Se non leggi correttamente questo messaggio, clicca qui     17 Marzo 2022 - 14 Adar 5782

PURIM 5782 - LE CELEBRAZIONI IN UCRAINA E LA RIFLESSIONE DI RAV MIRVIS

Momenti di eroismo, ricordando Ester

Nonostante l'invasione russa continui senza sosta così come i bombardamenti, il mondo ebraico ucraino ha trovato il coraggio per continuare a festeggiare Purim. In città cinte d'assedio come Odessa alcuni fedeli si sono trovati all'interno della sinagoga per la lettura della Meghillah (nell'immagine in alto). A Dnipro, sotto controllo russo, le persone si sono incontrate sia al tempio sia fuori per celebrare insieme la festa che ricorda come il popolo ebraico, grazie alla regina Ester, sia sopravvissuto al tentativo del perfido Amman di distruggerlo. "Dovremmo celebrare questo Purim con una vittoria incredibile: niente più guerra, niente più sofferenza", le parole di rav Shmuel Kaminetsky, rabbino capo Chabad di Dnipro.
Dalla Gran Bretagna un pensiero all'Ucraina è arrivato anche dal rabbino capo Ephraim Mirvis, con un parallelo tra Purim e alcuni personaggi del presente. Il rav, in un intervento sulla radio della Bbc, ha spiegato come per ciascuno di noi esista un "momento Ester", un momento di improbabile eroismo. Ispirata dalle parole dello zio Mardocheo, "Ester fu colta da un senso di responsabilità nell'usare la propria posizione per sfidare l'ingiustizia. Era un'eroina improbabile. Ma lo è anche un ex star delle sitcom e comico divenuto presidente dell'Ucraina, che potrebbe pensare di essere stato eletto proprio per affrontare questo momento”, la riflessione del rabbino capo di Gran Bretagna. Per il rav sia Zelensky sia la giornalista Marina Ovsyannikova, che ha protestato contro la guerra durante una diretta televisiva in Russia e rischia per questo 15 anni di carcere, possono rappresentare eroi improbabili. E “sono in buona compagnia, con persone in tutto il mondo che in questo momento sfidano la guerra a modo loro. I momenti Regina Ester arrivano per ognuno di noi, anche se non necessariamente a un costo personale così grande". Per Mirvis, “l'eroismo di Ester è un richiamo per tutti noi ad agire, a sfruttare ogni risorsa che abbiamo a disposizione" per dare un contributo positivo.
 

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L'INIZIATIVA DI DUE GIOVANI AMERICANI A CUI HANNO ADERITO MIGLIAIA DI PERSONE

Dare un rifugio a chi scappa dalla guerra,
il sito che apre le case all'accoglienza

Dall’Italia a Israele fino agli Stati Uniti, due giovani ragazzi americani hanno ideato una piattaforma – UkraineTakeShelter.com – che mette in contatto i rifugiati ucraini con persone disposte ad ospitarli in diverse parti del mondo. Il sito, tradotto da poco anche in italiano, è stato lanciato da Avi Schiffmann e Marco Burstein lo scorso 3 marzo e conta più di diecimila adesioni.
Il sito, presente in quindici lingue, è facile e intuitivo da usare sia per chi ha bisogno di ospitalità sia per chi vuole offrirla. I primi hanno a disposizione una barra di ricerca dove possono inserire la città – da quelle vicine all’Ucraina fino Milano e Tel Aviv – e vedere chi ha dato la propria disponibilità e contattare il possibile host tramite whatsapp o mail. Per chi invece è interessato ad ospitare, basta effettuare l’accesso tramite “diventa un host” e poi indicare la propria città e aggiungere diversi altri dettagli. Si può infatti specificare il numero di persone che si possono accogliere, se bambini, per quanto tempo, quali lingue si parlano, se si può offrire assistenza medica o legale.

“Siamo davvero molto emozionati. Abbiamo inventato qualcosa di utile e la gente ne sta approfittando come meglio può”, hanno raccontato ai media i due ideatori. Ad avere la prima intuizione è stato Avi Schiffmann, che nel 2020 aveva già realizzato un sito web gratuito di monitoraggio del Covid-19 usato da milioni di persone. A fine febbraio, dopo aver partecipato a una manifestazione a San Diego a favore dell’Ucraina, il diciannovenne studente di Harvard si è chiesto come potesse rendersi utile alla causa. “Volevo fare qualcosa che avrebbe avuto un impatto immediato”. Così è nata l’idea di un sito web per i rifugiati ucraini che avevano bisogno di posti dove stare in altri paesi. Un sorta di airbnb ma senza scopo di lucro. “Quella notte, ho iniziato a lavorare sulla progettazione dell’interfaccia utente e la struttura di base del sito, sono andato a dormire, mi sono svegliato la mattina e ho chiamato il mio amico Marco del college, che è un incredibile sviluppatore web”, ha spiegato Schiffmann al Washington Post. Marco Burstein, da Harvard, si è così messo all’opera e per tre giorni i due raccontano di aver lavorato senza sosta. “Abbiamo fatto di tutto per renderlo elementare visto che i principali destinatari sono proprio soggetti esposti ad alti livelli di stress”, la filosofia dietro al sito. “Non volevamo sottoporre gli utenti alla tortura di riempire documenti e caselle all’infinito”.

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IL 1967 E L'IMPEGNO DELLE COMUNITÀ EBRAICHE ITALIANE 

Ebrei di Libia, l’esodo forzato
e il ricordo di un protagonista

Negli ultimi anni, a partire dalle commemorazioni per i 50 anni dell’esodo degli ebrei dalla Libia, è stato dato molto spazio alle rievocazioni di quell’avvenimento. Sono apparse molte pubblicazioni e memorie personali di quei fatti sia da parte di ebrei fuggiti dalla Libia che da parte di altri che avevano memoria di tali avvenimenti. Spesso le persone intervenute hanno condiviso i propri ricordi e le proprie esperienze ma, a mio avviso, non sono stati evidenziati tutti gli aspetti che sono fondamentali per la comprensione di questo fatto storico.
Renzo De Felice, il famoso storico che si è occupato delle vicende degli ebrei italiani, nel suo libro “Ebrei in un paese arabo” afferma che gli ebrei libici furono trasferiti in Italia dalla fine di giugno alla fine di agosto del 1967. De Felice scrive che “l’esodo avvenne grazie all’interessamento delle autorità nazionali e consolari italiane che durante tutta l’operazione si prodigarono al massimo per assicurare la buona riuscita e aiutare in tutti i modi i partenti”.
Lo storico non si è posto domande sul perché dell’atteggiamento proattivo delle autorità italiane, presumibilmente animato da spirito umanitario. Tale intervento non sarebbe avvenuto senza il consenso del governo centrale italiano. In questa sede vorrei focalizzare l’attenzione sul ruolo svolto per l’esodo degli ebrei dalla Libia dall’Unione delle Comunità Israelitiche Italiane (UCII), che dal 1989 ha cambiato la propria denominazione in Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (UCEI) e dall’allora Presidente Sergio Piperno Beer, mio padre.
Il De Felice, nello stesso testo, scrive che “il compito di assisterli [i rifugiati dalla Libia] fu assunto dall’American Distribution Commitee…e dall’Unione delle Comunità Israelitiche Italiane (UCII) che si occupò dei rapporti con le autorità italiane”. Un riferimento al ruolo dell’UCII si ritrova anche nell’intervento della Presidente dell’UCEI Noemi Di Segni in occasione della cerimonia di rievocazione dell’esodo degli ebrei dalla Libia che si è svolta al Tempio Maggiore di Roma il 7 giugno 2017. La Presidente Di Segni affermò: “Ad accoglierli [i profughi libici] in Italia nel 1967, cercando assieme ad altre istituzioni (Roma, Milano, Livorno) di alleggerire le loro sofferenze, traumi e difficoltà anzitutto logistiche e di primo riparo, furono l’allora Presidente dell’Unione delle Comunità Israelitiche Italiane Sergio Piperno Beer, assieme al Rabbino Elio Toaff. Il loro forte impegno, la mano tesa delle nostre Comunità hanno coadiuvato un processo di accoglienza ed integrazione”. Il ruolo dell’UCII è richiamato anche nella Jewish Encyclopedia dove è scritto alla voce Sergio Piperno Beer: “In the aftermath of the Six-Day War he helped with the emigration of the entire Jewish Community of Libya with the consent of the Italian Government”.
 

Bruno Piperno Beer

(Nell’immagine: la sinagoga di Tripoli in una foto d’epoca)

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PURIM 5782

Meghillah, una lettura al femminile

Dopo l’interruzione di due anni causa Covid, il Purim degli ebrei romani è tornato a caratterizzarsi per quella che è ormai un appuntamento fisso: la lettura di un gruppo di donne, per altre donne, della Meghillah di Ester. Il tutto sotto l’egida dell’area Educazione e Cultura UCEI insieme a Unione Giovani Ebrei d’Italia e Centro Ebraico Il Pitigliani (che ha fisicamente ospitato l’evento, insieme a una lettura “tradizionale” della Meghillah e ad attività per bambini). In conclusione di serata il secondo appuntamento del ciclo di incontri avviato in occasione di Chanukkah per riflettere attorno alle festività ebraiche e al loro significato. Al tavolo, invitati a confrontarsi sul tema “Eliminare apparenze e stereotipi per scoprire una festa a cavallo tra equità e inclusione”, il rav Roberto Della Rocca e Keren Perugia, moderati dalla giornalista Nathania Zevi.
Per la Roma ebraica questo è stato anche il Purim in cui sono tornati sul palco i bambini della quarta elementare, per una recita molto attesa che si è svolta nel cortile dell'istituto. 

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PURIM 5782

Il calciatore, la pandemia e il precetto della festa

Al tempo del Covid le squadre di calcio (e più in generale le società sportive) vivono in una sorta di “bolla”. Vale un po’ per tutti. E vale quindi anche per gli olandesi del Vitesse che stasera sfideranno la Roma nella partita di ritorno degli Ottavi di Conference League.
Una “bolla” che ha impedito al difensore israeliano Elazar Dasa di lasciare l’albergo dove il Vitesse è alloggiato per andare in sinagoga e ascoltare la lettura della Meghillah dal vivo. A permettergli di rispettare questo precetto di Purim è stata la sezione di piazza Bologna del movimento Chabad, che ha inviato nella struttura un giovane lettore. “Ho chiesto a mio nipote Mendel Stein di farlo ed è stato molto felice. Sono giornate molto impegnative per tutti noi. Io stesso quest’anno farò un totale di sei letture. Cerchiamo di essere presenti dovunque via sia bisogno. Anche nei domicili di chi è impossibilitato a muoversi per motivi di salute” spiega il rav Menachem Lazar. Questa specifica richiesta era stata avviata giorni fa, direttamente dall’Olanda, tramite un emissario locale di Chabad.

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SEGNALIBRO

La Shoah e i silenzi di Pacelli

Quello di Pio XII fu un papato “nero”, inevitabilmente compromesso da omissioni e complicità. È la tesi sostenuta, carte alla mano, da Nico Pirozzi e Ottavio Di Grazia. Nel loro saggio La croce e la svastica, di recente uscita con D’Amico editore, si affronta l’intera parabola di Pacelli davanti al nazifascismo e più in generale le responsabilità storiche della Chiesa nel propagarsi di un certo tipo di antisemitismo. Fino al culmine della Shoah, che vide il papa silente (almeno in pubblico) di fronte alla retata degli oltre mille ebrei romani catturati il 16 ottobre del 1943 dai nazisti e imprigionati nelle immediate vicinanze del Vaticano, nell’Ex Collegio Militare di via della Lungara, prima della loro deportazione ad Auschwitz-Birkenau. A guidarli in questo percorso, scrivono nell’introduzione, è una ricerca di verità. Un valore da intendere non solo come “rappresentazione reale dei fatti, ma anche una scelta etica”. Anche, si evidenzia, “se si tratta di mettere in discussione l’operato di un pontefice e della Chiesa che quel papa rappresentò per quasi vent’anni”.

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Machshevet Israel - Sentieri in utopia
Titolo di estrema attualità, “Pfade in Utopia”, quello dato da Martin Buber al libro scritto in tedesco a Gerusalemme nel 1950, subito tradotto in ebraico e da noi edito dalle olivettiane Edizioni di Comunità nel 1967 (riproposto da Marietti, a cura di Donatella Di Cesare, nel 2009). D’attualità non tanto perché tratta di rivoluzionari russofoni, di socialisti marxiani e di visionari anarchici – in vero, il tema è quello del rinnovamento della società attraverso l’ideale della comunità – quanto perché registra ed elabora la consapevolezza della crisi epocale post-conflitto mondiale e perché individua nel comunismo russo, verniciato di messianismo socialista e chiamato “con il maestoso nome di Mosca”, un polo antitetico a un altro modello, non meno socialista (allora) e non meno messianico (a suo modo), ossia il neonato stato di Israele, frutto del movimento sionista a cui Buber aderì dalla prima ora, polo che chiama semplicemente “Gerusalemme”. Tra i due, dice senza esitazioni, bisogna scegliere.
 
Massimo Giuliani
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