove ha appena assunto la guida del Centro studi sull’antisemitismo Vidal Sassoon, è autrice di L'eclisse dell'antifascismo. Resistenza, questione ebraica e cultura politica in Italia dal 1943 al 1989): “È evidente che l’autore vuole stabilirsi come il biografo in senso assoluto di Primo Levi. Penso che in effetti Marco Belpoliti sia unico, ha avuto il coraggio di rompersi i denti su Levi; credo non ci sia nulla di Levi che non abbia letto, tentato di analizzare e comprendere nel suo insieme”. Meno netta l’opinione di Anna Foa (autorevole storica italiana, recentemente autrice di Portico d’Ottavia 13. Una casa del ghetto nel lungo inverno del ‘43): “Si tratta certamente di un libro molto importante che si pone come opera definitiva. Per ora. Belpoliti è diventato l’esegeta di Primo Levi, o perlomeno lui così si pone, ma questo enorme volume mi ha dato l’impressione di essere anche, in un certo senso, l’autobiografia di Belpoliti stesso. Come se Levi avesse condizionato la sua vita, e la sua storia”.
L’arrivo in queste ore in libreria dell’ingombrante e importante monografia che Marco Belpoliti dedica a Primo Levi, intitolata Primo Levi di fronte e di profilo (Guanda editore) suscita grande interesse, ma anche alcuni interrogativi fra le voci che spesso si esprimono su Pagine Ebraiche, il giornale dell’ebraismo italiano. Tra le loro prime impressioni, raccolte a caldo, l’aspetto autobiografico del libro torna nelle parole di Alberto Cavaglion (Università di Firenze, fra i massimi esperti di Levi e curatore fra l’altro dell’edizione commentata di Se questo è un uomo), che nota come il volume sia un tentativo di risistemare e organizzare quanto scritto in anni di ricerche: “Pare una specie di bilancio, in cui Belpoliti ha rielaborato tutto quello che ha scritto in quasi trent’anni, e lo dichiara lui stesso nell’introduzione. Ma mi ha un po’ rattristato verificare come si tratti alla fine di un esercizio impietoso, che evidenzia una grande trasformazione: i suoi primi contributi sono stati veramente importanti. All’inizio delle sue ricerche toccava problemi molto profondi, ha avuto intuizioni notevoli, mentre ora è diventato più minimalista, quasi leggero, e io preferivo il primo Belpoliti”. Cavaglion, che conosce bene sia l’autore del libro che tutti i suoi scritti, ritiene che Primo Levi di fronte e di profilo non sia un’opera definitiva. “Non esisterà mai, non può esistere. Questo volume è ‘il Belpoliti su Levi’, è definitivo in questo senso. È forse anche un suo modo per chiudere il discorso, per fare i conti con il suo rapporto con Levi, in un senso quasi autobiografico. Ma non è una pietra miliare”.
La sensazione di un certo fare i conti è espressa anche dallo storico Claudio Vercelli (autore fra l’altro di Il negazionismo. Storia di una menzogna), il cui primo dubbio è se un volume "così enciclopedico da rasentare l’elefantiasi” - sono 736 pagine - abbia una spendibilità editoriale. “La qualità è indiscutibile, il libro è una sorta di vademecum che ripercorre tutta la vita di Levi attraverso le sue opere, e viceversa. Ma mi pare si tratti soprattutto di un testo che è anche una resa dei conti generazionale, una verifica sulle mutevoli percezioni del lavoro di Levi. Belpoliti vuole porre in rilievo l’elemento letterario, il valore dello scrittore, in quello che è anche una sorta di omaggio postumo a una persona che come tale sempre si è posta. È evidente quanto Belpoliti si rispecchi nel Levi letterato”. E sono molte le domande che pone Vercelli, che chiede “A chi compete di più, poi, Levi?” Ai letterati, appunto, oppure agli storici, o alle arti figurative, oppure alle scienze esatte? “Belpoliti adotta per Levi un paradigma letterario che è eminentemente chimico, con una continua composizione e scomposizione molecolare. Dubito che si tratti dell’opera definitiva, anche se l’autore chiaramente vi aspira, ma Levi ha rilevanza e impatto diversi nelle diverse stagioni.” Continua spiegando che è forse presto per affermarlo con certezza ma siamo probabilmente giunti a una svolta in quella stagione culturale che comprende la Shoah nel suo tessuto costitutivo. In questo senso, anche, il recupero di Levi come scrittore ha il senso di una sensibilità trasposta in altri discorsi: nell’epoca in cui la testimonianza si esaurisce si procede sempre più verso un orizzonte in cui la Memoria diventa un oggetto da immaginare, in cui subentra una distanza che impone una elaborazione, anche narrativa. “In questo senso va ricordato che Levi è per definizione un oggetto che viene rigenerato nel corso del tempo, per cui quella di Belpoliti è un’operazione più che legittima, così come legittima è la pretesa, evidente nel testo, che si tratti di un’opera importante. È peraltro frequente, in questo tipo di registri così ampi, che il biografo parli di se stesso attraverso il biografato”.
Su registro e struttura del libro si sofferma Cavaglion: “Si tratta di una specie di enciclopedia con lemmi e parole chiave, in cui Belpoliti ha utilizzato una struttura che è una sua virtù da sempre. Del resto già in una collana che dirigeva per la Bruno Mondadori, la Biblioteca degli scrittori, aveva curato un Levi così”. E l’archivio storico del Corriere della Sera restituisce un articolo del 1998 di Corrado Stajano che spiega: “Che cosa ha di nuovo la ‘Biblioteca degli scrittori’? Una struttura razionale, con una divisione in sezioni di utile consultazione e una trovata che rappresenta un efficace strumento per il lettore sia che conosca sia che non conosca lo scrittore protagonista del libro. Quello che purtroppo viene definito nell'avvertenza del volume una sorta di ipertesto cartaceo inizia con una breve biografia bene documentata. Nelle pagine di questa biografia, quella di Primo Levi, per esempio, certe parole sono scritte in neretto: antisemitismo, chimica, zona grigia, oltre ai titoli dei libri di Primo Levi, da Se questo è un uomo alla Tregua a I sommersi e i salvati alle altre opere. La seconda parte, la più nutrita, è un vero e proprio dizionario dove il lettore trova facilmente quelle voci indicate in neretto, coi diversi temi analizzati con cura. La terza parte è una bibliografia ragionata con le opere dell'autore, una scelta dei libri, dei saggi e degli articoli scritti su di lui e l'elenco delle opere citate nel testo. Libri utili, insomma, non solo per gli studenti, ma anche per chi sa e per chi non sa.” Si tratta di una descrizione che, a parte per le scelte grafiche differenti e una maggiore dimensione e articolazione del lavoro, spiega anche come sono organizzate le pagine del volume di Guanda.
Aggiunge Claudio Vercelli: “Le enciclopedie che funzionano bene sono quelle aperte, e anche se sono sicuro che l’idea a Belpoliti non piacerebbe, il suo lavoro propende all’ipertesto, quasi una metawikipedia”. È Cavaglion a confermare l’importanza e l’utilità del volume soprattutto per studenti e insegnanti, come lo stesso autore scrive nell’introduzione: “Ho infatti pensato non solo a un lettore da poltrona o divano, che legge di seguito le pagine, comodamente seduto, ma a chi insegna o studia le opere di Levi; questi lettori potranno trovare le informazioni che servono consultando il sommario e l’indice dei nomi e delle opere.” E non solo, perché il volume comprende insieme alle dieci fotografie che vogliono raccontare per immagini alcuni aspetti della personalità umana e intellettuale di Levi, la storia dei libri e di come sono stati scritti, numerosi lemmi - scritti a volte come voci di enciclopedia e a volte invece come brevi saggi - alcuni studi veri e propri dedicati a specifici aspetti dell’opera di Levi, una bibliografia divisa in sezioni con indicazioni su cosa leggere utili per chi vuole proseguire lo studio di Levi, una bibliografia vera e propria dei testi di Levi, intesa come strumento d’orientamento, la bibliografia dei testi critici citati nel volume e gli indici, sia delle opere di Levi che dei nomi citati nel volume.
È Anna Foa a sottolineare la grande importanza che potrebbe avere il grande lavoro di Belpoliti per la percezione di Levi diffusa in Italia: “So bene che già i suoi primi lavori avevano il grande pregio di sottolineare il valore letterario di Levi, ma in Italia si parla tutt’ora di lui prevalentemente come testimone. In America, ma anche nel resto d’Europa e in Israele il suo valore in quanto scrittore è riconosciuto da tempo, è considerato uno dei grandissimi del Novecento. Se questo lavoro riuscirà a influenzare la percezione e l’immagine di Levi sarà un grande risultato.” Continua Anna Foa: “Personalmente non sono così convinta che sia giusto fare un’analisi così esclusivamente centrata sull’aspetto letterario. Ho trovato molto bello il registro di scrittura, col suo tono letterario, romanziero, interessantissima la struttura e belle le pagine su Corso Re Umberto, anche se forse avrebbe potuto riempirle di personaggi. Dei vuoti ci sono: ho avuto la sensazione che proprio la parte su Torino, sulla Torino ebraica e antifascista, intendo, sia molto poco approfondita. Lo capirei in un volume di duecento pagine, forse, ma in oltre settecento mi pare una mancanza importante. Belpoliti ha su quell’aspetto uno sguardo esterno, come se si trattasse di qualcosa che non conosce. Potrebbe essere una scelta consapevole, per concentrarsi solo sul Levi scrittore, ma davvero manca nel libro tutto il background torinese.” Molto simili le parole di Manuela Consonni: “Il libro, sin dal titolo, porta a pensare che Belpoliti voglia occuparsi di tutti gli aspetti di Levi, e di stabilire la sua autorità in materia, quasi cercasse di ‘impossessarsi’ di Levi. Ma questo è normale, lo fanno tutti. Io ero incuriosita dalla parte su Torino, ma ho avuto l’impressione netta che non abbia colto per nulla l’ambiente ebraico della città. Che è strano, anche perché negli anni ha sviluppato una tale immedesimazione in Levi che è quasi come se fosse lui. In un certo senso è come se parlasse da dentro Levi. Belpoliti in realtà con questo libro ha scritto la sua autobiografia intellettuale.”


Ada Treves twitter @atrevesmoked

(Il disegno è di Giorgio Albertini)
un ritratto dell'autore
Belpoliti, il saggista pop
In origine fu il conflitto tra accademia e militanza. La palpitante critica letteraria contrapposta ai rigidi dettami della tradizione aprì dibattiti all'ultimo sangue e vanificò litri di inchiostro.
Dopo decenni, l'ultimo dilemma per un intellettuale del nuovo millennio è diventato poi questo: essere o non essere social? Insegnare il piacere della lettura ai ragazzi dei talent show e aggiornare Twitter o esimersi dal ruolo educativo 2.0 e rifugiarsi, seduto alla propria scrivania dell'università, non alzando il naso dagli scartafacci? Marco Belpoliti, del quale oggi esce l'ultimo libro “Primo Levi di fronte e di profilo” (ed. Guanda), sembra aver scelto entrambe le cose ed è diventato un saggista social. Un saggista pop. Sessant'anni o poco più, si è laureato alla fine degli anni '70 in Lettere all'Università di Bologna discutendo una tesi di Semiotica con il professore per eccellenza: Umberto Eco. Dopo aver insegnato per vent'anni nelle scuole, è diventato professore universitario tenendo corsi di Letterature comparate, Letteratura italiana e Sociologia della letteratura all'Università di Bergamo dove attualmente impartisce lezioni di Critica letteraria. Ha collaborato con la rivista letteraria Nuovi Argomenti e scritto di libri sul Manifesto, La Stampa e l'Espresso. Studioso di Primo Levi, ha curato l'edizione critica delle sue opere per Einaudi occupandosi inoltre di Pierpaolo Pasolini, Italo Calvino e Alberto Arbasino.
Fino a qui la strada sembrerebbe piuttosto piana, priva di grandi frenate, curve pericolose o percorsi sterrati.
Ma per quanto Belpoliti ami le Lettere, la tradizione italiana e i suoi venerati maestri, non può fare a meno di cedere ad una tentazione: quella dell'attualità.
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voci a confronto
"Un'enciclopedia degli ideali"
Chimica e testimonianza della deportazione, scienza e antropologia, biologia ed etologia, ebraismo e idee politiche, e poi tutte le più diverse forme letterarie, dall’autobiografia al romanzo, dal saggio alla poesia. Non manca niente di tutto questo nell’opera e nella persona di Primo Levi, la cui figura viene analizzata da ognuno di tali punti di vista nel lavoro di Belpoliti. Un’uscita molto attesa:
Claudio Gallo sulla Stampa ha pubblicato alcuni stralci significativi da cui emerge la poliedricità della figura di Levi attraverso la descrizione di alcune fotografie presenti nel libro, mentre sull’Espresso Wlodek Goldkorn ha effettuato un’approfondita analisi dei contenuti in un certo senso rivoluzionari dell’opera di Belpoliti. Il quale, per citare proprio le parole di Goldkorn, “usa le oltre settecentotrenta pagine e il suo bagaglio pluridecennale di studioso di letteratura per dire una cosa semplice: Levi prima di tutto è stato un grande scrittore; uno dei più grandi del secolo scorso, non solo tra gli italiani ma in assoluto”.
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mostre
Le Alpi e la libertà di sbagliare
“Non sono mai stato un grande alpinista, un grande sciatore, però si andava in montagna”. Sono parole di Primo Levi, raccolte da Giovanni Tesio in una intervista inedita e riprese da una mostra organizzata dal Centro di studi Primo Levi di Torino in collaborazione con la cooperativa Mines de Cogne e il Comune di Cogne. “Le Alpi di Primo Levi. La mia trasgressione era la montagna” raccoglie testi e fotografie che ricostruiscono lo storico rapporto dello scrittore con le Alpi. In mostra compaiono anche alcuni brani di una intervista fatta a Levi da Alberto Papuzzi nel ‘66 e apparsa sulla Rivista della Montagna, che qui riproponiamo integralmente.

La salita alla Torre del Gran San Pietro per la cresta sud ovest prevede una variante, tuttora citata nella Guida del Gran Paradiso di Andreis, Chabod, Santi: la variante percorsa da Alessandro Delmastro, con la sorella Gabriella, l’11 luglio 1938. Delmastro è quel Sandro al quale Primo Levi ha dedicato il capitolo del ferro nel suo libro Il sistema periodico.
«Era un ragazzo di statura media, magro ma muscoloso, che neanche nei giorni più freddi portava mai il cappotto. Aveva grandi mani callose, un profilo ossuto e scabro, il viso cotto dal sole». Sandro, racconta Levi, sembrava fatto di ferro, ed è con lui che ha vissuto le più belle avventure di montagna e di arrampicata. Allora Primo Levi era uno studente di chimica, che il sabato e la domenica sgambava sulle cime del Gran Paradiso, d’inverno s’inzuppava di neve con gli sci, e nelle mezze stagioni si cimentava con le rocce dei Picchi del Pagliaio, dei Denti di Cumiana, di Rocca Patanüa, del Plü e della Sbarüa, palestre torinesi alcune diventate classiche altre ormai dimenticate, a quel tempo frequentate da pochi coraggiosi o stravaganti, in calzoni alla zuava e vecchi scarponi.

Alberto Papuzzi

da Pagine Ebraiche, settembre 2015
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firenze e i suoi ponti - renzo funaro
"Quel patrimonio di tutti"
Torna domenica 6 settembre l’appuntamento con la Giornata Europea della Cultura Ebraica, dedicata a “Ponti e AttraversaMenti” e con Firenze città capofila. Abbiamo chiesto di declinare il concetto ad alcuni fiorentini noti per il loro impegno in questo campo. Ecco cosa ci ha risposto Renzo Funaro, architetto e vicepresidente della Fondazione Beni Culturali Ebraici in Italia.

“Con il tempo Firenze ha un po’ perso la sua centralità. Ma i segnali di questi mesi sono positivi, penso in particolare all’invito rivolto ai sindaci di tutto il mondo per un incontro in riva all’Arno. Un’occasione di rilancio”. Architetto, presidente dell’Opera del Tempio ebraico di Firenze e vicepresidente della Fondazione Beni Culturali Ebraici in Italia, Renzo Funaro i ponti li costruisce anche fisicamente.
“Lo stand della Fondazione – spiega – sarà dedicato a una sfida: valorizzare il patrimonio culturale comune alle religioni abramitiche, partendo dai beni martoriati dall’Isis in Siria. Non tutti sanno ad esempio che in alcune zone del paese si parla aramaico, un linguaggio che è prova della comunanza di origine, linguaggio e tradizione”.
Anche la sinagoga fiorentina, aggiunge Funaro, rappresenta un simbolo. “Basti pensare ai riferimenti all’architettura moresca, un chiaro segno”.
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firenze e i suoi ponti - maria cristina carratù
"Andiamo oltre la superficie"
Torna domenica 6 settembre l’appuntamento con la Giornata Europea della Cultura Ebraica, dedicata a “Ponti e AttraversaMenti” e con Firenze città capofila. Abbiamo chiesto di declinare il concetto ad alcuni fiorentini noti per il loro impegno in questo campo. Ecco cosa ci ha risposto Maria Cristina Carratù, giornalista e fondatrice dell’associazione Dialoghi.

“C’è un rischio, che vedo ormai strutturato: quello di illudersi che siccome si è ‘belli’ non sia necessario andare oltre la superficie. Oggi invece una proposta interessante deve tener conto del postmoderno e farsi luogo di incontro e crocevia di complessità. Se non c’è questo sforzo, la bellezza diventa una palla al piede”.
Giornalista da sempre impegnata nel dialogo interreligioso, Maria Cristina Carratù ha una visione critica dell’offerta fiorentina. Non bastano i grandi eventi, non bastano i grandi convegni. Serve un lavoro quotidiano più assiduo altrimenti, avverte, “i problemi rischiano di restare sotto al tappeto”.
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jciak
Il quaderno dei gemelli
Strappa un sorriso amaro. L’Ungheria che per bloccare i migranti oggi progetta l’invio dell’esercito e alza una barriera al confine con la Serbia, due anni fa candidava agli Oscar “Il grande quaderno” di János Szász, storia cupissima di due gemelli che durante la seconda guerra mondiale si trovano abbandonati a se stessi in un mondo carico di ferocia. Un film, da oggi nelle sale italiane, che ancora una volta ci racconta quanto la guerra, il razzismo siano brutali, assurdi e disumani. Soprattutto se ad attraversarne l’inferno sono due ragazzini, del tutto simili a quelli che dal Sud del mondo e dalle zone di guerra oggi premono ai confini dell’Europa.

Daniela Gross
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  pilpul
Ponti e muri
Domenica 6 settembre sarà la Giornata europea della cultura ebraica. Fin qui benissimo. Ogni anno la manifestazione ha un titolo, che viene deciso dall’organismo europeo di coordinamento, e che quest’anno è: “Ponti & AttraversaMenti”. Credo che qui ci sia un problema, di simboli, di lingue e di culture. E prima che si sollevi un’ondata di protesta per quanto scriverò qui di seguito, venendo accusato di ottusità e di chiusura, preciso che auguro tutto il successo alla giornata alla quale parteciperò (e spero parli poco di ponti) e che ho rispetto per l’idea dell’attraversamento (ma da dove e verso dove?); ma questa, quella dei ‘ponti’, non è la nostra lingua. Non è un caso che la parola ebraica per ponte, ghèsher, non compaia mai nella Bibbia.

Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma
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Setirot - Il sindaco 
Non gli piacciono “i comunisti”, ha amici e collaboratori di estrema destra, non gli piacciono i libri sul gender, non gli piacciono le immagini sui “mostri del mare” e forse farà saltare la mostra sulle ‘grandi navi’ del fotografo Berengo Gardin, detesta gli intellettuali da strapazzo, giura che mai nella sua città (“che è etero”) avrà luogo un gay pride perché è una buffonata (“vadano a farla a Milano!”), ovviamente non accetta più neanche un solo migrante. E l’anno prossimo sarà lui, Luigi Brugnaro, il sindaco che benedirà le celebrazioni per i 500 anni del Ghetto di Venezia…

Stefano Jesurum, giornalista
Time out - Boicottaggi
È incomprensibile l’attrazione che provoca il tentativo di boicottaggio dei prodotti israeliani su alcuni esponenti dell’ebraismo progressista italiano. Per qualcuno non sono neanche antisemiti o odiatori d’Israele, mentre dovremmo essere felici perché hanno smesso di essere terroristi e tirare missili (non ce ne eravamo accorti). Per altri invece il senso di colpa è talmente alto da proporre il boicottaggio dei prodotti israeliani certificati da rabbini che incoraggiano o difendono la violenza. Premesso che la violenza non piace a nessuno, sarebbe bene definire cosa significhi difendere la violenza.

Daniel Funaro
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Ricordare il passato

Yosef Hayim Yerushalmi z.l., Alfredo e io abbiamo da qualche anno frequenti e accesi dibattiti su un tema che presumo stia molto a cuore a tutti e tre, altrimenti la questione sarebbe già chiusa. Che poi Yerushalmi, purtroppo, ci abbia lasciati da quasi sei anni, e che comunque difficilmente lo avrei potuto incontrare di persona, poco conta. Alfredo invece lo vedo abbastanza spesso al Tempio, e forse proprio per l’affetto che mi unisce alla sua famiglia da anni (i bambini ed io abbiamo sempre preso la Berachah sotto il Tallit suo e del figlio Alessandro) vengo da lui chiamata di sovente a discorrere animatamente e nelle circostanze più svariate, compreso una volta alla fermata dell’autobus, tra la curiosità dei pendolari in attesa, anche perché vuoi il fatto che ahimè Alfredo non sente bene, vuoi che gli animi accesi dalla conversazione innalzavano il nostro tono di voce, non passavamo tanto inosservati.

Sara Valentina Di Palma, ricercatrice
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Madri d'Israele - Ghefen
Chiudete per un attimo gli occhi e provate ad immaginare un soldato, una soldatessa dell’esercito israeliano. Divisa, fucile sotto la spalla destra, volto serio, impassibile. Ora aprite gli occhi. Vi presento Ghefen Stolero. Vent’anni, originaria di Netanya. Niente fucile sotto la spalla, il viso costantemente illuminato da un meraviglioso sorriso. Solo la divisa verdognola ci pone un grande interrogativo sulla sua persona. “Faccio parte di un’unità molto speciale”, mi accenna con uno sguardo complice. Madre di Israele, serve lo Stato con amore e dedizione, con una passione che la contraddistingue. Il ruolo di Ghefen all’interno dell’esercito è, infatti, davvero singolare.

David Zebuloni
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