L'APPELLO DIFFUSO DALL'EUROPEAN UNION OF JEWISH STUDENT
"I governi non legittimino Lukashenko"

“Tutti siamo in pericolo al momento e super spaventati. Ci sentiamo come in guerra, abbiamo davvero bisogno di aiuto nel diffondere le informazioni. Parlo alle persone che sentiranno la mia voce registrata: chiedo a tutti di andare nei vostri paesi, nelle vostre città, sotto le ambasciate e in strada, e chiedere ai vostri governanti di non sostenere il potere di Lukashenko, di non legittimarlo. Di chiedere ai vostri governi che facciano in modo che i prigionieri politici vengano liberati. Abbiamo veramente bisogno di questo aiuto ora”. In questo momento difficile in Bielorussia, dove la repressione del regime di Aleksandr Lukashenko è sempre più feroce, la European Union of Jewish Students ha diffuso l'appello di una giovane ebrea bielorussa, attiva in queste ore di protesta. Un appello registrato a voce in cui si invitano le persone a mobilitarsi e a chiedere ai rispettivi governi di non legittimare il potere di Lukashenko, di fare pressione per liberare le oltre seimila persone arrestate in questi giorni di protesta. Sui social network molte sono le immagini che circolano in queste ore di una dimostrazione pacifica guidata dalle donne, vestite in bianco, che chiedono la liberazione dei manifestanti (nell'immagine, un momento della manifestazione immortalato dal giornalista Franak Viačorka). Diversi media israeliani hanno rilanciato inoltre i video di soldati e agenti bielorussi che, in protesta con la violenza dei colleghi che seguono gli ordini di Lukashenko, si sono fatti riprendere mentre gettano via le proprie divise.
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LE TESTIMONIANZE DEGLI ISRAELIANI CHE ABITANO AL CONFINE
Israele e le nuove tensioni con Gaza
“Ci preoccupa di più la pandemia”

Stop all'approvvigionamento di carburante nella Striscia di Gaza e attacchi mirati contro obiettivi legati a Hamas. Israele ha risposto in queste ore duramente al lancio di palloncini incendiari da parte dei palestinesi di Gaza che hanno causato in 48 ore decine di incendi. “Ogni estate c'è una escalation di violenza nella nostra zona. Ci siamo abituati”, la testimonianza di Amit Kaspi del Kibbutz Kerem Shalom a Yedioth Ahronot. "Finché non ci sono missili e sirene di allarme, qui è praticamente l'America”. Secondo Kaspi, anni di vita vicino alla Striscia di Gaza, hanno preparato lui e la sua famiglia ad affrontare i pericoli della violenza che arriva da oltreconfine. Attualmente, la preoccupazione maggiore per i Kaspi sono i cambiamenti legati alla pandemia. “Stiamo passando più tempo a casa e meno all'esterno, quindi, per quanto riguarda la sicurezza, siamo meno preoccupati. In passato, prima di ogni campagna militare, c'erano i preparativi per l'istruzione e l'evacuazione delle famiglie, ma hanno sempre fallito. Anche nella prima ondata del coronavirus, i preparativi per organizzare gli studi a distanza sono stati fatti, ma è praticamente crollato tutto”. Un'altra testimonianza raccolta dal giornale è quella di Guy Teitelbaum, un altro residente di Kerem Shalom, padre di tre figli, di 8, 11 e 17 anni. Per Teitelbaum il vero problema per tutti i residenti è la pandemia. “Credo che il nostro consiglio regionale stia facendo tutto il possibile, e lo si può vedere nella percentuale dei contagi, ma quello che succede nelle scuole è fuori dal nostro controllo. È nelle mani del governo che non sa se rimarrà in carica fino a domani mattina”.
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PAGINE EBRAICHE - DOSSIER LIBRI IN VALIGIA
Il cavaliere che sogna la chuppah
Per chi è in partenza, quali libri porterete in valigia? Come redazione, con l'aiuto di alcuni amici e collaboratori, ci siamo permessi di darvi qualche suggerimento nel dossier di agosto di Pagine Ebraiche, “Libri in valigia”, spaziando su vari temi e fronti. Di seguito il suggerimento della traduttrice Anna Linda Callow.
Come lettura estiva propongo la riscoperta di due “cavalieri” ebrei molto diversi tra loro ma con qualcosa in comune. Le loro storie, infatti, sono state entrambe narrate in yiddish, una nel Cinquecento, l’altra a cavallo tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento. Sono anche racchiuse in due libri di tipologie molto diverse: un raffinato saggio di alta filologia, in inglese, edito da Brill – con costi conseguenti – e un tascabile di Feltrinelli. Si tratta rispettivamente di Bovo d’Antona by Elye Bokher. A Yiddish Romance, a cura di Claudia Rosenzweig, e di Tewje il lattaio, di Sholem Aleichem.
Il primo è un’edizione critica del testo, in yiddish antico, di un poema cavalleresco in ottava rima in cui si narrano le complicatissime vicende del cavaliere Bovo e delle peripezie che deve affrontare per sposare la sua amata Drusiana.
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Setirot - Responsabilità individuale
 Indignati – di più: furibondi – con i parlamentari e i rappresentanti delle istituzioni che hanno richiesto il bonus Covid19. Giusto, sacrosanto, pur senza mettere tutti nel mazzo della vergogna dal momento che su molti consiglieri comunali e sindaci pesano importanti responsabilità a fronte di ben miseri compensi. Lo schifo che provoca l’ennesimo malcostume, la rabbia sollecitata (correttamente per carità) dalla pompatura dei media, non devono però farci commettere l’umanissimo e comodissimo errore da cui proprio la nostra etica ebraica (aggiungerei tuttavia l’etica in generale) ci mette in guardia.
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Letture facoltative - Leibowitz
 Sono passati quarant’anni dalla pubblicazione da parte di Carucci per il DAC (il dipartimento di assistenza culturale dell’UCII, predecessore dell’UCEI) di un volume che raccoglieva scritti eterogenei di Jeshajàhu Leibowitz dal titolo “Ebraismo, popolo ebraico e stato d’Israele”.
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 Prosegue il lavoro di divulgazione storica di Claudio Vercelli, che si affianca a quello di ricerca, mantenendo nell’uno e nell’altro campo lo stesso rigore metodologico. Gli ultimi due agili volumi, usciti a breve distanza l’uno dall’altro, riguardano due rilevanti nodi della storia contemporanea italiana: sono infatti dedicati rispettivamente a El Alamein e a Frontiere contese a Nordest. L’Alto Adriatico, le foibe e l’esodo giuliano-dalmata. Entrambi i volumi sono pubblicati, come i precedenti ( Israele settant’anni. Nascita di una nazione; Francamente razzisti. Le leggi razziali in Italia; Neofascismi; L’anno fatale 1919; da Piazza Sansepolcro a Fiume) dalle Edizioni del Capricorno, Torino.
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Machshevet Israel - L’uso delle parole
 Una delle prime battute scherzose in ebraico che ho imparato vivendo in Israele riguarda il valore tagliente di ciò che esce dalla nostra bocca. Interrogato dagli addetti alla security se avessi un coltello o un’arma con me, a volte la risposta era: lò, raq ha-pè shelì: no, solo la mia bocca. Non è una battuta originale, ma in quanto metafora conserva la sua dose di verità: la lingua può essere usata come arma, le parole come coltelli, per ferire e persino uccidere, moralmente, qualcuno. Non si spiega altrimenti l’insistenza con cui i maestri mettono in guardia contro la leshon ha-ra‘, la malalingua, concetto vasto che va dal pettegolezzo insinuoso all’aperta calunnia. Il cattivo uso delle parole, nel musar o etica ebraica tradizionale, si dice anche onaat devarim, che si potrebbe rendere con l’espressione “vessazione attraverso le parole”.
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Spuntino – Azione e intenzione
 “Vedi, io porgo davanti a voi oggi la benedizione e la maledizione” (Num. 11:26). L’imperativo “reè” (= vedi), coniugato al singolare, é seguito dalla forma plurale “voi,” che viene mantenuta anche nei versetti successivi. Come mai? Premesso che l’uomo è incline ad emulare i suoi simili, il Gaon di Vilna ritiene che l’uso del singolare nel primo verso della parashà Reè ci voglia insegnare che ogni individuo dovrebbe ponderare le proprie scelte senza imitare meccanicamente gli altri. Dunque bisogna osservare, apprendere e decidere usando un incondizionato senso di giudizio e responsabilità.
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