Se non leggi correttamente questo messaggio, clicca qui   31 Ottobre 2021 - 25 Cheshvan 5782
L'APPELLO DEI RABBINI ISRAELIANI AL PREMIER NAFTALI BENNETT 

"Crisi climatica, pericolo per la vita di tutti
Israele intervenga e sia d'esempio"

La questione della crisi climatica mondiale è ormai notizia abituale delle prime pagine dei giornali. Tuttavia, in ambito ebraico è spesso stata relegata a notizia di secondo piano, magari di attualità a tu-bishvat, ma non davvero sentita se non da poche voci solitarie. È perciò importante la svolta di questi giorni, data dalla lettera che ventuno fra i principali rabbini datì-leumì hanno inviato al Primo ministro Naftali Bennet (la lettera è datata 23 Cheswan, dunque il 28.10), nella quale si chiede che lo Stato di Israele sia “partner a pieno titolo dello sforzo mondiale” per contrastare la crisi climatica.
Di particolare interesse mi sembrano sia il riferimento alla situazione come a una di “piquach nèfesh”, ossia di pericolo di vita, sia il riferimento al fatto che ben consci della “nostra piccolezza e del limitato impatto che noi possiamo avere” il nostro contributo può essere significativo perché “molti nel mondo volgono gli occhi a noi, origine delle grandi religioni”. Viene dunque meno la necessità di ricercare un qualche versetto della Torah che sancisca l’obbligo per un impegno ecologico ed emerge invece una piena assunzione di responsabilità rispetto al nostro ruolo nel mondo, alla consapevolezza di essere per il mondo un punto di riferimento ideologico importante. Insomma, non c’è più tempo per effimeri formalismi ed è finalmente l’ora di sancire principi fondamentali e di sottolinearli con un impegno pratico. Non resta che augurarsi che l’appello venga ascoltato in pieno e che questa lettera segni l’inizio di un impatto incisivo della voce rabbinica sui grandi temi mondiali.

Rav Michael Ascoli
(Nell'immagine, una manifestazione per l'ambiente a Tel Aviv)

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LE PAROLE DEL PRIMO MINISTRO BENNETT DAL SUMMIT ONU DI GLASGOW

"Ambiente, l'hi-tech deve fare la sua parte.
Le start-up israeliane siano protagoniste"

In queste ore ha preso il via a Glasgow l’annuale conferenza sul clima organizzata dall’ONU. Obiettivo primario, contrastare il cambiamento climatico ed evitarne – o almeno arginarne - gli effetti dannosi per il pianeta e l'umanità. Per farlo, sarà necessario trovare politiche comuni e condivise tra i diversi paesi presenti, ad esempio sul tema della riduzione delle emissioni. Un argomento molto sentito anche in Israele, rappresentata in Scozia dal Primo ministro Naftali Bennett. “Perché il mondo arrivi a zero emissioni entro il 2050, cambiare il nostro comportamento farà meno della metà del lavoro. L'altra metà verrà dalla tecnologia che deve ancora essere sviluppata. È qui che Israele deve fare da guida”, ha dichiarato lo stesso Bennett al Times, in un'intervista incentrata sul tema del clima e il possibile contributo d'Israele. Per il Premier sarà importante che la comunità hi-tech israeliana, colonna portante dell'economia del paese, sia maggiormente coinvolta nel dare risposte alla crisi climatica. Il problema, ha aggiunto, è che si tratta di un settore dove è complicato fare utili e quindi molti se ne tengono alla larga. Per questo la sua intenzione è di tagliare la burocrazia “con il machete” in modo che le startup green possano lavorare con le agenzie governative, i servizi pubblici e le autorità locali, che diventeranno poi anche i primi clienti. Unendo i finanziamenti governativi a quelli dei fondi di venture-capital si creerà un ecosistema favorevole anche per fare profitti. 

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LA RICHIESTA DI UCEI, UNAR E DELLA COORDINATRICE CONTRO L'ANTISEMITISMO

“Contrasto all'odio antisemita,
Serie A adotti la definizione Ihra”

Il caso del falconiere fascista della Lazio e delle sue ostentazioni nostalgiche ha riacceso l’attenzione sul marcio che ancora infesta gli stadi italiani.
Un’occasione per fare il punto sui problemi aperti e sulle possibilità d’intervento è stata data dall’incontro istituzionale “Fight Against Anti-Semitism in Football: European Agreements” svoltosi nei locali della Lega Serie A su iniziativa di Milena Santerini, coordinatrice nazionale per la lotta contro l’antisemitismo. Nel corso dell’incontro UCEI, Unar e professoressa Santerini hanno proposto che le squadre della massima serie inseriscano la definizione di antisemitismo dell’International Holocaust Remembrance Alliance all’interno dei propri regolamenti e che insieme si proceda alla concretizzazione delle attività definite all’interno della strategia nazionale presentata a inizio anno dalla coordinatrice. La Lega ha segnalato alcune difficoltà legislative nel contrastare gli eventi che talvolta avvengono negli stadi. In ogni caso ha dato piena apertura e sostegno, rimandando ad un prossimo incontro alla presenza dei referenti CSR (Corporate Social Responsibility) dei 20 club.

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L'ULTIMO LAVORO DI KAREN DI PORTO SOTTO L'EGIDA DI NANNI MORETTI

“Piazza”, l’anima degli ebrei romani
raccontata in un nuovo documentario

“Piazza” è il termine con cui gli ebrei romani chiamano da generazioni, con affetto e complicità, le loro strade del cuore. Un luogo in cui ritrovarsi e celebrare la vita nonostante i molti drammi di cui quel quartiere è stato vittima: dalla funzione di ghetto svolta da quell’area nei secoli della Roma papalina al rastrellamento del 16 ottobre 1943 per arrivare all’attentato al Tempio Maggiore del 9 ottobre 1982.
“Piazza” è anche il titolo del nuovo documentario prossimamente nelle sale di una giovane regista, Karen Di Porto, salita alla ribalta nel 2016 con un film indipendente di cui è stata non solo regista ma anche interprete e attrice: “Maria per Roma”. Un esordio di qualità, premiato anche dall’attribuzione del Globo d’oro alla miglior opera prima. Son passati cinque anni da allora, il bagaglio di esperienze si è arricchito ed è arrivata questa nuova attesissima sfida, su cui proprio in queste ore si stanno accendendo i riflettori, sotto l’egida di un mostro sacro del cinema italiano come Nanni Moretti in qualità di produttore.

Una realtà che Di Porto ben conosce essendo figlia di una pietra miliare di quella Comunità romana che si prefigge di raccontare in tutta la sua intensità, Roberto “Pucci” Di Porto, scomparso nel 2017 dopo un lungo servizio come volontario della sicurezza interna. Colonna della Roma ebraica al punto da vedersi dedicato, pochi mesi dopo, un Sefer Torah.

(Nelle immagini: una foto del quartiere; la regista Karen Di Porto)

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IL QUADRO ESPOSTO AL MEIS, PER LA PRIMA VOLTA VISIBILE AL PUBBLICO

Il rapimento di Edgardo Mortara,
una storia di famiglia

Per quasi un secolo e mezzo “Il rapimento di Edgardo Mortara”, quadro dipinto nel 1862 da Moritz Daniel Oppenheim, si pensava perduto. Poi riemerse nel 2013 e fu acquistato dalla famiglia americana Schottenstein, rimanendo così in mano di privati, lontano da mostre e musei. Almeno fino ad oggi. Perché il quadro di Oppenheim - che fa riferimento alla drammatica vicenda del bimbo sottratto nel 1858 dalla Chiesa alla sua famiglia ebraica, evento divenuto un caso internazionale - è ora uno dei grandi protagonisti della mostra Oltre il Ghetto. Dentro & Fuori (29 ottobre - 15 maggio) del Museo nazionale dell'Ebraismo italiano e della Shoah di Ferrara. Grazie al prestito della famiglia Schottenstein, l'opera è visibile al grande pubblico. Per la prima volta dopo 150 anni. E tra coloro che, con grande emozione, hanno potuto ammirarla dal vivo, ci sono anche i discendenti del piccolo Edgardo: Carlo Andrea, Elèna, Paola e Giorgio, pronipoti del bambino. I loro nonni, Vittorio e Roberto Mortara, erano figli di Ernesta, sorella maggiore di Edgardo.
“L’arrivo di questo quadro è un evento da celebrare per l'Italia ebraica e non solo. Nel dipinto c’è il racconto di un evento che ha segnato la storia dell’ebraismo italiano e dell'intero paese” le parole di Elèna Mortara a Pagine Ebraiche, a pochi passi dal quadro. Autrice di Writing for Justice dedicato proprio al caso Mortara, Elèna assieme ai fratelli Carlo Andrea e Paola e al cugino Giorgio, vicepresidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, hanno colto l'occasione per farsi ritrarre accanto al dipinto.

(Nella foto vicino a "Il rapimento di Edgardo Mortara", esposto al Meis, da sinistra Carlo Andrea, Elèna, Giorgio e Paola Mortara; ultimo a destra, Ari Kinsberg, in rappresentanza di Jay e Jeanie Schottenstein, proprietari del quadro: foto di Enrico Aliverti Piuri)

LA CONFERENZA DEDICA ALL'ARTISTA LELE LUZZATI

Contro i pregiudizi, l'umorismo ebraico

Ricordare Lele Luzzatti attraverso uno dei suoi caratteri più evidenti, l'umorismo. Da qui prende spunto la conferenza tenuta da David Meghnagi, docente di psicologia clinica all’Università di Roma Tre, a Palazzo Ducale a Genova e intitolata “Immagini dell'ebreo e dell'antisemita nell'umorismo ebraico”. Un incontro organizzato da Casa Luzzati nell'ambito del FestivaLieve e occasione per ricordare il grande artista genovese. Di seguito uno stralcio dell'intervento di Meghnagi. 

Di fronte all’accusa antisemita, l’ebreo è in una situazione kafkiana sono in una situazione kafkiana. Qualunque cosa si dica, è usata contro. La “colpa” di cui si è in realtà accusati non è legata ad atti commessi. È una colpa “ontologica”, che trascende la responsabilità per gli atti realmente compiuti. In questa logica perversa si è colpevoli in partenza per il solo fatto di esistere. Le accuse sono delle razionalizzazioni di un pregiudizio più antico, che deve essere confermato indipendentemente dai fatti discussi. L’umorismo ebraico è la risposta creativa a questa situazione, la difesa di chi sa già in partenza che affrontare l’antisemita sul suo terreno è già “un’ammissione” di colpa, che mette a dura prova l’integrità morale e psichica della vittima. Per questo motivo l’umorista non censura le accuse. Portando la sfida all’estremo, la fa apparentemente sua e la depotenzia, facendo scaturire significati nuovi che la smascherano. L’effetto è catartico. L’ebreo può ridere delle sue angosce e paure. L’antisemita può liberarsi della sua paranoia.
L’apparente messa in discussione di alcuni aspetti della vita ebraica determina un inaspettato capovolgimento di valori, che fa scaturire significati nuovi e opposti. Le tensioni della vita ebraica sono artificialmente riprodotte e drammatizzate con lo scopo di liberare chi ne è oggetto dal fardello che impongono. Alla fine è l’accusatore che ha qualcosa da apprendere.

David Meghnagi, psicanalista

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LA MANIFESTAZIONE A NOVARA E LA REAZIONE DEL MONDO EBRAICO   

"Deliri no vax, un'offesa alla Memoria"  

Da mesi il movimento no vax continua a utilizzare in modo distorto e vergognoso la Memoria della Shoah. Ultimo allarmante caso, quello di Novara dove i manifestanti anti-vaccini e Green pass hanno farneticato di essere come “i prigionieri di Auschwitz”, vestendosi come tali. “È pazzesco che si manifesti in questo modo. La storia bisogna conoscerla e fatti del genere mi lasciano senza parole. Lo sforzo della nostra Comunità va soprattutto nella direzione della conoscenza, del sapere. Ovviamente del sapere rivolto a tutti, non solo alle nuove generazione di ebrei”, le parole della presidente della Comunità ebraica di Vercelli Rossella Bottini Treves (che ha in gestione la sezione di Novara). “È evidente – evidenzia Bottini Treves - che si tratta di un problema culturale, altrimenti non vedo come sia possibile concepire cose di questo genere. Non si può accostare una tematica come quella sul Green Pass a quella del filo spinato dei campi di concentramento e della Shoah”. Sulla stessa linea, la ferma condanna della Presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Noemi Di Segni che ricorda come davanti a queste farneticazioni non si possa invocare la libertà d'espressione garantita dalla Costituzione. Questi paragoni impossibili, rileva infatti Di Segni, rappresentano “un assoluto abuso e un'offesa alla Memoria, che non è solo Memoria ebraica”.

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Bataclan, il processo da raccontare
Come Hannah Arendt nel 1961 a Gerusalemme Emmanuel Carrère nell’aula di tribunale a Parigi, dove si svolge il processo agli assassini del Bataclan, prova a raccontare non solo le parole e i gesti degli assassini, ma anche il dolore dei parenti delle vittime, e le domande inquiete di chi non riesce a misurarsi con la violenza di quella scena. Chissà se alla fine avremo una nuova versione de La banalità del male in grado di scavare nella “religione politica” del nostro tempo presente.
 
                                                                          David Bidussa
Cristalli e specchi
Ciò che rende un pensiero effettivamente degno di essere ritenuto valido è, prima di tutto, la sua capacità di pensare se stesso. Che cosa vuole dire? Il pensiero critico contiene, al suo interno, sia l’analisi di ciò che ne costituisce l’oggetto sia l’autoanalisi. Ossia la riflessione sui tanti modi in cui si riflette su quanto ci circonda. Difficile da comprendere? No, per nulla. La capacità critica implica non solo l’esercizio di comprensione di quanto sta di fronte a noi ma, al medesimo tempo, anche la cognizione dei modi in cui esercitiamo questa facoltà. In altre parole, la “critica” non è rivolta solo all’esterno (ciò che viene fatto oggetto di una lettura problematica) ma anche all’interno (i modi, le categorie, i criteri con i quali ci si adopera per capire la realtà).
                                                                          Claudio Vercelli
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