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29 novembre 2018 - 21 Kislev 5779
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SOCIETà

Il 1938 e le ferite dell’antisemitismo giuridico

img headerLa legislazione antiebraica del 1938 rappresenta un esempio paradigmatico di come il diritto possa operare come fattore di “vulnerazione”. La parola rinvia alla vulnerabilità che, pur essendo un fenomeno di ampio spettro, è tuttavia riconducibile ad un nucleo semantico riguardante la suscettibilità a venire feriti, offesi.
La vulnerabilità, in ambito politico e giuridico, risulta associata alle diverse situazioni nelle quali discriminazioni, stigmatizzazioni, violenze diventano salienti nel produrre il non-riconoscimento nei confronti degli individui e si connette tipicamente alle esperienze dell’umiliazione, della vessazione, dello spregio. Tali esperienze toccano: a) l’integrità e la libertà, minacciate dalla violenza che ci pone nell’impossibilità di esercitare l’autonomia personale; b) la comprensione che una persona ha di sé, negata da atti e comportamenti che colpiscono un soggetto escludendolo dal soddisfacimento di pretese legittime, rappresentando un attacco al rispetto e alla stima che poniamo in noi stessi; c) l’identità individuale, ferita con l’esclusione dello status di partecipanti all’interazione e di eguali soggetti di diritto. Si tratta di esperienze che negano la dignità umana. La nozione di vulnerabilità, in questa prospettiva, diventa una categoria euristica e un indicatore qualitativo e quantitativo delle violazioni alla eguale dignità degli esseri umani.
Le leggi antiebraiche (razziste) del 1938 e i successivi provvedimenti amministrativi introdussero divieti e obblighi di varia natura, ognuno dei quali produceva effetti notevoli sui destinatari e sull’insieme della società italiana. Si è trattato di disposizioni e provvedimenti che realizzavano la sinergia tra le pseudo-scienze della razza e un progetto totalitario che individua e sceglie il tema della razza come elemento costitutivo e fondante della sua ideologia e come centro delle sue politiche.

Baldassare Pastore, Università degli Studi di Ferrara

Il testo è una rielaborazione dell’Introduzione al Convegno "1938: antisemitismo giuridico italiano. A ottant’anni dalle leggi razziali" che si è svolto al Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, il 20-21 novembre 2018. 

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protagonisti

Riccardo Fubini, un giurista da riscoprire

img headerRiccardo Fubini nacque a Torino il 10 marzo 1874 da Davide (figlio di Sabbato Emanuele ed Esmeralda Levi) e Anna Fubini (figlia di Israel e Colomba Malvano). Ebbe come fratello il primogenito Vittorio Emanuele (che si diede all’avvocatura) e come sorella la più giovane Elvira (che si unirà in matrimonio con lo scienziato astigiano Alessandro Artom).
Si laureò in giurisprudenza presso l’Università degli studi di Torino l’8 luglio 1895. Discusse la tesi con Salvatore Cognetti di Martiis (ordinario di economia politica), Federico Benevolo (libero docente di diritto e procedura penale) e Guido Fusinato (ordinario di diritto internazionale). Della commissione di laurea facevano altresì parte Gian Pietro Chironi (il quale, dopo la conversione agli studi giuridici di Fubini, divenne il suo maestro) e Giuseppe Carle (preside della Facoltà di giurisprudenza).
Ebbe tre figli dalla moglie Bice Colombo: Mario (critico letterario – allievo di Ferdinando Neri e Lionello Venturi – e accademico dei Lincei), Giulia Giorgina e Renzo (economista, allievo di Luigi Einaudi – il quale ultimo, verso la fine dell’Ottocento, lavorò, tra gli altri, assieme allo stesso Riccardo Fubini e a Gioele Solari nel «Laboratorio» diretto da Cognetti –, che fu deportato ad Auschwitz, ove morì il 14 aprile 1944).
Conseguì l’abilitazione alla libera docenza in Diritto civile nel 1910, che fu confermata nel 1929.
Insegnò Diritto civile nella suddetta Facoltà tra gli anni accademici 1929/’30 e 1937/’38 (non si può escludere qualche interruzione, ma sul punto non è possibile esprimerci con certezza, perché sono andati dispersi i registri degli anni accademici 1932/’33, 1933/’34 e 1937/’38). Le lezioni ebbero per oggetto il contratto e le obbligazioni.
Il 27 dicembre 1933 prestò giuramento (ai sensi dell’art. 18 del d.m. 28 agosto 1931, n. 1227) avanti al Rettore Silvio Piovano.

Roberto Calvo, Università della Valle D’Aosta

Il testo è tratto dalla prefazione di “La dottrina dell’errore nell’ordinamento giuridico italiano” ristampato da Edizioni Scientifiche Italiane). 

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MACHSHEVET ISRAEL

I falsi messia, figure da esplorare 

img headerI cosiddetti ‘falsi messia’ hanno costellato in modo abbastanza sistematico la storia del popolo ebraico dalla penisola iberica alla Persia. Ne parlano già le cronache di Flavio Giuseppe e da Bar Khochbà a Jakob Franz sembra quasi un fenomeno costante, guardato con severa preoccupazione dalle autorità ma la cui rilevanza storica e il connesso significato religioso non sono forse stati del tutto indagati. Scholem ha dato un enorme contributo esplorando il caso di Shabbataj Tzevì e Nathan di Gaza (pare non vi sia messia senza chi lo proclami tale) ma la lista è lunga, anche se sconosciuta ai più: da Mosè da Creta a Isacco Al-Isfahani, da Saura ben Itzchaq a David Alroy, da Avraham Abulafia a David Reubeni... e c’è chi include nella lista persino il Ramchal, Moshè Chajjim Luzzatto. Il fenomeno in sé non può essere rimosso solo perché eccentrico o pericoloso, soprattutto quando diventa antinomico ossia rifiuta le mitzwot. In tal senso trovo stimolante questo pensiero di Franz Rosenzweig: “Il falso messia è una figura vecchia come la speranza del vero messia: esso è la forma cangiante di una speranza che non cambia”. Il filosofo neokantiano Steven Schwarzschild, riprendendo un’immagine buberiana, ha sostenuto che i falsi messia sono come i medici che Dio occasionalmente manda a risvegliare il malato – il popolo ebraico in esilio – perché il sonno che lo avvolge, pur necessario per alleviare le sofferenze della galut, non diventi un’anticamera della morte. Questi risvegli, con cui è stata frequentemente scossa la storia della diaspora ebraica, servivano a tener viva la speranza di Israele fino a quando fosse sopraggiunto il vero messia.

Massimo Giuliani, docente al Diploma Studi Ebraici, UCEI 

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società        

Poche bizzarre righe

Di settemila persone interpellate per conto della Cnn America in Austria, Francia, Gran Bretagna, Germania, Polonia, Svezia e Ungheria circa mille e quattrocento ritengono che l'antisemitismo sia una reazione al comportamento degli ebrei. Di quei settemila, circa mille e settecento credono che gli ebrei abbiano troppo potere nella finanza, e la manovrino a loro vantaggio e a svantaggio del popolo. Più o meno altrettanti dichiarano che gli ebrei hanno un ruolo e un interesse in ognuna delle guerre del mondo. Circa duemila e cinquecento sanno poco o niente della Shoah (un austriaco su dieci, di quelli compresi fra i 18 e i 34 anni, non ne ha mai sentito parlare, in Francia vale per uno su cinque). Fra quelli che ne sanno, oltre mille e duecento spiegano che lo sterminio degli ebrei è stato provocato dalla loro protervia di avvelenatori di pozzi e prestatori di denaro a usura. Sommati quelli che la sanno così, quelli che la sanno pochino e quelli che non la sanno affatto, siamo a oltre la metà degli intervistati. Di sondaggi del genere ne escono a ripetizione, un po' ignorati sotto il vacuo trambusto quotidiano.

Mattia Feltri, La Stampa,
29 novembre 2018 


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società 

Minacce ad Asia Bibi
E ancora silenzio

E che fanno i governi europei, quelli che esibiscono i buoni sentimenti dell'accoglienza, dell'attenzione ai diritti umani? Tacciono, e se si prova a chiedere loro se hanno intenzione di dare una mano alla donna perseguitata di nome Asia Bibi, evitano di rispondere, la retorica dell'accoglienza si affloscia, l'ostentazione dei luminosi valori europei si disintegra nell'ipocrisia. E il governo italiano? Tace, assente, accondiscendente, prigioniero di un cinismo che sembra essere la cifra morale specifica di una coalizione che scambia il valore della sovranità con l'indifferenza assoluta per tutto ciò che accade al di fuori dei confini nazionali. E le forze politiche che sbandierano il rispetto della dignità di ogni donna e di ogni uomo? Tacciono, non sanno come usare Asia Bibi per le loro convenienze. E le organizzazioni internazionali come Amnesty International? Mute, prive di ogni residua credibilità: in passato sembravano sincere nella difesa dei diritti fondamentali, ma adesso sono diventati enti inutili, peccato.



Pierluigi Battista, Corriere della Sera,
26 novembre 2018  


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Shir Shishi - una poesia per erev shabbat

Il libro di Adamo ed Eva

img headerDell’antico libro apocrifo di Adamo ed Eva sono rimaste solo le traduzioni in greco e armeno e una in ebraico datata 1936. Secondo gli studiosi è stato scritto in ebraico prima della distruzione del Secondo Tempio. Si tratta di un racconto favolistico della prima famiglia vissuta sulla terra, ovvero della prima coppia di esseri umani creati per completarsi a vicenda e condividere lo stesso destino: la cacciata da uno spazio fantastico, destinato a essere violato perché l’uomo è creato a immagine di Dio, ma non potrà mai essere come Lui. Adamo ed Eva dopo aver mangiato con sfrontatezza il frutto dell’albero della conoscenza, sono costretti a confrontarsi con le difficoltà più atroci, fino all’omicidio compiuto dal figlio Caino.
Nonostante tutto Adamo vive 930 anni e gli nascono 30 figli e 30 figlie. Nella memoria collettiva Eva è la seduttrice, il simbolo del peccato, la donna dalla mente frivola come dicono i Saggi (Tb, Shabbat 33,2) mentre nel testo apocrifo è descritta come donna mistica e moglie leale alla disperata ricerca di salvare il marito da una malattia che lo porterà alla morte.

9, 1-2, Adamo si ammalò e chiamò ad alta voce e chiese di far venire da lui tutti i suoi figli perché voleva vederli prima di morire.  […] 9, 2. Anche Eva piangeva e disse ad Adamo: alzati mio signore e dammi metà del tuo male e lo sopporterò io perché è a causa mia che patisci questo malessere. […] 19,1-3 e andarono Eva e Set fino all’estremità del Giardino e lì piansero e implorarono Dio che mandasse il suo angelo con l’olio della salvezza. Dio inviò Michele, il grande ministro e il messaggero di Dio disse a Set: non toccare con la preghiera l’albero da cui scorre l’olio per ungere tuo padre Adamo, perché non ti verrà dato ora ma solo alla fine dei giorni. [...] 31, 3-4, E disse Eva a lui: perché muori tu mentre io rimango in questo mondo? Dimmelo per piacere. E Adamo le rispose: non ti preoccupare, noi due moriremo insieme e nel luogo in cui sarò seppellito io, seppelliranno anche te.

Sarah Kaminski, Università di Torino 

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