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Elia Richetti,
rabbino
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Moshè
si preoccupa per tempo che dopo di lui ci sia una guida adatta per il
popolo ebraico, e ne definisce i caratteri: “ashèr yetzè lifnehèm
wa-ashèr yavò lifnehèm, wa-ashèr yotzièm wa-ashèr yevièm”, “che esca
davanti a loro ed entri davanti a loro, che li faccia uscire e li
faccia entrare”.
Il Manhìg, la guida, il Maestro, deve muoversi davanti al duo pubblico,
indicargli la strada, e non farsi tirare dietro di loro. Deve essere
lui la guida nell’ “uscire”, nel decidere quando essere facilitante, e
nell’ “entrare”, ossia decidere quando applicare maggior rigore.
Deve anche “farli uscire” dai loro falsi convincimenti, e “farli entrare”, riportarli alla tradizione.
Pretendere che il Rav faccia qualcosa di diverso è snaturarne il compito.
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Sergio
Della Pergola,
Università
Ebraica
di Gerusalemme
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Nella
contingenza della grave crisi migratoria e politica delle società
europee contemporanee, la straordinaria convergenza di idee e di
sensibilità che si è creata fra papa Francesco e il sociologo
ex-marxista figlio di genitori ebrei Zygmunt Bauman racchiude un
elemento certamente condivisibile assieme a una grave carenza.
L’elemento condivisibile riguarda il richiamo a una maggiore
accoglienza e tolleranza delle diversità, a uno sforzo di solidarietà e
di giustizia distributiva, e in definitiva a un superamento dei
nazionalismi a favore di una società più umana e cosmopolita. Ha fatto
eco Angela Merkel con la sua definizione della Germania come società
compassionevole. Ma proprio il richiamo alla natura ecumenica della
persona umana costituisce un limite alla rilevanza e all’efficacia di
questo nobile messaggio. Portato all’estremo, questo limite emerge nel
discorso ripetitivo fino all’ossessione di tanti politici europei circa
l’inesistenza di un fenomeno diffuso di terrorismo islamico laddove i
singoli episodi di violenza assassina vengono attribuiti a turbe
psichiche individuali, a situazioni di disagio personale, a difetti del
processo di integrazione, dunque in modo esplicito o latente a una
colpa della società che accoglie i profughi in cerca di rifugio più che
a una parte degli immigranti stessi. Per dimostrare la vanità di queste
teorie basta una semplicissima considerazione comparativa. Grandissima
parte della recente drammatica ondata di immigrazione proviene da paesi
dell’Africa a sud del Sahara e dalla regione del Corno d’Africa, e
coinvolge persone di fede musulmana, cristiana e animista. Eppure i
casi di violenza assassina nei confronti della società civile europea
da parte di africani non musulmani sono rarissimi o quasi inesistenti.
Tutta la drammatica sequela di stragi, eccidi, sparatorie e
accoltellamenti degli ultimi anni è invece attribuibile quasi senza
eccezione a membri espliciti o nominali della fede islamica, nati in
Nord Africa e Medio Oriente, o nati in Europa da famiglie di tali
provenienze. Il confronto Africa-Islam è illuminante perché dimostra
che vi sono centinaia di migliaia di persone che soffrono il dramma
della propria dislocazione senza peraltro portare attentato all’ordine
delle società di accoglimento. E sono proprio quelle che per la demente
logica della visibilità sarebbero le più esposte a trattamenti
discriminatori. Ma più importante ancora è la considerazione delle
differenti matrici identitarie che stanno alla base dell’attuale ondata
di terrorismo. La sua logica trascendente, cui segue l’applicazione
operativa, è ben radicata e esplicitamente predicata nell’Islam
medio-orientale e nord-africano ma non nel Cristianesimo o nei culti
animisti di tanti altri immigranti dall’Africa. Dunque a parità di
condizioni di sofferenza, disagio, discriminazione e povertà, la
scintilla dell’odio e della distruzione si accende in una certa matrice
identitaria ma non in un’altra. Dal filo di questa osservazione
dovrebbero emergere le conseguenze logiche sia per chi voglia
trasmettere un messaggio di alto profilo ideale, sia per chi voglia
contrastare e contenere quella che sembra una vera a propria lotta di
liberazione contro l’Occidente.
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L'Italia e la minaccia Isis, mappati i luoghi sensibili
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Una
mappatura dei locali pubblici che potrebbero diventare bersaglio di
atti di terrorismo. L’indicazione operativa fornita nei giorni
successivi agli attentati di Parigi del novembre scorso è ormai in fase
avanzata, praticamente terminata a Roma. Nella lista, tra gli altri,
anche bar, cinema, chiese e conventi. Il motivo di questa operazione è
evidente, spiega il Corriere, ed è stato ribadito subito dopo l’attacco
di Nizza: proteggere quelli che sono diventati obiettivi primari,
“perché più vulnerabili”. Le ultime disposizioni sono state trasmesse
dopo i numerosi attacchi in Francia e Germania ed evidenziano come il
target e il modo di operare dei terroristi sia radicalmente cambiato,
“visto che l’attacco non viene sempre indirizzato verso obiettivi
istituzionali o contro coloro che rappresentano lo Stato”.
Ieri intanto è stato espulso dall’Italia Mohammed Madad, un imam
estremista che da poco aveva lasciato il Reggiano per il Vicentino.
Spiega il Messaggero: “Trasferendosi a Noventa l’imam marocchino aveva
lasciato a Carpineto la moglie e quattro figli, due maschi e due
femmine una delle quali aveva chiamato Jihad, ‘guerra santa’. Tornava a
casa un paio di giorni la settimana e, stando a quanto sostiene la
polizia, per la sua famiglia non erano momenti di serenità”.
Suscita ancora sgomento l’uccisione di padre Jacques Hamel, il prete
francese trucidato da due jihadisti nella sua chiesa in Normandia.
“Qualcuno parla di guerra di religione, ma tutte le religioni vogliono
la pace” ha detto ieri Bergoglio sull’aereo papale diretto a Cracovia.
Esplicito il richiamo al terrorismo islamico di Noemi Di Segni,
presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, una parte del
cui intervento è oggi pubblicato sull’Osservatore Romano, il quotidiano
della Santa Sede. Ferma la condanna per un’azione “che ancora una volta
sconvolge per la brutalità e la ferocia” e che deve trovarci tutti
uniti “non solo nella condanna, ma anche nella volontà di non
rinunciare a vivere appieno la nostra quotidianità”. Questo vogliono i
nemici delle società libere e democratiche Questo, sottolinea Di Segni,
“è ciò che assieme ogni giorno intendiamo combattere con il massimo
impegno”.
Sul Foglio, il presidente emerito dell’Assemblea Rabbinica Italiana rav
Giuseppe Laras scrive: “Il Grande imam di al Azhar, Ahmad Al Tayyieb,
caro alla Comunità di S. Egidio e ad alcuni politici italiani, condanna
quanto è accaduto, giustamente. Mi chiedo però dove fosse quando è
accaduto altrettanto nei centri ebraici europei, da Tolosa a Parigi”.
Il rav si rivolge anche alla Chiesa e ai suoi vertici: “Leggendo i
giornali di questi giorni e molte esternazioni di vescovi e cardinali –
scrive – il fatto di essere divenuta vecchia e tremebonda, almeno in
occidente, non rappresenta purtroppo in sé un progresso morale. Specie
se risulta difficile persino chiamare il male per nome e dire che si
tratta di islam jihadista e che l’islam jihadista, che non esaurisce
l’islam e il mondo variegato dei musulmani, ma che comunque ne è
disgraziatamente parte attiva, nutrita, ben radicata e ricca, è
un’ipoteca epocale per il sussistere, almeno in Europa, della nostra
civiltà”.
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Venezia, gli ebrei e l'europa Shylock, giustizia è fatta
“In
piedi, entra la corte!” Con un mormorio divertito il pubblico del
processo simulato intentato da Shylock contro Antonio e la Repubblica
di Venezia, e contro Porzia, ha ubbidito alle parole di Jennifer
Harrison Newman, manager della Compagnia de’ Colombari che ieri, alla
Scuola Grande di San Rocco, era Maestro Cerimoniere. Molta curiosità,
molta mondanità, e soprattutto la voglia di vedere in azione la famosa
e temuta Ruth Bader Ginsburg, giudice della Corte Suprema degli Stati
Uniti avevano fatto crescere negli scorsi giorni le aspettativa per un
appuntamento unico. Che è riuscito a sorprendere ed emozionare.
Ribaltamento di prospettiva, l’appello di Shylock è stato accolto,
anche se solo in parte: dopo venti minuti di camera di consiglio,
seguiti a due ore di discussione appassionata e appassionante, il
giudice Bader ha annunciato che la corte, all’unanimità, era arrivata a
tre decisioni: annullata la richiesta della libbra di carne, definita
“a merry sport”, ma soprattutto nulla la richiesta di conversione.
Saranno resi i tremila ducati a Shylock, che rientra anche nelle sue
proprietà, e dovrà scontare una pena Porzia, colpevole di aver agito da
giudice in un processo in cui era chiaramente parte in causa, e
considerata – parole del giudice Bader – ipocrita, truffatrice.
Due
ore di discussioni appassionate, per nulla scontate, emozionanti, che
hanno seguito il benvenuto del Guardian Grando della Scuola Grande di
San Rocco e le parole del Rettore di Ca’ Foscari, Michele Bugliesi, che
nel suo discorso ha voluto ringraziare Shaul Bassi, vero artefice della
“settimana del Mercante”, salutato da un lungo e caloroso applauso. E
prima di entrare nel vivo del processo Fabrizio Marrella, a sua volta
docente di Ca’ Foscari, ha offerto una lezione sulla pratica
dell’arbitrato nella Repubblica di Venezia ai tempi di Shakespeare.
Aprendo uno dei problemi dibattuti nelle ore successive: perché quello
che poteva essere un processo civile, gestibile con un arbitrato, è
stato trasformato in un processo penale, se non per la volontà di
accanirsi contro Shylock?
Entra
Shylock. F. Murray Abraham, grande attore americano, ha attraversato
l’ampia sala fra gli applausi, per impersonare Shylock, ed è stato
Shylock a duettare con Ruth Bader Ginsburg, che ha immediatamente
dimostrato di avere un’energia e una grinta molto maggiori di quel che
il suo fragile fisico mostrerebbe. È bastato lo scambio con Murray
Abraham – che ha offerto al pubblico il notissimo monologo “Hath not a
Jew eyes? Hath not a Jew hands, organs, dimensions, senses, affections,
passions?…” per far capire che nulla era “per finta” e che il
prosieguio sarebbe stato decisamente emozionante.
(Le foto sono di Giovanni Montenero)
Ada Treves @atrevesmoked Leggi
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venezia, gli ebrei e l'europa v Una giornata carica di significati
Una
giornata intensa quella della presidente dell’Unione delle Comunità
Ebraiche Italiane Noemi Di Segni a Venezia. Una giornata all’insegna
della cultura, della storia dolorosa quanto vitale della comunità
ebraica locale, del ricordo dei 500 anni dalla costruzione del ghetto e
delle tante iniziative dedicate a questo anniversario. Ma anche
un’occasione per riflettere e confrontarsi sul futuro dell’ebraismo
italiano con le diverse anime della Comunità.
Ad
aprire la serie di appuntamenti veneziani della presidente dell’Unione,
accompagnata dal presidente della Comunità ebraica locale Paolo
Gnignati e dai Consiglieri Enrico Levis e Giuseppe Salvadori,
l’incontro con il sindaco della città Luigi Brugnaro. A seguire, il
confronto con la Comunità e i suoi iscritti per parlare della
situazione attuale del mondo ebraico italiano e delle sfide da
raccogliere nell’immediato così come nel lungo periodo.
La
giornata è poi proseguita con la visita, con la guida della storica
dell’urbanistica Donatella Calabi, dell’importante mostra a Palazzo
Ducale Venezia, gli ebrei e l’Europa, di cui Calabi è la curatrice. Un
viaggio negli oltre 500 anni di vita ebraica nella Laguna, a cui sono
seguiti due appuntamenti culturali: il processo simulato intentato da
Shylock contro Antonio e la Repubblica di Venezia, e contro Porzia,
messo in scena alla Scuola Grande di San Rocco; a partecipare
all’iniziativa, Ruth Bader Ginsburg, giudice della Corte Suprema degli
Stati Uniti, protagonista di un cordiale incontro con la presidente Di
Segni a margine dell’appuntamento alla Scuola Grande.
Secondo e conclusivo evento della giornata, lo spettacolo Il Mercante
di Venezia, in scena in questi giorni al Campo del Ghetto Novo con la
regia di Karin Coonrod.
(Le foto sono di Giovanni Montenero) Leggi
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VENEZIA, GLI EBREI E L'EUROPA "Una mostra che parla a tutti"
Inizia
prima dell’istituzione del ghetto e finisce dopo l’emancipazione,
coprendo più di cinque secoli di storia ebraica, ma anche cittadina, la
mostra intitolata “Venezia, gli ebrei e l’Europa”, in corso a Palazzo
Ducale fino a novembre, tra gli eventi che segnano la stagione
culturale del cinquecentenario del Ghetto di Venezia. A guidare il
gruppo di Redazione Aperta insieme tra gli altri alla presidente
dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Noemi Di Segni, al
presidente della Comunità di Venezia Paolo Gnignati e al presidente
della Fondazione per i Beni Culturali Ebraici in Italia Dario Disegni,
la curatrice Donatella Calabi. “A raccontare la storia degli ebrei a
Venezia – ha spiegato Calabi – sono soprattutto documenti originali,
tra cui libri, fotografie, disegni d’archivio, e dipinti, affiancati da
dispositivi multimediali”. Attraverso questa fortunata combinazione si
raccontano l’edilizia tutta particolare del Campo con le sue case
eccezionalmente elevate, conosciute come i grattacieli di Venezia, le
cinque sinagoghe e le tre piazze sviluppatesi nel tempo, ma anche il
lavoro degli ebrei nelle stamperie, le vicende delle famiglie storiche,
gli intrecci delle vicende ebraiche con quelli della città e
dell’urbanistica. “Abbiamo voluto trovare un modo per rivolgerci a un
pubblico anche di non esperti – le parole di Calabi – e in queste prime
settimane di apertura ho visto il pubblico interagire con i dispositivi
della mostra, tra cui anche molti bambini, e questo può considerarsi un
vero successo”. Il percorso termina poi con una montagnetta virtuale
dove ciascuno può lasciare attraverso la tecnologia qualcosa di sé, con
l’idea, come ha spiegato la curatrice, “che la storia vada avanti e si
stratifichi attraverso ciascuno dei visitatori”. Leggi
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venezia, gli ebrei e l'europa v Il Mercante e la dignità del testo
“Il
mercante di Venezia? Una critica della società, che si cela nei
dettagli, nella complessità dei personaggi, ma soprattutto nelle
ambiguità linguistiche che il testo lascia al lettore”. A spiegarlo,
Dario Calimani, anglista e docente dell’Università Ca’ Foscari di
Venezia nel corso dell’incontro organizzato per Redazione aperta, il
laboratorio giornalistico realizzato tra Trieste e Venezia dalla
redazione dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. L’incontro con
Calimani è stata l’occasione per un confronto su Il mercante di
Venezia, di cui lo studioso, tra i più autorevoli esperti dell’opera
shakespeariana, ha pubblicato un’apprezzata nuova traduzione annotata e
commentata per i tipi di Marsilio. Nell’ambito delle iniziative
culturali promosse in occasione del cinquecentenario del ghetto della
città lagunare, Il mercante di Venezia è protagonista questa settimana
di una messa in scena per la prima volta proprio nel campo del ghetto
nuovo. “Il Mercante è un testo che pone moltissime domande – ha
osservato Calimani – un dramma problematico il cui testo va letto in
profondità e non può essere interpretato solo parzialmente”.
Per
lo studioso è necessario restituire al testo di Shakespeare – e non
solo – la propria dignità, senza distorcerne il senso cercando di
attualizzarlo a tutti i costi o attribuirgli risposte che invece non vi
si trovano. Leggi
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Setirot - Simboli
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Fin
da subito, anni fa, sono stato contrarissimo alla legge francese che
vieta i simboli religiosi negli uffici pubblici e in particolare nelle
scuole – legge più nota come “anti velo”. Ne capivo le motivazioni, ne
accettavo la buona fede, però mi pareva un obbrobrio. Sono fermamente
convinto che lo Stato e la scuola pubblica debbano essere rigorosi sul
proprio essere laici, sulla trasmissione della laicità e sul severo
controllo che l’insegnamento e l’orientamento non trasgrediscano di una
virgola questo dettato. Ma un conto è la struttura scolastica e un
conto sono gli individui, che a mio avviso hanno l’inalienabile diritto
– se vogliono – di entrare in classe o all’università o in un tribunale
portando la kippah o un velo che lasci scoperto il viso (come da leggi
di pubblica sicurezza sull’ordine pubblico). Perché questa premessa?
Perché giorni fa ho letto un articolo bello, sincero e chiaro, di
Gheula Canarutto – che i lettori di Moked ben conoscono. E allora mi
sono chiesto come mai un “super laico” come me fosse in sintonia con
una “super religiosa” come Gheula. La risposta credo sia nelle sue
stesse parole. “Sono nata e cresciuta a Milano. I miei genitori sono di
Bologna e i miei nonni di Bologna e Trieste. Sono un’ebrea italiana a
tutti gli effetti. Godo di diritto di voto, sono laureata in Bocconi,
dove ho insegnato alla Scuola di Direzione Aziendale per sette anni.
Porto la parrucca. La mia mamma e la mia nonna non l’hanno mai
indossata. La mia è stata una scelta, assolutamente controtendenza.
Nessuno mi ha imposto di metterla, non c’è stata nessuna pressione
sociale. Nessuna delle mie amiche la portava”. Parrucca, hijab,
catenine con stelle o croci… il mondo ha bisogno di libertà, e
certamente non c’è una libertà che valga meno di un’altra.
Stefano Jesurum, giornalista
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In ascolto - Il violinista sul tetto
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È
il 1970 e la vita del piccolo villaggio di Lekenik, nella Yugoslavia
comunista, sta per essere sconvolta. Nelle stradine, tra le casupole,
arriva con grande clamore una fila di camion da cui scendono star di
Hollywood, cine operatori e attrezzature filmiche d’ogni genere, che si
piazzano su quelle stradine fino ad allora silenziose e ci restano sei
mesi. In quel lungo periodo Lekenik si trasforma in uno shtetl e i suoi
abitanti in ebrei est europei d’altri tempi, tra le viuzze risuonano le
note del musical e delle melodie chassidiche e i tetti prendono i
colori di Chagall.
Lekenik, nel cuore della Croazia, diventa il set della trasposizione
cinematografica de “Il violinista sul tetto”, musical di Broadway di
straordinario successo, tratto da “Tevje il lattivendolo e altre
storie”, di Shalom Aleichem. Quando i camion ripartono con le
apparecchiature e le curiose postazioni di make-up, il villaggio
ritorna alla quiete e vi resta per molti anni, fino al 2010 quando,
grazie al lavoro del Center for Jewish Education Rimon di Zagabria,
diventa il punto di riferimento di un grande progetto in cui c’è spazio
per lo studio e la divulgazione della storia ebraica di Zagabria, la
raccolta delle memorie, gli atelier creativi e lo sviluppo del turismo.
Il film vinse tre oscar, di cui uno per la colonna sonora, firmata dal geniale John Williams.
Maria Teresa Milano
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Time out - I leader che mancano
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Non
è il tempo del silenzio, ma delle parole. Forse per questo che
percepiamo in maniera così esplicita la mancanza di leadership nel
mondo occidentale. Mancano coloro che hanno il coraggio di fornire una
visione, di spiegazione la situazione attuale che appare ai più
incomprensibile e che nel frattempo riescono a offrire una soluzione ai
problemi. Di questo si occupa la politica, o meglio di questo si
dovrebbe occupare. Se questo manca quello spazio finisce per essere
occupato da altri, da chi della paura fa il proprio leitmotiv e lo sa
fare anche bene.
Daniel Funaro
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La sorte della signora
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Che
ne sarà della signora Schroeder? La sua ingenuità la porterà in
prigione o peggio, o la salverà dalla reclusione ma le lascerà
abbastanza tempo per rendersi forse conto della tragedia di cui è stata
peggio che spettatrice, comparsa?
Al termine della lettura del miglior libro che ho letto in questi
giorni di afa e noia – Il Signor Norris Se Ne Va (Christopher Isherwood
– Adelphi, 18 Euro, traduzione Piero Leoni) – è di lei che mi
preoccupo, non di Norris né di Bradshaw, che ne sono rispettivamente il
protagonista e l’osservatore narrante.
Valerio Fiandra
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Piove
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Piove,
è giovedì e non sono a Cesena, potremmo dire parafrasando Moretti, ma
diversamente dal poeta non c’è motivo di tristezza né mi vedo costretta
a constatare l’infelicità di chi mi è caro. Gioisco invece della
pioggia, del profumo di città bagnata e del momentaneo sollievo dalla
calura. Vero è che in questa stagione non chiediamo la pioggia, e
nell’Amidà recitiamo invece il morid HaTal, l’arrivo della rugiada, per
non incorrere nei danni degli acquazzoni fuori stagione, ma l’Altissimo
ci sorride dall’alto mandando quasi sempre proprio a Pesach, quando
dovrebbe iniziare la stagione di siccità e per questo diciamo la
Tefillat Tal per chiedere il dono della rugiada, dei solenni temporali.
Sara Valentina Di Palma
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