21 luglio 2016 - 15 Tammuz 5776

Se non visualizzi correttamente questo messaggio, fai click qui

 28 Luglio 2016 - 22 Tammuz 5776
PAGINE EBRAICHE 24

ALEF / TAV DAVAR PILPUL

alef/tav


Elia Richetti,
rabbino
Moshè si preoccupa per tempo che dopo di lui ci sia una guida adatta per il popolo ebraico, e ne definisce i caratteri: “ashèr yetzè lifnehèm wa-ashèr yavò lifnehèm, wa-ashèr yotzièm wa-ashèr yevièm”, “che esca davanti a loro ed entri davanti a loro, che li faccia uscire e li faccia entrare”.
Il Manhìg, la guida, il Maestro, deve muoversi davanti al duo pubblico, indicargli la strada, e non farsi tirare dietro di loro. Deve essere lui la guida nell’ “uscire”, nel decidere quando essere facilitante, e nell’ “entrare”, ossia decidere quando applicare maggior rigore.
Deve anche “farli uscire” dai loro falsi convincimenti, e “farli entrare”, riportarli alla tradizione.
Pretendere che il Rav faccia qualcosa di diverso è snaturarne il compito.
 
Leggi

Sergio
Della Pergola,
Università
Ebraica
di Gerusalemme
Nella contingenza della grave crisi migratoria e politica delle società europee contemporanee, la straordinaria convergenza di idee e di sensibilità che si è creata fra papa Francesco e il sociologo ex-marxista figlio di genitori ebrei Zygmunt Bauman racchiude un elemento certamente condivisibile assieme a una grave carenza. L’elemento condivisibile riguarda il richiamo a una maggiore accoglienza e tolleranza delle diversità, a uno sforzo di solidarietà e di giustizia distributiva, e in definitiva a un superamento dei nazionalismi a favore di una società più umana e cosmopolita. Ha fatto eco Angela Merkel con la sua definizione della Germania come società compassionevole. Ma proprio il richiamo alla natura ecumenica della persona umana costituisce un limite alla rilevanza e all’efficacia di questo nobile messaggio. Portato all’estremo, questo limite emerge nel discorso ripetitivo fino all’ossessione di tanti politici europei circa l’inesistenza di un fenomeno diffuso di terrorismo islamico laddove i singoli episodi di violenza assassina vengono attribuiti a turbe psichiche individuali, a situazioni di disagio personale, a difetti del processo di integrazione, dunque in modo esplicito o latente a una colpa della società che accoglie i profughi in cerca di rifugio più che a una parte degli immigranti stessi. Per dimostrare la vanità di queste teorie basta una semplicissima considerazione comparativa. Grandissima parte della recente drammatica ondata di immigrazione proviene da paesi dell’Africa a sud del Sahara e dalla regione del Corno d’Africa, e coinvolge persone di fede musulmana, cristiana e animista. Eppure i casi di violenza assassina nei confronti della società civile europea da parte di africani non musulmani sono rarissimi o quasi inesistenti. Tutta la drammatica sequela di stragi, eccidi, sparatorie e accoltellamenti degli ultimi anni è invece attribuibile quasi senza eccezione a membri espliciti o nominali della fede islamica, nati in Nord Africa e Medio Oriente, o nati in Europa da famiglie di tali provenienze. Il confronto Africa-Islam è illuminante perché dimostra che vi sono centinaia di migliaia di persone che soffrono il dramma della propria dislocazione senza peraltro portare attentato all’ordine delle società di accoglimento. E sono proprio quelle che per la demente logica della visibilità sarebbero le più esposte a trattamenti discriminatori. Ma più importante ancora è la considerazione delle differenti matrici identitarie che stanno alla base dell’attuale ondata di terrorismo. La sua logica trascendente, cui segue l’applicazione operativa, è ben radicata e esplicitamente predicata nell’Islam medio-orientale e nord-africano ma non nel Cristianesimo o nei culti animisti di tanti altri immigranti dall’Africa. Dunque a parità di condizioni di sofferenza, disagio, discriminazione e povertà, la scintilla dell’odio e della distruzione si accende in una certa matrice identitaria ma non in un’altra. Dal filo di questa osservazione dovrebbero emergere le conseguenze logiche sia per chi voglia trasmettere un messaggio di alto profilo ideale, sia per chi voglia contrastare e contenere quella che sembra una vera a propria lotta di liberazione contro l’Occidente.
 
Leggi

L'Italia e la minaccia Isis, mappati i luoghi sensibili
Una mappatura dei locali pubblici che potrebbero diventare bersaglio di atti di terrorismo. L’indicazione operativa fornita nei giorni successivi agli attentati di Parigi del novembre scorso è ormai in fase avanzata, praticamente terminata a Roma. Nella lista, tra gli altri, anche bar, cinema, chiese e conventi. Il motivo di questa operazione è evidente, spiega il Corriere, ed è stato ribadito subito dopo l’attacco di Nizza: proteggere quelli che sono diventati obiettivi primari, “perché più vulnerabili”. Le ultime disposizioni sono state trasmesse dopo i numerosi attacchi in Francia e Germania ed evidenziano come il target e il modo di operare dei terroristi sia radicalmente cambiato, “visto che l’attacco non viene sempre indirizzato verso obiettivi istituzionali o contro coloro che rappresentano lo Stato”.
Ieri intanto è stato espulso dall’Italia Mohammed Madad, un imam estremista che da poco aveva lasciato il Reggiano per il Vicentino. Spiega il Messaggero: “Trasferendosi a Noventa l’imam marocchino aveva lasciato a Carpineto la moglie e quattro figli, due maschi e due femmine una delle quali aveva chiamato Jihad, ‘guerra santa’. Tornava a casa un paio di giorni la settimana e, stando a quanto sostiene la polizia, per la sua famiglia non erano momenti di serenità”.

Suscita ancora sgomento l’uccisione di padre Jacques Hamel, il prete francese trucidato da due jihadisti nella sua chiesa in Normandia. “Qualcuno parla di guerra di religione, ma tutte le religioni vogliono la pace” ha detto ieri Bergoglio sull’aereo papale diretto a Cracovia.
Esplicito il richiamo al terrorismo islamico di Noemi Di Segni, presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, una parte del cui intervento è oggi pubblicato sull’Osservatore Romano, il quotidiano della Santa Sede. Ferma la condanna per un’azione “che ancora una volta sconvolge per la brutalità e la ferocia” e che deve trovarci tutti uniti “non solo nella condanna, ma anche nella volontà di non rinunciare a vivere appieno la nostra quotidianità”. Questo vogliono i nemici delle società libere e democratiche Questo, sottolinea Di Segni, “è ciò che assieme ogni giorno intendiamo combattere con il massimo impegno”.
Sul Foglio, il presidente emerito dell’Assemblea Rabbinica Italiana rav Giuseppe Laras scrive: “Il Grande imam di al Azhar, Ahmad Al Tayyieb, caro alla Comunità di S. Egidio e ad alcuni politici italiani, condanna quanto è accaduto, giustamente. Mi chiedo però dove fosse quando è accaduto altrettanto nei centri ebraici europei, da Tolosa a Parigi”. Il rav si rivolge anche alla Chiesa e ai suoi vertici: “Leggendo i giornali di questi giorni e molte esternazioni di vescovi e cardinali – scrive – il fatto di essere divenuta vecchia e tremebonda, almeno in occidente, non rappresenta purtroppo in sé un progresso morale. Specie se risulta difficile persino chiamare il male per nome e dire che si tratta di islam jihadista e che l’islam jihadista, che non esaurisce l’islam e il mondo variegato dei musulmani, ma che comunque ne è disgraziatamente parte attiva, nutrita, ben radicata e ricca, è un’ipoteca epocale per il sussistere, almeno in Europa, della nostra civiltà”.
 
Leggi

  davar
Venezia, gli ebrei e l'europa
Shylock, giustizia è fatta
“In piedi, entra la corte!” Con un mormorio divertito il pubblico del processo simulato intentato da Shylock contro Antonio e la Repubblica di Venezia, e contro Porzia, ha ubbidito alle parole di Jennifer Harrison Newman, manager della Compagnia de’ Colombari che ieri, alla Scuola Grande di San Rocco, era Maestro Cerimoniere. Molta curiosità, molta mondanità, e soprattutto la voglia di vedere in azione la famosa e temuta Ruth Bader Ginsburg, giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti avevano fatto crescere negli scorsi giorni le aspettativa per un appuntamento unico. Che è riuscito a sorprendere ed emozionare. Ribaltamento di prospettiva, l’appello di Shylock è stato accolto, anche se solo in parte: dopo venti minuti di camera di consiglio, seguiti a due ore di discussione appassionata e appassionante, il giudice Bader ha annunciato che la corte, all’unanimità, era arrivata a tre decisioni: annullata la richiesta della libbra di carne, definita “a merry sport”, ma soprattutto nulla la richiesta di conversione. Saranno resi i tremila ducati a Shylock, che rientra anche nelle sue proprietà, e dovrà scontare una pena Porzia, colpevole di aver agito da giudice in un processo in cui era chiaramente parte in causa, e considerata – parole del giudice Bader – ipocrita, truffatrice.
Due ore di discussioni appassionate, per nulla scontate, emozionanti, che hanno seguito il benvenuto del Guardian Grando della Scuola Grande di San Rocco e le parole del Rettore di Ca’ Foscari, Michele Bugliesi, che nel suo discorso ha voluto ringraziare Shaul Bassi, vero artefice della “settimana del Mercante”, salutato da un lungo e caloroso applauso. E prima di entrare nel vivo del processo Fabrizio Marrella, a sua volta docente di Ca’ Foscari, ha offerto una lezione sulla pratica dell’arbitrato nella Repubblica di Venezia ai tempi di Shakespeare. Aprendo uno dei problemi dibattuti nelle ore successive: perché quello che poteva essere un processo civile, gestibile con un arbitrato, è stato trasformato in un processo penale, se non per la volontà di accanirsi contro Shylock?
Entra Shylock. F. Murray Abraham, grande attore americano, ha attraversato l’ampia sala fra gli applausi, per impersonare Shylock, ed è stato Shylock a duettare con Ruth Bader Ginsburg, che ha immediatamente dimostrato di avere un’energia e una grinta molto maggiori di quel che il suo fragile fisico mostrerebbe. È bastato lo scambio con Murray Abraham – che ha offerto al pubblico il notissimo monologo “Hath not a Jew eyes? Hath not a Jew hands, organs, dimensions, senses, affections, passions?…” per far capire che nulla era “per finta” e che il prosieguio sarebbe stato decisamente emozionante.

(Le foto sono di Giovanni Montenero)

Ada Treves @atrevesmoked
Leggi

venezia, gli ebrei e l'europa v
Una giornata carica di significati
Una giornata intensa quella della presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Noemi Di Segni a Venezia. Una giornata all’insegna della cultura, della storia dolorosa quanto vitale della comunità ebraica locale, del ricordo dei 500 anni dalla costruzione del ghetto e delle tante iniziative dedicate a questo anniversario. Ma anche un’occasione per riflettere e confrontarsi sul futuro dell’ebraismo italiano con le diverse anime della Comunità.
Ad aprire la serie di appuntamenti veneziani della presidente dell’Unione, accompagnata dal presidente della Comunità ebraica locale Paolo Gnignati e dai Consiglieri Enrico Levis e Giuseppe Salvadori, l’incontro con il sindaco della città Luigi Brugnaro. A seguire, il confronto con la Comunità e i suoi iscritti per parlare della situazione attuale del mondo ebraico italiano e delle sfide da raccogliere nell’immediato così come nel lungo periodo.
La giornata è poi proseguita con la visita, con la guida della storica dell’urbanistica Donatella Calabi, dell’importante mostra a Palazzo Ducale Venezia, gli ebrei e l’Europa, di cui Calabi è la curatrice. Un viaggio negli oltre 500 anni di vita ebraica nella Laguna, a cui sono seguiti due appuntamenti culturali: il processo simulato intentato da Shylock contro Antonio e la Repubblica di Venezia, e contro Porzia, messo in scena alla Scuola Grande di San Rocco; a partecipare all’iniziativa, Ruth Bader Ginsburg, giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti, protagonista di un cordiale incontro con la presidente Di Segni a margine dell’appuntamento alla Scuola Grande.
Secondo e conclusivo evento della giornata, lo spettacolo Il Mercante di Venezia, in scena in questi giorni al Campo del Ghetto Novo con la regia di Karin Coonrod.


(Le foto sono di Giovanni Montenero)
Leggi

VENEZIA, GLI EBREI E L'EUROPA
"Una mostra che parla a tutti"
Inizia prima dell’istituzione del ghetto e finisce dopo l’emancipazione, coprendo più di cinque secoli di storia ebraica, ma anche cittadina, la mostra intitolata “Venezia, gli ebrei e l’Europa”, in corso a Palazzo Ducale fino a novembre, tra gli eventi che segnano la stagione culturale del cinquecentenario del Ghetto di Venezia. A guidare il gruppo di Redazione Aperta insieme tra gli altri alla presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Noemi Di Segni, al presidente della Comunità di Venezia Paolo Gnignati e al presidente della Fondazione per i Beni Culturali Ebraici in Italia Dario Disegni, la curatrice Donatella Calabi. “A raccontare la storia degli ebrei a Venezia – ha spiegato Calabi – sono soprattutto documenti originali, tra cui libri, fotografie, disegni d’archivio, e dipinti, affiancati da dispositivi multimediali”. Attraverso questa fortunata combinazione si raccontano l’edilizia tutta particolare del Campo con le sue case eccezionalmente elevate, conosciute come i grattacieli di Venezia, le cinque sinagoghe e le tre piazze sviluppatesi nel tempo, ma anche il lavoro degli ebrei nelle stamperie, le vicende delle famiglie storiche, gli intrecci delle vicende ebraiche con quelli della città e dell’urbanistica. “Abbiamo voluto trovare un modo per rivolgerci a un pubblico anche di non esperti – le parole di Calabi – e in queste prime settimane di apertura ho visto il pubblico interagire con i dispositivi della mostra, tra cui anche molti bambini, e questo può considerarsi un vero successo”. Il percorso termina poi con una montagnetta virtuale dove ciascuno può lasciare attraverso la tecnologia qualcosa di sé, con l’idea, come ha spiegato la curatrice, “che la storia vada avanti e si stratifichi attraverso ciascuno dei visitatori”.
Leggi

venezia, gli ebrei e l'europa v
Il Mercante e la dignità del testo
“Il mercante di Venezia? Una critica della società, che si cela nei dettagli, nella complessità dei personaggi, ma soprattutto nelle ambiguità linguistiche che il testo lascia al lettore”. A spiegarlo, Dario Calimani, anglista e docente dell’Università Ca’ Foscari di Venezia nel corso dell’incontro organizzato per Redazione aperta, il laboratorio giornalistico realizzato tra Trieste e Venezia dalla redazione dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. L’incontro con Calimani è stata l’occasione per un confronto su Il mercante di Venezia, di cui lo studioso, tra i più autorevoli esperti dell’opera shakespeariana, ha pubblicato un’apprezzata nuova traduzione annotata e commentata per i tipi di Marsilio. Nell’ambito delle iniziative culturali promosse in occasione del cinquecentenario del ghetto della città lagunare, Il mercante di Venezia è protagonista questa settimana di una messa in scena per la prima volta proprio nel campo del ghetto nuovo. “Il Mercante è un testo che pone moltissime domande – ha osservato Calimani – un dramma problematico il cui testo va letto in profondità e non può essere interpretato solo parzialmente”.

Per lo studioso è necessario restituire al testo di Shakespeare – e non solo – la propria dignità, senza distorcerne il senso cercando di attualizzarlo a tutti i costi o attribuirgli risposte che invece non vi si trovano.
Leggi


noventa vicentina
Via Almirante, l'ok della Giunta "Scelta esecrabile e oltraggiosa"
Una decisione “oltraggiosa” verso quella parte di italiani “che hanno sofferto o perso la vita durante il regime fascista”. Soprattutto in un momento in cui “odio e violenza dilagano ovunque”, una scelta diseducativa “per le nuove generazioni, per i suoi concittadini e per tutto il popolo italiano”.
Così il presidente della Comunità ebraica di Verona Bruno Carmi in una lettera inviata al sindaco di Noventa Vicentina, comune veneto guidato da un’amministrazione di centrodestra che negli scorsi giorni ha deliberato l’intitolazione di una strada a Giorgio Almirante.
“Le idee di Giorgio Almirante – scrive Carmi – hanno sostenuto tutta la campagna razziale, la discriminazione e la persecuzione delle minoranze, fino alla cattura e alla deportazione di migliaia di ebrei italiani e stranieri residenti con la diretta collaborazione della polizia fascista”. La decisione della giunta di Noventa Vicentina rappresenta quindi per Carmi “un esecrabile desiderio di continuità e adesione a quel pensiero”.
Leggi

  pilpul


Setirot - Simboli
Fin da subito, anni fa, sono stato contrarissimo alla legge francese che vieta i simboli religiosi negli uffici pubblici e in particolare nelle scuole – legge più nota come “anti velo”. Ne capivo le motivazioni, ne accettavo la buona fede, però mi pareva un obbrobrio. Sono fermamente convinto che lo Stato e la scuola pubblica debbano essere rigorosi sul proprio essere laici, sulla trasmissione della laicità e sul severo controllo che l’insegnamento e l’orientamento non trasgrediscano di una virgola questo dettato. Ma un conto è la struttura scolastica e un conto sono gli individui, che a mio avviso hanno l’inalienabile diritto – se vogliono – di entrare in classe o all’università o in un tribunale portando la kippah o un velo che lasci scoperto il viso (come da leggi di pubblica sicurezza sull’ordine pubblico). Perché questa premessa? Perché giorni fa ho letto un articolo bello, sincero e chiaro, di Gheula Canarutto – che i lettori di Moked ben conoscono. E allora mi sono chiesto come mai un “super laico” come me fosse in sintonia con una “super religiosa” come Gheula. La risposta credo sia nelle sue stesse parole. “Sono nata e cresciuta a Milano. I miei genitori sono di Bologna e i miei nonni di Bologna e Trieste. Sono un’ebrea italiana a tutti gli effetti. Godo di diritto di voto, sono laureata in Bocconi, dove ho insegnato alla Scuola di Direzione Aziendale per sette anni. Porto la parrucca. La mia mamma e la mia nonna non l’hanno mai indossata. La mia è stata una scelta, assolutamente controtendenza. Nessuno mi ha imposto di metterla, non c’è stata nessuna pressione sociale. Nessuna delle mie amiche la portava”. Parrucca, hijab, catenine con stelle o croci… il mondo ha bisogno di libertà, e certamente non c’è una libertà che valga meno di un’altra.

Stefano Jesurum, giornalista
Leggi

In ascolto - Il violinista sul tetto
È il 1970 e la vita del piccolo villaggio di Lekenik, nella Yugoslavia comunista, sta per essere sconvolta. Nelle stradine, tra le casupole, arriva con grande clamore una fila di camion da cui scendono star di Hollywood, cine operatori e attrezzature filmiche d’ogni genere, che si piazzano su quelle stradine fino ad allora silenziose e ci restano sei mesi. In quel lungo periodo Lekenik si trasforma in uno shtetl e i suoi abitanti in ebrei est europei d’altri tempi, tra le viuzze risuonano le note del musical e delle melodie chassidiche e i tetti prendono i colori di Chagall.
Lekenik, nel cuore della Croazia, diventa il set della trasposizione cinematografica de “Il violinista sul tetto”, musical di Broadway di straordinario successo, tratto da “Tevje il lattivendolo e altre storie”, di Shalom Aleichem. Quando i camion ripartono con le apparecchiature e le curiose postazioni di make-up, il villaggio ritorna alla quiete e vi resta per molti anni, fino al 2010 quando, grazie al lavoro del Center for Jewish Education Rimon di Zagabria, diventa il punto di riferimento di un grande progetto in cui c’è spazio per lo studio e la divulgazione della storia ebraica di Zagabria, la raccolta delle memorie, gli atelier creativi e lo sviluppo del turismo.
Il film vinse tre oscar, di cui uno per la colonna sonora, firmata dal geniale John Williams.


Maria Teresa Milano
Leggi


Time out - I leader che mancano
Non è il tempo del silenzio, ma delle parole. Forse per questo che percepiamo in maniera così esplicita la mancanza di leadership nel mondo occidentale. Mancano coloro che hanno il coraggio di fornire una visione, di spiegazione la situazione attuale che appare ai più incomprensibile e che nel frattempo riescono a offrire una soluzione ai problemi. Di questo si occupa la politica, o meglio di questo si dovrebbe occupare. Se questo manca quello spazio finisce per essere occupato da altri, da chi della paura fa il proprio leitmotiv e lo sa fare anche bene.

Daniel Funaro
Leggi

La sorte della signora
Che ne sarà della signora Schroeder? La sua ingenuità la porterà in prigione o peggio, o la salverà dalla reclusione ma le lascerà abbastanza tempo per rendersi forse conto della tragedia di cui è stata peggio che spettatrice, comparsa?
Al termine della lettura del miglior libro che ho letto in questi giorni di afa e noia – Il Signor Norris Se Ne Va (Christopher Isherwood – Adelphi, 18 Euro, traduzione Piero Leoni) – è di lei che mi preoccupo, non di Norris né di Bradshaw, che ne sono rispettivamente il protagonista e l’osservatore narrante.


Valerio Fiandra
Leggi


Piove
Piove, è giovedì e non sono a Cesena, potremmo dire parafrasando Moretti, ma diversamente dal poeta non c’è motivo di tristezza né mi vedo costretta a constatare l’infelicità di chi mi è caro. Gioisco invece della pioggia, del profumo di città bagnata e del momentaneo sollievo dalla calura. Vero è che in questa stagione non chiediamo la pioggia, e nell’Amidà recitiamo invece il morid HaTal, l’arrivo della rugiada, per non incorrere nei danni degli acquazzoni fuori stagione, ma l’Altissimo ci sorride dall’alto mandando quasi sempre proprio a Pesach, quando dovrebbe iniziare la stagione di siccità e per questo diciamo la Tefillat Tal per chiedere il dono della rugiada, dei solenni temporali.

Sara Valentina Di Palma
Leggi

moked è il portale dell'ebraismo italiano
Seguici su  FACEBOOK  TWITTER
Pagine Ebraiche 24, l'Unione Informa e Bokertov sono pubblicazioni edite dall'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. L'UCEI sviluppa mezzi di comunicazione che incoraggiano la conoscenza e il confronto delle realtà ebraiche. Gli articoli e i commenti pubblicati, a meno che non sia espressamente indicato il contrario, non possono essere intesi come una presa di posizione ufficiale, ma solo come la autonoma espressione delle persone che li firmano e che si sono rese gratuitamente disponibili. Gli utenti che fossero interessati a offrire un proprio contributo possono rivolgersi all'indirizzo desk@ucei.it  Avete ricevuto questo messaggio perché avete trasmesso a Ucei l'autorizzazione a comunicare con voi. Se non desiderate ricevere ulteriori comunicazioni o se volete comunicare un nuovo indirizzo e-mail, scrivete a: desk@ucei.it indicando nell'oggetto del messaggio "cancella" o "modifica". © UCEI - Tutti i diritti riservati - I testi possono essere riprodotti solo dopo aver ottenuto l'autorizzazione scritta della Direzione. l'Unione informa - notiziario quotidiano dell'ebraismo italiano - Reg. Tribunale di Roma 199/2009 - direttore responsabile: Guido Vitale.