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Storie di Libia – Gelsina Naman

Gelsina Naman, nata a Tripoli, ebrea di Libia, dedica al ricordo dei genitori questa intervista. Abitava in via Mamun 7, corso Sicilia, sopra al negozio Yakov Crisi dove tutti facevano la fila per gustare i famosi panini con il tonno imbottiti con ogni ben di Dio. Il suo nome così originale è quello di una antica principessa siciliana. La madre aveva letto un romanzo da giovane e le era piaciuto talmente tanto da attribuirle quello che è forse un unicum nel mondo tripolino.
A soli otto anni è rimasta orfana di padre e, per permettere alla madre di cucire e lavorare e sostenere la famiglia, si è ritrovata ad essere una seconda mamma per i suoi fratelli. A 13 anni, oltre ad aiutare la mamma a cucire al bisogno, ha lavorato in un negozio: ci rimaneva fino a tardi per aspettare che il padrone la accompagnasse a casa. Non era sicuro camminare da sola la sera per le strade di Tripoli.
Gelsina racconta che sua sorella minore era stata salvata da un vicino di casa arabo quando un bruto aveva cercato di violentarla. Racconta del preside della sua scuola che, scoperto casualmente che lavorava, le aveva promesso aiuto per gli esami comprendendo la grande difficoltà che doveva sostenere nello studiare e lavorare insieme. Quando Gelsina aveva solo 16 anni incontrò il suo futuro marito, di 18 anni più grande. Lui la chiese in sposa e la madre la convinse a sposarsi pur tanto giovane per permetterle di avere una vita migliore. Il marito aveva molti anni di più ma era facoltoso e lei non avrebbe dovuto più lavorare e sacrificarsi.
Poi la madre con il resto della famiglia si trasferì in Israele per tentare una vita migliore. Gelsina per il suo aspetto non veniva scambiata per italiana e quindi con gli arabi non aveva molti problemi. Ci rivela di aver conosciuto un uomo che le aveva rivelato dove, durante i pogrom del 48, l’Haganah (il movimento clandestino a cui lui apparteneva) aveva nascosto le armi: nel Funduc Shemlali, dove il padre lavorava. Nel 1965 con il marito si è recata a Roma e da lì con l’aiuto del consolato è riuscita a trovare la sua famiglia, di cui non aveva avuto più notizie. Da lì sono andati in Israele, per passare 40 giorni con loro.
Per viaggiare sono stati costretti a lasciare qualcuno in ostaggio: aveva dovuto lasciare suo figlio piccolo in Libia, con la suocera. All’epoca del pogrom lei era in procinto di partire per Montecatini in villeggiatura come facevano ogni anno. Abitavano vicino alla sinagoga e proprio mentre stavano per partire si era accorta che un gruppetto di uomini aveva attaccato un foglio con scritto “bruciare” sul portone. Malgrado le insistenze della suocera che la pregava di non farlo, è scesa e lo ha strappato. Alle tre di notte erano pronti a scappare e nuovamente si accorse che qualcuno aveva attaccato un altro biglietto, uguale al primo. Coraggiosamente lo strappò di nuovo. Grazie a questi atti la sinagoga fu salva! Nel 68 molti tornavano a Tripoli di nascosto per cercare di vendere qualcosa e lei convinse lo zio a portarla con sé.
Aprì la sinagoga che era rimasta integra e prese tutto quello che poteva portare via. Sette magnifici Sefarim di cui due sono ora nella sinagoga di viale Marconi di Roma, due nel Museo di Or Jehuda in Israele, mentre gli altri tre li hanno presi i parenti dei proprietari. Gino Mantin e la Joint l’hanno aiutata a portare i Sefarim a Roma.
Gelsina in Israele si sente a casa e non avrebbe paura di tornare in Libia se le dovesse capitare di farlo, per vedere cosa è successo alla sua sinagoga. Crede che senza cambiamenti radicali nel governo sarebbe inutile costruire monumenti per la memoria delle vittime del pogrom. Ritiene che, come cittadini dhimmi, il loro futuro non sarebbe stato roseo. I giovani non avrebbero avuto l’opportunità di frequentare l’università.
Gelsina ora lavora nella direzione del Museo libico in Israele ed è molto fiera del suo lavoro. Considera pregi indiscussi degli ebrei di Libia generosità ed umiltà, la disponibilità ad aiutare il prossimo con riservatezza e con un grande senso di unità familiare. “Nulla”, ci dice, “è più importante del rispetto verso la famiglia”.

Clicca qui per rivedere l’intervista

(Per contattare l’autore, anche per eventuali testimonianze sulle storie e le memorie degli ebrei di Libia, è possibile scrivere a: davidgerbi26@gmail.com)

David Gerbi, psicoanalista junghiano

(30 agosto 2021)