Se non leggi correttamente questo messaggio, clicca qui       30 Agosto 2021 - 22 Elul 5781
LA TESTIMONIANZA A PAGINE EBRAICHE

"I talebani volevano trasformarmi in un terrorista
Mi ha salvato mia nonna, ebrea in segreto"

Il suo destino sembrava scritto: diventare un terrorista. Fin quando la nonna paterna gli ha aperto gli occhi: la tua strada, gli ha spiegato prendendolo un giorno da parte, non può né potrà mai essere quella. Quegli uomini sono barbari assassini. Quegli uomini hanno ucciso tuo padre.
Atai Walimohammad era un bambino come tanti nell’Afghanistan rurale, indottrinato fin da piccolo all’odio cieco verso tutto ciò che differiva dal credo talebano. Verso la scuola coranica e un centro di addestramento per kamikaze l’avevano spinto la madre e uno zio materno, un importante comandante del gruppo terroristico: per il suo avvenire sognavano una carriera da “martire”. Ben altro auspicava invece la nonna paterna. Un segreto inconfessabile, di cui il nipote era rimasto fino ad allora all’oscuro: pur convertita ufficialmente all’Islam, in segreto continuava a praticare gli antichi riti ebraici. Ebreo era quindi anche suo figlio, il padre di Walimohammad. Un medico e oppositore politico brutalmente massacrato dai terroristi. Ma questo, ad Atai, sua madre non l’aveva mai raccontato.
“Quel giorno – dice a Pagine Ebraiche – ha iniziato ad accendersi una luce. Mia nonna mi ha portato a visitare la tomba di mio padre, che io ignoravo essere stato ucciso. E poi mi ha aperto la porta della sua stanza, che mai avevo varcato. Al suo interno libri di ogni tipo, in moltissime lingue. Anche in caratteri ebraici. Mio padre era una persona colta”.
Fino ad allora gli unici libri che Atai aveva sfogliato si riferivano al suo percorso di indottrinamento per diventare terrorista. “Una vera e propria scuola dell’odio. Israele, ci veniva insegnato, era il primo demone. Ebrei e cristiani – sottolinea – i nostri implacabili nemici”. Il suo compito era quello di costruire bombe.
Da quel mondo di violenza e morte ha trovato la forza di sottrarsi, spalleggiato dalla nonna e da uno zio del ramo paterno. È stato lui – spiega Atai, che ha 25 anni e opera in Italia come interprete e mediatore culturale – a fargli scoprire il piacere e l’importanza della lettura. “I libri – si emoziona – mi hanno salvato dal buio. Ho passato intere giornate, h24, a leggere”.
Mosso da un incredibile coraggio, ancora adolescente, e in collaborazione con la sorella appena più grande di lui, ha aperto una scuola “laica”. E poi un laboratorio di cartapesta per fare delle sculture. La cosa, naturalmente, ai talebani non è andata a genio.
“Mi hanno accusato di essere una spia degli ‘infedeli’ e hanno anche cercato di uccidermi. C’è stato un attentato, due miei studenti sono morti in quell’attacco”, spiega Atai. A quel punto la decisione è apparsa inevitabile: fuggire. Con nel bagaglio un insegnamento prezioso che mai ha dimenticato: “L’istruzione è la migliore delle armi”.
Da Herat ha raggiunto clandestinamente l’Iran, dove è stato subito incarcerato perché non parlava farsi. “Il mio avvocato – spiega – voleva che confessassi di essere una spia. Mi diceva: ‘Confessa e poi ti libereranno’. Non gli ho mai creduto, per fortuna. Sulla faccia porto però ancora i segni dell’acido che mi hanno spruzzato durante gli interrogatori”.
La tappa successiva, raggiunta anch’essa avventurosamente, è stata la Turchia. Quindi l’ingresso sul suolo europeo in Grecia. Da lì è arrivato nel nostro Paese. L’italiano l’ha imparato in appena quattro mesi, durante il suo soggiorno in un centro di accoglienza. Un risultato straordinario, ma che non è frutto del caso. “Mia nonna me l’ha insegnato: col duro lavoro – afferma Atai – tutto è possibile”.
Un’altra cosa verso la quale l’ha spronato è stata la riconnessione con le proprie radici: “Lo scorso anno, a Monaco, ho conosciuto un soldato israeliano. Mi ha fatto dono di un’iscrizione con il mio nome in ebraico. Da allora – dice – siamo diventati grandi amici”. Aggiunge poi, pronto ad impegnarsi anche in questa sfida: “Vorrei approfondire ulteriormente il rapporto con questa cultura e tradizione che hanno significato qualcosa di rilevante per una parte della mia famiglia”.
La crisi di queste settimane lo angoscia: “Tutte le persone d’intelletto hanno lasciato o stanno cercando di lasciare il Paese. La cultura afghana sta per morire. E questo è straziante. Lo stesso vale per le donne. Bisogna cercare di fare il più possibile per aiutarle. Con i talebani al potere per loro non c’è più speranza”.

Adam Smulevich twitter @asmulevichmoked

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L'INCONTRO TRA IL MINISTRO DELLA DIFESA E IL PRESIDENTE PALESTINESE 

Sicurezza ed economia, Israele dialoga con Ramallah

Da anni un ministro israeliano non si recava a Ramallah per confrontarsi con il presidente dell'Autorità nazionale palestinese Mahmoud Abbas. Ora Benny Gantz, ministro della Difesa d'Israele, ha interrotto questo silenzio, incontrando di persona il leader palestinese. Una visita fatta “per discutere di politica di sicurezza, questioni civili ed economiche. - ha spiegato Gantz - Ho detto al presidente Abbas che Israele cerca di prendere misure che rafforzino l'economia dell'Autorità nazionale palestinese. Abbiamo anche discusso di modificare la situazione economica e di sicurezza in Cisgiordania e a Gaza. Abbiamo concordato di continuare a comunicare ulteriormente sulle questioni che sono state sollevate durante l'incontro”. A distanza di 48 ore dal vertice a Washington tra il Primo ministro israeliano Naftali Bennett e il presidente Usa Joe Biden, è quindi arrivata questa apertura verso Ramallah, in linea con il tentativo dell'amministrazione americana di restituire peso politico ad Abbas. L'incontro non deve però essere interpretato come un tentativo di rilanciare i negoziati diretti. Almeno questo quanto dichiarato da un funzionario vicino a Bennett alla stampa israeliana. “Questo è un incontro che riguarda questioni di sicurezza. Non c'è nessun processo diplomatico con i palestinesi né ci sarà”, il virgolettato del funzionario riportato dai media locali. E nel mentre Israele accoglie con dolore la notizia di una nuova vittima del terrorismo palestinese: il ventunenne Barel Hadaria Shmueli. Da una settimana l'agente della polizia di frontiera israeliana era ricoverato in condizioni gravi, dopo essere stato ferito al confine con Gaza. 

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DOPO LE CRITICHE DEL GRAN RABBINATO ALL'INTERVENTO DEL PAPA

Compimento della Legge, una lettura vaticana

Negli scorsi giorni il Gran Rabbinato d’Israele si era detto preoccupato per i contenuti di un recente intervento pubblico durante il quale il papa Bergoglio, prendendo come riferimento la lettera dell’apostolo Paolo ai Galati, aveva fatto capire di ritenere la Torah superata e non più in grado di “dare vita”. Per rav Rasson Arousi, presidente della Commissione per il dialogo con la Chiesa, un passo falso che ha alimentato un “insegnamento sprezzante verso gli ebrei e verso l’ebraismo”.
Sul tema del compimento della Legge per ebrei e cristiani sollevato da Bergoglio con le sue controverse dichiarazioni si esprime oggi Víctor Manuel Fernández, arcivescovo di La Plata.
In un intervento che appare sulla prima pagina del quotidiano della Santa Sede L’Osservatore Romano appena andato in stampa il teologo argentino, molto vicino al papa, sostiene che “quando san Paolo parla della giustificazione per la fede, in realtà sta riprendendo profonde convinzioni di alcune tradizioni ebraiche”. Cristiani ed ebrei, scrive ancora Fernández, “non diciamo che a valere è il compimento esteriore di certe usanze senza l’impulso interiore di Dio”. Per l’alto esponente vaticano su questo punto teologia ebraica e cristiana coinciderebbero, “soprattutto se si parte dalla lettura di Geremia e di Ezechiele, dove appare il bisogno di una purificazione e di una trasformazione del cuore”. Aggiunge poi il teologo: “D’altro canto ricordiamo che secondo la profondissima interpretazione di sant’Agostino e di san Tommaso sulla teologia paolina della legge nuova, la sterilità di una legge esterna senza l’aiuto divino non è solo una caratteristica della Legge ebraica, ma pure dei precetti che lo stesso Gesù ci ha lasciato”.

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IL PROGETTO APERTO DEL CENTRO DI RICERCA SULL'IMMIGRAZIONE SAMMARINESE

San Marino e gli ebrei, storie da riscoprire

"Vogliamo ricostruire le storie delle singole persone che trovarono rifugio a San Marino. Sia per capire in modo più approfondito il contesto in cui questo accadde, sia per restituire un'identità e più completa a questi nomi”. Per questo Patrizia Di Luca ribadisce il suo appello per avere nuove testimonianze o riferimenti legati alle vicende degli ebrei perseguitati dal nazifascismo che riuscirono a trovare rifugio durante la guerra a San Marino. Memorie di famiglia, lettere, diari, qualsiasi frammento di storia, spiega Di Luca incontrando la redazione di Pagine Ebraiche, può essere utile per fare luce su queste pagine del passato. Pagine di solidarietà che arrivarono nel dopoguerra all'orecchio del Primo ministro israeliano David Ben Gurion, che nel 1949 ringraziò i governanti della più antica repubblica al mondo per l’ospitalità garantita ai perseguitati. “Non possiamo dimenticare – scriverà Ben Gurion – il nobile atteggiamento adottato durante l’ultima guerra dalla Repubblica di San Marino, che ha protetto e salvato molti nostri correligionari, stabilendo in tal modo legami che costituiscono un eccellente augurio per le nostre relazioni future”. Se Ben Gurion arrivò a scrivere quel ringraziamento, vuol dire che fu un fenomeno di un certo significato, spiega Di Luca, direttrice del centro di ricerca sull’emigrazione dell’Università di San Marino.

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QUI BOLOGNA - LA RASSEGNA MUSICALE E LA NUOVA MOSTRA

Il Jewish Jazz e le opere di Luzzati,
al Museo ebraico tra note e arte

Appuntamento ormai tradizionale di fine estate, il festival Jewish Jazz organizzato dal Museo ebraico di Bologna è uno degli eventi caratterizzanti la programmazione settembrina bolognese.
L’edizione 2021, che si svolgerà dal 9 al 12 settembre prossimi, non sfugge a questa tradizione. Al centro del nuovo itinerario artistico la musica eterogenea di compositori ebrei americani di fama, da Bob Dylan a Lou Reed e Simon and Garfunkel, da Morton Feldman a Philip Glass. Si andrà poi oltreoceano attraverso l’omaggio reso da Gabriele Coen e dal suo quintetto a tre compositori dedicatisi nel corso delle loro carriere allo scambio tra musica ebraica e jazz americano: Kurt Weill, Leonard Bernstein e John Zorn. A concludere il viaggio l’ensemble Mish Mash con un concerto in cui la tradizione ebraica entrerà in contatto con tante altre identità musicali del mondo mediterraneo, ma anche persiano ed esteuropeo, insieme alla voce della cantante e attrice italo-turca Yasemin Sannino.
“Continuità nel tempo e offerta diversificata: questa è la nostra cifra” sottolinea Vincenza Maugeri, la direttrice del Museo, introducendo l’iniziativa. Due caratteristiche tipiche di una manifestazione che è tra le più apprezzate di un programma museale costellato lungo l’intero anno da varie decine di momenti di incontro e conoscenza. “È un po’ una nostra prerogativa. Non ci fermiamo mai”, sorride Maugeri. L’attesa è anche per il prossimo 10 ottobre quando, in occasione della Giornata Europea della Cultura Ebraica, sarà inaugurata una suggestiva mostra dedicata ad Emanuele Luzzati, con fulcro otto scene di vita ebraica dipinte dall’artista. “I colori del tempo. Otto scene di vita ebraica” è anche il titolo di un volume, pubblicato da Marietti 1820, in arrivo a fine settembre con testi della stessa Maugeri e di Caterina Quareni.

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Studenti da salvare
Ricordo, vent'anni fa, alla fine del 2001, dopo la sconfitta dei talebani in Afghanistan, i volti illuminati di gioia e stupore delle bambine che per la prima volta andavano a scuola. Mentre i talebani vittoriosi si stanno oggi rimangiando le pur debolissime promesse fatte pochi giorni fa e sono impegnati ad instaurare il loro sanguinoso regime, giunge notizia che 118 studenti afghani accettati all'Università Sapienza di Roma, di cui 81 ragazze, sono bloccati a Kabul e non riescono a raggiungere la loro università a Roma. L'Italia si deve impegnare al massimo delle sue forze per consentir loro di partire. 
Anna Foa
Oltremare - Ancora numeri
Niente lockdown durante i chagim più che incombenti e perfino annullamento dell'obbligo dell'isolamento per chi rientra in Israele ed è triplamente vaccinato. Deve essere un sogno, o almeno la cosa più vicina ad un ritorno alla normalità mai provata nell'ultimo anno e mezzo. Il paradosso è che invece potrebbero essere meno normalizzate le condizioni di arrivo di noi israeliani in Europa, a seconda di dove si voglia arrivare, con possibili isolamenti da quel lato, proprio adesso che da questo lato invece respiriamo un'improvvisa aria di libertà.
Daniela Fubini
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Storie di Libia - Gelsina Naman
Gelsina Naman, nata a Tripoli, ebrea di Libia, dedica al ricordo dei genitori questa intervista. Abitava in via Mamun 7, corso Sicilia, sopra al negozio Yakov Crisi dove tutti facevano la fila per gustare i famosi panini con il tonno imbottiti con ogni ben di Dio. Il suo nome così originale è quello di una antica principessa siciliana. La madre aveva letto un romanzo da giovane e le era piaciuto talmente tanto da attribuirle quello che è forse un unicum nel mondo tripolino. 
David Gerbi
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